Istruzione e ricchezza fanno la differenza: e ci fanno fare brutta figura

In Italia 7 milioni di persone svolgono gratuitamente attività a beneficio di altre persone. Fra queste 1,7 milioni lo fanno all’interno di organizzazioni di volontariato. Stiamo parlando del 3,2% della popolazione nazionale sopra i 14 anni. Su questi si concentra il rapporto “I profili del volontariato italiano”. Uscito pochi mesi fa, lo studio si propone di analizzare, come mai era stato fatto prima, fisionomia e dinamiche di questo eterogeneo mondo.

Gli spunti che la ricerca offre sono diversi e, se ben contestualizzati, dicono molto dell’intero sistema paese. Ad esempio dicono che il primato per numero di volontari lo detiene il Nord-Ovest, con il 4,2 di popolazione impegnata gratuitamente nel sociale. Segue il Nord-Est con il 4,1%, poi il Centro con 3,2%, ancora le isole ferme al 2,1%. Infine il Sud, che fa registrare un poco invidiabile 1,7%. La ragione di tale distribuzione vede coinvolti diversi fattori. Certamente la tradizione politica, religiosa e sociale di alcune regioni, da sempre abituate più di altre all’impegno solidaristico, influisce in larga parte. Tuttavia esistono anche ragioni di ordine economico, ossia il differenziale di ricchezza e reddito medio delle famiglie nelle diverse parti d’Italia.

Sì, perché, spiega sempre il Rapporto, la propensione a fare volontariato cresce assieme al reddito percepito, alla sicurezza occupazionale e al livello d’istruzione. È del 63,3% la quota di volontari che vivono in famiglie con reddito medio o elevato, mentre il volontariato informale è più comune fra gente dal reddito basso. Spesso in questi casi l’attività si trasforma in modalità d’aiuto face to face. Lo stesso vale per il capitale scolastico. “L’istruzione può incentivare la partecipazione alle attività di volontariato sia direttamente accrescendo la sensibilità e la consapevolezza personale, sia indirettamente in quanto produce condizioni professionali più garantite”. Il titolo di studio più diffuso è il diploma di scuola media superiore, lo possiede il 43,5%. Ma ancora più apprezzabile è il dato relativo alle lauree: sono il 21,1% i laureati, quasi il doppio della quota presente nella popolazione che è del 12,6%.

tassi di volontariato genere e regione

Continuando la lettura si apprende che gli uomini fanno più volontariato delle donne: il 55,2% contro il 44,8% (il rapporto si inverte nel caso del volontariato informale). Si viene a sapere poi che la fascia d’età che registra la più alta propensione al volontariato è quella che va dai 45 ai 70 anni. Lo studio spiega che quando l’attività lavorativa è consolidata e i figli sono più grandi, si liberano tempo e risorse per azioni d’aiuto verso gli altri. Ancora, l’impegno nel volontariato trova il terreno più fertile nei piccoli centri tra i 2.000 e i 10.000 abitanti, dove resistono pratiche di vicinato e di relazioni sociali strutturate. La discreta percentuale praticata poi nelle aree metropolitane (3,4%), si deve al fatto che lì vivono le classi più agiate, propense anch’esse ad attività di questo tipo.

Guardando in casa nostra invece, dunque riferendoci nello specifico al caso pugliese, non si può fare a meno di notare che la regione si ferma al terzultimo posto fra quelle italiane per numero di volontari. Certo il Rapporto fa sapere che i pugliesi che si impegnano poi lo fanno per un numero di ore che supera quelle medie nazionali. Tuttavia questa gente resta in numero limitato: il 2,1% degli abitanti, superando solo Calabria e Campania. Nel tacco d’Italia fanno volontariato l’1,7% delle donne e il 2,4% degli uomini, per la maggior parte in età compresa fra i 45 e 54 anni. Come nel resto del Paese poi, è chi ha una laurea che resta più predisposto a questo genere di attività. I laureati volontari della regione sono il 6,1%, invece solo il 2,7% i diplomati. Infine, quelli con un lavoro sono il 2,6%, mentre le casalinghe e i pensionati si fermano rispettivamente all’1,2% e al 2%.

“In conclusione”, spiega il Rapporto “se mettiamo a confronto tutte le categorie esaminate, la probabilità di far parte di un’associazione di volontariato è massima tra i laureati e tra coloro che dispongono di elevate risorse economiche; è, comunque, superiore alla media tra gli uomini, i 45-64enni, i diplomati, gli occupati, gli studenti e i pensionati e tra coloro che hanno un reddito famigliare auto-valutato come adeguato alle proprie esigenze”.

Le associazioni sono avvisate.


Fonteit.wikipedia.org
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Andrea Colasuonno
"Andrea Colasuonno nasce ad Andria il 17/06/1984. Nel 2010 si laurea in filosofia  all'Università Statale di Milano con una tesi su Albert Camus e il pensiero meridiano. Negli ultimi anni ha vissuto in Palestina per un progetto di servizio civile all'estero, e in Belgio dove ha insegnato grazie a un progetto dell'Unione Europea. Suoi articoli sono apparsi su Nena News, Lo Straniero, Politica & Società, Esseblog, Rivista di politica, Bocche Scucite, Ragion Pratica, Nuovo Meridionalismo.   Attualmente vive e lavora a Milano dove insegna italiano a stranieri presso diversi enti locali".

2 COMMENTI

  1. Ciao, Andrea.
    Sono un tuo collega, laureato in storia e filosofia con molti anni in groppa. Tu hai quasi l’età di mia figlia, la più picciola, nata il 1985 che lavora all’Università di Manchester per una borsa di studio in biotecnologia molecolare.

    Ho apprezzato il tuo articolo, ricco di dati comparati tra di loro.

    Mi piacerebbe sapere dove hai attinto le preziose informaioni.

    Grazie.

    Ub abbraccio

    Domenico

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