
“Mettete dei fiori nei vostri cannoni”, questo è il titolo del concerto organizzato da Saverio Zagaria, durante il quale il Sottoscritto ha avuto l’onore di cantare con donne e uomini di grande talento, e di assistere alla presentazione del libro “Deportati, Internati Militari, Partigiani e Vittime della Vendetta Tedesca della Provincia di Barletta-Andria-Trani”, scritto a quattro mani dal prof. Ippazio Antonio “Pati” Luceri e dal prof. Roberto Tarantino. Si tratta di un poderoso lavoro di ricerca storica, la Storia della Resistenza è stata rappresentata come un fenomeno riguardante esclusivamente o quasi esclusivamente il Centro-nord d’Italia. A riabilitare la memoria del Sud, con le sue donne e con i suoi uomini, i “nostri” partigiani che hanno dato la vita per sconfiggere il mostro nazifascista, è lo stesso prof. Tarantino.
Quale verità storica ci restituisce questo volume, scritto a quattro mani con il prof. Ippazio Antonio “Pati” Luceri? E perché esiste ancora quel retaggio culturale secondo cui il contributo del Meridione d’Italia alla lotta di liberazione e alla Resistenza sia stato quasi nullo e che le vittime, e le stragi, fossero avvenute e fossero appannaggio solo del Centro Nord?
Per anni la complessa e articolata Storia della Resistenza è stata rappresentata come un fenomeno riguardante esclusivamente o quasi esclusivamente il Centro-nord d’Italia. La Resistenza veniva comunemente definita “il vento del Nord”. Ciò avveniva nonostante sin dall’immediato dopoguerra alcuni (pochi) intellettuali e storici avessero colto il determinante apporto del Meridione al moto resistenziale. In poche parole, tale lettura, finiva per confermare lo stereotipo del Nord attivo e operoso e del Sud inerte, pigro e assente.
Innegabilmente fu nelle regioni centro-settentrionali che si sviluppò la Lotta partigiana, così come lì si verificarono le più efferate stragi nazifasciste: Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto-Monte Sole, Vinca, Boves…
Ciò, però, non può e non deve portare alla conclusione che il Sud, con le sue donne e con i suoi uomini, non abbia partecipato alla Resistenza e che i “nostri” partigiani non abbiano anche dato la vita per sconfiggere il mostro nazifascista.
Fatto sta che il concorso dei Meridionali era finito in un cono d’ombra da cui solo recentemente è riuscito a emergere, anche in maniera prepotente. Importanti studi, su tutti quello promosso dall’Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della Società contemporanea “Giorgio Agosti”, hanno documentato e dimostrato una ben diversa realtà: la Banca dati del Partigianato meridionale del Piemonte, ad esempio, raccoglie quasi 8.000 nominativi di partigiani e di partigiane provenienti dal Sud Italia.
Pompeo Colajanni che divenne comandante delle Brigate Garibaldi della Valle Po, con il nome di battaglia di “Nicola Barbato” era siciliano.
Dante Di Nanni, partigiano gappista e Medaglia d’oro al Valor militare alla memoria, morto all’età di 19 anni, era figlio dell’andriese Natale Di Nanni e della barlettana Veronica Corvasce.
La famiglia barlettana Vitrani, ricordata in una lapide apposta su una fontana monumentale, a Coazze (TO) come la “famiglia simbolo della Resistenza italiana” composta da Angela Degno (partigiana con il nome di battaglia “Mamma Vitrani”), da Michele Vitrani suo marito (partigiano) e dai figli Ruggero (partigiano col nome di battaglia “Gero”, fucilato a Torino presso il Poligono Nazionale del Martinetto il 16 gennaio 1945 e Medaglia d’argento al Valor militare alla memoria), Pietro (partigiano fucilato a Giaveno, in via delle Scuole, il 3 dicembre 1944) e Giuseppe Alberto (partigiano con il nome di battaglia “Berto”).
La Brigata partigiana abruzzese Maiella combatté contro i Tedeschi nel territorio d’origine e, poi, risalì l’Italia per proseguire la lotta nelle Marche, in Veneto e in Emilia Romagna dove partecipò alla liberazione di Bologna, il 21 aprile 1945. La Brigata Majella fu l’unica formazione partigiana a essere decorata con la Medaglia d’oro al Valor militare alla bandiera.
Un’attenta analisi – poi – dell’Antifascismo pugliese ci parla di intellettuali incarcerati, deportati, confinati, oppressi, uccisi come Giuseppe Di Vagno o costretti a emigrare per sottrarsi alle persecuzioni del Regime; di semplici cittadini vittime della repressione del dissenso operata dal fascismo; di partigiani in Italia e all’Estero; di militari catturati dopo l’8 settembre 1943 e deportati nei lager nazisti per essersi rifiutati di collaborare con l’ex alleato tedesco e con la Repubblica sociale di Salò.
