
Nell’abisso della Shoah
Tratto dal libro del 2013 di Jack El-Hai “The Nazi and the Psychiatrist: Hermann Göring, Dr. Douglas M. Kelley, and a Fatal Meeting of Minds at the End of WWII”, “Norimberga” è un film, scritto e diretto da James Vanderbilt, incentrato sull’orrore dell’Olocausto, uno sguardo al passato che non può esimersi dal concentrarsi sulle brutture belliche del presente.
Le straordinarie interpretazioni di Russell Crowe e Rami Malek nei ruoli del braccio destro di Hitler, Göring, e dello psichiatra Kelley, riflettono i crimini dell’impero nazista di fronte alla storia. Il processo di Norimberga è un evento che ha cambiato per sempre le coscienze, il giudizio dirimente fra l’esecuzione degli ordini e la personificazione del male, il palcoscenico sul quale tutti siamo attori protagonisti di una colpevole indifferenza, proprio come accade, d’attualità, nella Striscia di Gaza o lungo i territori ucraini.
La figura espansa di Crowe incarna l’ambigua struttura del Maresciallo del Reich, il rapporto inverso fra dottore e paziente che diventa transfert di mind games, bugie che nulla possono contro l’ego spropositato dell’indefessa lealtà al Fuhrer, la vanità come unica arma per incastrarsi nel naturale corso di un’umanità torturata e massacrata, l’arringa stantìa e supportata del Giudice Jackson, alias Michael Shannon.
James Vanderbilt affronta con solennità un momento cruciale che lascia spazio alla seduzione scenica, costruendo un’urgenza morale fatta di dialoghi veloci e gesti eclatanti, confezionando un prodotto accessibile per un teatro dell’assurdo. Il film si muove così in una tensione continua dove le schermaglie verbali rendono tutto più solido, curato e professionale. La gravità storica resta sempre lampante, ma raramente capace di incidere.
“Norimberga” affonda nell’abisso della Shoah senza, tuttavia, riuscire, interamente, a riemergere, gli occhi dello spettatore restano increduli davanti ad una tragedia dall’amaro gusto moderno.























