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L’emozione è ciò che ci rende vivi

In un tempo dominato dalla razionalità economica, dalla performance e dalla logica del risultato, parlare di emozioni rischia di sembrare anacronistico. Eppure mai come oggi, in una società globalizzata ma emotivamente disorientata, tornare a riflettere sul ruolo dei sentimenti è non solo attuale, ma urgente. I giovani crescono in un mondo dove la connessione digitale è continua, ma i legami autentici si fanno più fragili, dove l’individualismo viene premiato e la vulnerabilità vista con sospetto, dove la pressione al successo inibisce la possibilità di sbagliare e di sentire profondamente. È in questo contesto che diventa necessario riscoprire il pensiero di David Hume, filosofo scozzese del Settecento, che più di due secoli fa tracciò un’immagine dell’essere umano profondamente diversa da quella dominante nel pensiero moderno.

Hume, nel suo Trattato sulla natura umana, demolì l’idea cartesiana di una ragione fredda e sovrana, mostrando come l’uomo fosse innanzitutto un essere mosso dalle passioni. La frase che forse meglio sintetizza il suo pensiero  “la ragione è, e deve essere, schiava delle passioni”, non è uno slogan provocatorio, ma una diagnosi radicale dell’esperienza umana. Secondo Hume, non possiamo compiere alcuna scelta senza essere spinti da un’emozione, da un desiderio, da un’affezione. L’agire non è guidato da princìpi astratti o da calcoli logici, ma da ciò che sentiamo. Persino i giudizi morali, che siamo abituati ad associare a riflessioni razionali e norme universali, hanno alla base una dimensione emotiva: ci muovono la simpatia, l’indignazione, la compassione, l’ammirazione. Questa intuizione, che all’epoca fu accolta con sospetto da molti pensatori razionalisti, oggi trova conferma nelle più recenti scoperte neuroscientifiche e psicologiche. Il lavoro di studiosi come Antonio Damasio ha dimostrato che le emozioni non solo accompagnano il pensiero, ma lo rendono possibile. I suoi studi clinici su pazienti con lesioni cerebrali nelle aree preposte all’elaborazione emotiva hanno mostrato che, pur mantenendo intatte le capacità logiche, questi soggetti non riuscivano più a prendere decisioni. La mente senza emozioni non funziona: non sa orientarsi, non sa scegliere. Le emozioni ci danno la direzione, la motivazione, il senso delle cose.

Per Hume, la “simpatia”, parola che potremmo tradurre oggi come empatia, è la chiave della nostra moralità. Non si tratta di una debolezza o di un sentimento vago, ma di una vera e propria facoltà cognitiva: è la capacità di mettersi nei panni degli altri, di sentire con loro, di immaginare le loro emozioni come fossero le nostre. È questa esperienza immediata, pre-razionale, che ci permette di riconoscere la sofferenza dell’altro come significativa, come moralmente rilevante. Da qui nasce la possibilità di una società giusta e solidale. Hume ci ricorda che non basta spiegare cos’è il bene: bisogna poterlo sentire. La ragione può indicarci mezzi e strategie, ma il fine, ciò per cui vale la pena agire, nasce sempre da una motivazione affettiva.

Tutto questo ci invita a riflettere sul ruolo che le emozioni dovrebbero avere nella scuola. Un’istituzione che oggi, troppo spesso, forma solo alla competenza tecnica, alla prestazione, alla conformità, rischia di lasciare fuori proprio ciò che rende l’essere umano capace di vivere con senso e con gli altri. La scuola dovrebbe essere il luogo in cui si impara a conoscere le proprie emozioni, a nominarle, a esprimerle, a condividerle, a comprenderle. Un luogo in cui non ci si vergogna della vulnerabilità, ma la si riconosce come elemento comune, umano, generativo di relazione. È difficile ignorare i segnali che arrivano dai ragazzi: ansia, solitudine, stress, mancanza di motivazione, difficoltà nelle relazioni. Fenomeni come il ritiro sociale (hikikomori), la rabbia diffusa in rete, le derive di misoginia e isolamento affettivo che danno origine a subculture come quella degli “incel”, giovani che si sentono esclusi dalle relazioni sentimentali e reagiscono con aggressività, non sono episodi isolati, ma manifestazioni di un disagio emotivo profondo. In tutti questi casi, manca uno spazio di elaborazione, una cultura della condivisione, una grammatica del sentire. Manca, in sostanza, quell’educazione sentimentale che Hume già indicava come fondamento della vita morale e sociale.