Nell’ambito della ricerca sull’antifascismo pugliese ha avuto un ruolo di primissimo piano l’Istituto Pugliese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea “Tommaso Fiore” di Bari (IPSAIC), nato negli anni Cinquanta a opera di illustri esponenti dell’intellettualità democratica pugliese e ha prodotto negli anni numerose, innovative pubblicazioni sul tema ad opera del professor Vito Antonio Leuzzi e degli altri storici dell’Istituto.
Sono tanti, spesso sconosciuti, gli internati militari, deportati, partigiani e, in generale, le vittime della follia nazifascista della Provincia BAT. Quali e quante difficoltà ha comportato questo poderoso lavoro di ricerca?
Ricostruire, sia pure attraverso sintetiche schede biografiche, le storie dei partigiani, dei deportati, delle vittime civili, degli antifascisti, degli IMI della provincia di Barletta Andria e Trani e racchiuderli in un unico volume non è stato semplice. Alcuni dei dati riportati nelle oltre 4500 schede, Patti Luceri ed io, li abbiamo ritrovati in testi e saggi già pubblicati, in banche dati, in articoli di giornali e di riviste, nell’Archivio di Stato di Barletta. Altri ancora li abbiamo recuperati dagli archivi storici dei Comitati provinciali dell’ANPI o dagli Istituti storici di tutt’Italia. A volte, siamo stati costretti a scartare alcuni dati e alcuni nomi perché privi di riferimenti a fonti attendibili che ne garantissero veridicità e attendibilità.
Non abbiamo la pretesa di aver prodotto un testo definitivo o di non aver omesso altri protagonisti della Resistenza nati nelle nostre città. Ce ne sono sicuramente altri, tanti altri e speriamo che, con l’aiuto e attraverso una rinnovata attenzione da parte di tutti, possano essere portati alla luce.
Per dare una dimensione del fenomeno che riguarda la provincia, cito la sola città di Andria per la quale abbiamo raccolto i seguenti dati che, ripeto, sono certamente incompleti:
- oltre 650 militari internati nei lager nazisti che rifiutarono di collaborare con l’ex alleato tedesco e con la Repubblica fascista di Salò;
- 40 militari che persero la vita durante l’internamento per il freddo, per la fame, per malattia, a seguito dei bombardamenti alleati o di gratuiti atti di violenza dei loro aguzzini;
- 32 militari catturati dai Tedeschi dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943 che morirono durante i lunghi viaggi verso i lager del Terzo Reich;
- quasi 300 partigiani che combatterono nell’Italia del centro-nord, in Jugoslavia, in Francia, in Grecia e in Albania;
- almeno 10 partigiani caduti in combattimento o giustiziati dai nazifascisti;
- 9 partigiane di cui una (Caterina Martinelli) uccisa nelle rivolte per il pane a Roma (assalto al Forno Tesei del 2 (3) maggio 1944).
Gran parte dei partigiani della BAT erano militari sbandati dopo l’8 settembre 1943 che scelsero la resistenza, altri erano emigrati in regioni e città più ricche in cerca di lavoro o, ancora, erano figli di famiglie di emigranti.
Spesso nelle città dove caddero in combattimento o dove furono giustiziati dai nazifascisti, i “nostri” partigiani sono ricordati con lapidi e monumenti; nelle loro città di nascita, invece, nessuno ne ha memoria. Non le sembra una palese ingiustizia che andrebbe sanata?
Scorge anacronistiche attualità nella scena geopolitica internazionale?
Domanda difficile che richiederebbe una risposta complessa, ma provo a semplificare.
Nel 1945 con le ferite ancora sanguinanti causate dal Secondo conflitto mondiale scatenato dalla follia nazista e fascista, nacque l’Organizzazione delle Nazioni Unite che aveva, tra i suoi obiettivi principali il mantenimento della pace e lo sviluppo di relazioni amichevoli tra le nazioni. Oggi ci sembra che l’ONU abbia perso autorevolezza, senso e significato; ormai le guerre si susseguono con ritmo e intensità sempre crescenti, sono alimentate e alimentano il tanto fiorente quanto immorale commercio di armamenti. Sembra smarrita qualsiasi capacità di prevenire e gestire i conflitti mediante gli strumenti del dialogo, della diplomazia e della politica. La conseguenza è che la barbarie della guerra con le violenze, le distruzioni, le stragi di civili innocenti che inevitabilmente porta con sé, è nuovamente tornata a essere l’unica opzione in campo.
Papa Francesco continua – instancabile – a ripetere le parole più chiare e nette sui rischi che corre l’intera umanità che è caduta in un buio irrazionale dal quale sembra che non voglia o che non sappia uscire. Purtroppo le sue parole restano inascoltate.
