Certo passerà… ma nel frattempo: facciamo la cosa giusta.

Un virus è un’entità che vive (?) esclusivamente in funzione dell’obiettivo di replicarsi a ritmi esponenziali e – se possibile – adattarsi all’ambiente in modo da poter diventare sempre più pericoloso e aggressivo, magari – come potrebbe essere accaduto con il covid19 – facendo un “salto di specie”. Un virus non ha paura, indecisioni, alternative. Un virus non sceglie. È programmato per colpire inesorabilmente dove ha più possibilità di successo. Un virus non conosce fake news. È apolitico, aconfessionale, non tifa per la juventus o l’inter, non legge né Repubblica, né il Giornale, se ne “catafotte” di Salvini come di Conte, ma non è qualunquista. Non è razzista è un globe-trotter. Di solito è apolide, di sicuro non è mai “straniero”. Un virus non è né buono né cattivo, trascende le categorie del bene e del male, anche se fa il male, anche se fa il bene. Sì, perché, come racconta il romanzo Andromeda di Michael Crichton, insieme con i batteri e gli altri agenti patogeni che attaccano senza sosta il nostro organismo, i virus potrebbero essere persino indispensabili per la sopravvivenza della specie homo sapiens. Pensiamo al coronavirus senza rancore, quindi.

La nostra umanità, sospesa tra la terra e il cielo, con il suo impasto di povera argilla irrimediabilmente contaminato da narcisismi, irrazionalità, superficialità, egoismo, invece, può essere un formidabile alleato del micro-organismo. Noi possiamo scegliere e dobbiamo scegliere di essere lucidi, orientati, determinati, come il virus, contro il virus. Troppe ordinanze, troppi decreti, troppe prescrizioni, minacce, sanzioni, ancora troppe manifestazioni di irresponsabilità. L’inventario è inutile. Troppe polemiche, troppa saccenza, troppe divisioni. Non è il momento. Magari i conti li faremo dopo, se non sarà meglio intonare la tarantella di Peppino Fiorelli, «Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto,chi ha dato, ha dato, ha dato, scurdámmoce ‘o ppassato, simmo ‘e Napule paisá!». Si vedrà.

Ancora Napoli, ancora il 1945. Terminata da poco la seconda guerra mondiale, la città, prostrata dai bombardamenti e da un’eruzione del Vesuvio, esprimeva una condizione di desolazione materiale e morale che Edoardo De Filippo interpretò mirabilmente nella commedia “Napoli milionaria”. Due battute segnano, più di altre, questo testo meraviglioso: «Chi prima, chi dopo, ognuno deve bussare alla porta dell’altro». E soprattutto: «Mo avimm’aspetta’, Ama… S’ha da aspetta’. Comme ha ditto o’ dottore? Ha da passà ‘a nuttata». L’espressione dolente della consapevolezza che, dopo aver fatto tutto quanto era possibile per la guarigione della piccola paziente, la sorte farà il suo gioco. Un atteggiamento che non è per nulla fatalistico. Edoardo, come il viandante del Profeta Isaia, interroga la sentinella nel cuore più tenebroso della notte: custos, quid de nocte?  Noi siamo la notte, noi siamo l’alba. Certo passerà, la natura prima o poi chiuderà il conto con il piccolo mostro. Quando e a che prezzo, dipende (anche) da noi. Facciamo la cosa giusta.