Oggi più che mai, la scuola dovrebbe raccogliere questa eredità e farne un progetto educativo. Non si tratta di psicologizzare l’insegnamento, né di sostituire le discipline con percorsi emozionali generici. Si tratta, al contrario, di integrare le emozioni nella didattica, nella lettura dei testi, nella discussione, nella valutazione. Leggere un romanzo di formazione, discutere un evento storico, esplorare un’opera d’arte o una poesia, riflettere sui dilemmi etici della scienza o della tecnologia: ogni disciplina può diventare un’occasione per sviluppare intelligenza emotiva, per comprendere le passioni che muovono gli individui e i popoli. Anche il dialogo tra pari, il confronto aperto e non giudicante, l’ascolto reciproco, dovrebbero diventare strumenti quotidiani per costruire quella sensibilità morale che Hume poneva al centro della vita comune.

La consapevolezza che le emozioni sono anche culturalmente modellate, come insegna l’antropologia moderna, ci ricorda inoltre che educare al sentimento significa anche educare alla diversità. Le emozioni non sono universali nel modo in cui le viviamo o le esprimiamo. Rabbia, vergogna, felicità, senso di colpa, paura: ogni cultura attribuisce a queste esperienze significati differenti, modelli espressivi e valori specifici. Comprendere questa variabilità significa formare cittadini più attenti, più empatici, più rispettosi. La scuola, in questo senso, può diventare anche uno spazio di decostruzione degli stereotipi emotivi, di apertura all’altro, di costruzione di comunità.

In un’epoca in cui perfino l’intelligenza artificiale è in grado di riconoscere e simulare emozioni, ma non di viverle, l’essere umano resta ancora l’unico capace di sentire con profondità, di provare gioia autentica, dolore vero, amore, compassione. L’emozione non è una funzione meccanica: è un processo incarnato, vissuto, trasformativo. È ciò che ci rende vivi. Educare alle emozioni significa, in ultima istanza, educare all’umanità. Riscoprire David Hume in questo contesto non è un’operazione accademica, ma un gesto profondamente politico e pedagogico. Hume ci offre una visione dell’essere umano in cui il sentimento non è debolezza, ma fondamento della morale, della conoscenza, della società. Rileggerlo oggi significa proporre un nuovo modello educativo, in cui la testa e il cuore tornino a dialogare, in cui il sapere non sia separato dal vivere, in cui la scuola sia luogo non solo di istruzione, ma di formazione integrale della persona.


FontePhotocredits: https://elements.envato.com/multicultural-friends-in-blue-jeans-sitting-on-cha-Y3WEQAW
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Yuleisy Cruz Lezcano nata a Cuba, vive a Marzabotto, Bologna. Lavora nella sanità pubblica, laureata in scienze biologiche e con una seconda laurea magistrale in scienze infermieristiche e ostetricia, presso l’Università di Bologna. Ha pubblicato diciotto libri a seguito di riconoscimenti e premi in concorsi. Due dei libri pubblicati sono in spagnolo/italiano e il penultimo in spagnolo/ portoghese è stato pubblicato in Portogallo. Si occupa di traduzioni in spagnolo, facendo conoscere poeti italiani in diverse riviste della Spagna e del Sudamerica e, in modo reciproco, facendo conoscere poeti sudamericani e spagnoli in Italia. Collabora con blogs letterari italiani, di America Latina e di Spagna. La sua poesia italiana è stata tradotta in francese, spagnolo, portoghese, inglese, albanese.