Per quanto riguarda la situazione dell’Italia, mi sembra giusto ricordare che la Costituzione repubblicana è nata da quelli che io spesso definisco i “pensieri felici” dei partigiani che combattevano sulle montagne e nelle città, degli internati militari italiani nei lager nazisti, dei perseguitati dal regime fascista che sognavano una nuova Italia finalmente unita, libera, democratica, solidale che garantisse a tutti un lavoro dignitoso, che ripudiasse la guerra, che tutelasse la libertà di pensiero e di espressione, che non lasciasse nessuno indietro.
Mi sembra che oggi stiamo assistendo a tentativi di stravolgimento della delicata impalcatura costituzionale tanto voluta e tanto faticosamente costruita: il progetto di una autonomia differenziata rischia di allargare le diseguaglianze tra cittadini e tra territori (soprattutto tra Nord e Sud), di rompere l’unità nazionale diversificando i diritti sociali e civili dei cittadini che smetterebbero di essere tutti uguali.
Con il premierato, poi, (anche se non si conoscono ancora per intero i dettagli del progetto) il ruolo del Presidente della Repubblica e quello del Parlamento verrebbero depotenziati rispetto ai poteri del Premier e del Governo, creando – di fatto – un eccessivo concentramento di potere nelle mani dei pochi e scardinando l’attuale equilibrio tra i poteri dello Stato.
Che fine farebbe la Repubblica parlamentare, voluta dalla Costituzione per evitare possibili derive autoritarie e che prevede un’equa e bilanciata divisione dei poteri? Non si correrebbe il rischio di andare verso una oligarchia con un eccessivo potere nelle mani di pochi (il premier e il Governo)?
L’ANPI è apertamente schierata contro l’autonomia differenziata e contro ogni ipotesi di premierato: due battaglie che è pronta a combattere in difesa della Costituzione antifascista.
Che ruolo assume l’A.N.P.I. nella promozione della memoria della Resistenza e nella custodia e nell’attuazione dei valori della Costituzione?
L’ANPI, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia nasce a Roma il 6 giugno 1944 mentre il Nord è ancora sotto l’occupazione nazifascista. Già nel suo primo Statuto sono evidenziati chiaramente gli obiettivi della neonata associazione, tra i quali:
- restituire al Paese una piena libertà e favorire un regime di democrazia per impedire in futuro il ritorno di qualsiasi forma di tirannia e assolutismo;
- far conoscere e valorizzare il contributo portato alla causa della libertà dalle partigiane e dai partigiani;
- far valere e tutelare il diritto dei partigiani, acquisito nella Lotta di Liberazione, di partecipare in prima linea alla ricostruzione morale e materiale del Paese;
- contribuire a lenire la piaga della disoccupazione attraverso il riconoscimento del diritto al lavoro
L’ANPI, che conta oggi circa 150.000 iscritti, è sempre in prima linea nella custodia e nell’attuazione dei valori della Costituzione, della Democrazia e nella promozione della memoria di quella grande stagione di conquista della libertà che fu la Resistenza. Chi vuole attaccare l’ANPI dice che è un’associazione fuori tempo perché “i partigiani sono tutti morti; chi sono questi abusivi”? A queste accuse, rispondiamo che noi oggi ci sentiamo partigiani della Costituzioneperché, come dichiarò Antonio Gramsci nel suo famoso “Odio gli indifferenti”: “Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano”. Noi abbiamo scelto chiaramente da che parte stare: dalla parte della Costituzione. Sotto la bandiera dell’ANPI accogliamo tutte le donne e tutti gli uomini che si riconoscono nei valori dell’antifascismo.
Oggi l’ANPI è impegnata:
- in difesa della pace e dei diritti umani;
- per riaffermare il diritto di ogni cittadino a “manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” e a “riunirsi pacificamente e senz’armi”;
- per un’informazione libera e indipendente;
- per la creazione di una memoria attiva nelle scuole e per la trasmissione ai giovani dei valori della Resistenza e della Lotta di liberazione da cui è nata la nostra Costituzione;
- per il contrasto di ogni neofascismo;
- per il sostegno alle politiche di accoglienza e integrazione degli immigrati, contro ogni forma di razzismo;
- per la verità sulle stragi naziste e fasciste del 1943/45, comprese quelle avvenute nel settembre 1943 nel nostro territorio e, più in generale, nel Sud d’Italia;
- per la riaffermazione del diritto fondamentale a un lavoro dignitoso;
- per promuovere la più ampia partecipazione dei cittadini alla vita pubblica e contrastare il preoccupante fenomeno dell’astensionismo;
- per un forte contrasto delle le mafie, della criminalità organizzata e della criminalità economica;
- CONTRO ogni tentativo di attaccare, di scardinare, di stravolgere la Costituzione che, ricordiamolo, è la più bella del mondo! Va solo attuata, non modificata.



























