Eppure si era orgogliosamente definita “razzista al 100%, lombarda, proprio di Salvini!”

«Per me lei è una cretina» questo il sintetico commento espresso da Matteo Salvini a   commento delle parole con cui la proprietaria d’un appartamento nell’hinterland milanese, in un messaggio WhatsApp, s’era rifiutata di darlo in affitto alla giovane Deborah Prencipe, foggiana d’origine, trasferitasi a Milano con la famiglia a soli 9 anni ed ivi residente dall’ormai lontano 2000!

A giustificazione del suo diniego la donna, che orgogliosamente si definisce una «salviniana razzista», ha addotto un argomento di ferro sul piano sia logico che culturale: «Rom, neri e meridionali sono tutti uguali»!  Facile, troppo facile, darle della cretina fingendo di non sapere che, di questo pericoloso rimbambimento di massa al quale ci tocca assistere (che chissà quali altre sorprese rischia di prepararci) proprio chi ora pronuncia retroattivamente certe sbrigative parole di condanna, di fatto ha dato e dà un contributo di tutto rispetto! Del resto c’è poco da meravigliarsi della strategia comunicativa che soggiace alla frase di Salvini: sbeffeggiare, quando serve, quegli eccessi verbali, e non solo verbali, che da lui e dai suoi adepti vengono sistematicamente sollecitati in modo voluto e consapevole.

Ciò che davvero preoccupa invece è constatare ancora una volta come chi ha o dovrebbe avere le più alte responsabilità nella vita pubblica (un fresco ex-ministro degli Interni, ovvero il principale responsabile politico dell’ordine pubblico e quindi della convivenza civile nel nostro paese), non esiti ad utilizzare il proprio ruolo in senso contrario ai doveri istituzionali, ossia al solo scopo di vellicare gli umori peggiori delle masse, salvo poi, quando dalle parole si passa alle azioni, ritrarsi nella più assoluta noncuranza, se non disprezzo, delle proprie responsabilità etiche.

E perché poi etica e politica dovrebbero andare a braccetto? Qualcuno potrebbe chiedere e ho paura che siano in tanti, in troppi oggi a chiederselo, con un sorriso tra il beffardo e l’indifferente e una pigra alzatina di spalle. Per quale motivo questi fatti di cronaca non possono lasciarci indifferenti? La risposta è semplice: perché conosciamo, almeno un po’, la storia. E se è vero che essa non si ripete mai uguale a se stessa, ci sono tuttavia dei sintomi, degli indizi, assai significativi, che, se trascurati, cadono nel vuoto, creano un grande vuoto, che poi quasi sempre è divenuto e diventa terreno di coltura per la nascita di forme regressive e malate di democrazia. La storia antica e la storia recente, entrambe, ne sono testimoni. Non serve richiamarsi immediatamente al fascismo: basti pensare a tanti momenti della fragile e breve vita democratica italiana, dalla nascita della Repubblica ad oggi, nei quali, in modi diversi ma con una struttura di fondo simile, l’indebolimento delle istituzioni, la manipolazione del linguaggio, la percezione dell’altro come nemico da combattere o da distruggere attraverso il pregiudizio e la calunnia, questa miscela torbida ha iniettato germi di tossicità nella convivenza civile, ponendo i presupposti per un degrado civile che inevitabilmente ha finito per contaminare di sé tutto il tessuto politico, già di sua natura estremamente delicato.

Che dire dunque? Forse più che parlare – visto che di chiacchiericcio nell’aria ce n’è già troppo – il tempo che resta, prima che la situazione peggiori, prima che il clima culturale degeneri, dovrebbe essere speso nella vigilanza: non quella delle armi, ma quella dell’intelligenza. In altri termini: mai chiudere gli occhi, avere l’orecchio desto, la mente sveglia, parlare poco e pensare molto, pensare bene, pensare in autonomia, almeno per chi ancora ne è capace. Nel frattempo rimboccarsi le maniche e fare qualcosa, anche poco, ma farlo. Il mondo, il mondo delle piccole cose attorno a noi, vecchi o giovani che siamo, ci interpella, ci scuote, ci chiama in causa, lo fa perennemente, anche quando non ce ne accorgiamo. Le sollecitazioni sono innumerevoli e molti i motivi per indignarsi, ma senza urlare, senza imprecare, senza offendere, piuttosto illustrando con forza e pacatezza le ragioni della civiltà, parlando di diritti e di obblighi reciproci, e sollecitando gli altri a fare la stessa cosa. Non con prediche sterili, non con arringhe gonfie di retorica, ma con la limpidezza delle parole e delle azioni corrette, degne di donne e uomini civili.

L’audio pubblicato da Il fatto quotidiano