E prosegue: «Sono stato in Libia e ho visto in che modo vengono trattati i migranti. Per i trafficanti di uomini si tratta di nient’altro che merce. Non c’è spazio per la pietà. Le torture sono la norma. Gli stupri la regola»

Nello, Lei ha fatto parte dell’equipaggio della Sea Watch e ha partecipato fisicamente e attivamente ad azioni di salvataggio di vite umane. La sua vita da quel momento è uguale? Se non lo è, perché?

Negli ultimi mesi ho partecipato a diverse missioni, in particolare con gli spagnoli di Proactiva Open Arms, la missione italiana Mediterranea e Sea Watch. In realtà non avrei dovuto far parte dell’equipaggio perché da giornalista intendevo osservare e raccontare. Ma poi, quasi senza accorgermene, mi sono trovato a svolgere un minimo di addestramento, svolgendo servizi a bordo e anche di vedetta, compresa la navigazione notturna. Insieme a colleghi della stampa internazionale abbiamo potuto così raccogliere informazioni che si possono ottenere solo durante la navigazione in mare aperto. Ascoltando le comunicazioni radio, leggendo i messaggi di allerta sui computer della plancia di comando, e incontrando anche quei migranti che a bordo di imbarcazioni improbabili affrontano il mare e sfidano la sorte. Non so dire in che misura questa esperienza possa cambiare una persona, specie se abituata a situazioni non sempre facili. In generale però posso dire che nel mio modo di osservare e raccontare si sono aggiunti dei tratti nuovi, anche a costo di “prendere parte”.

Gli investigatori della Corte penale internazionale dell’Aja hanno acquisito l’ultimo rapporto in cui l’Onu riporta gli orrori che si compiono in Libia nei confronti dei migranti. Lei ci saprebbe dire altro? E descrivere nei fatti quello, che in Libia, sta succedendo?

Già da un paio d’anni la procura presso la Corte penale indaga su ciò che avviene in Libia e agli atti dell’inchiesta ci sono anche i reportage sul campo di “Avvenire”. Sono stato in Libia e ho visto in che modo vengono trattati i migranti. Per i trafficanti di uomini si tratta di nient’altro che merce. Non c’è spazio per la pietà. Le torture sono la norma. Gli stupri la regola. Abbiamo visto e raccontato l’inferno attraverso le voci e le cicatrici dei migranti. Oggi nel Paese si trovano circa 660mila stranieri ma meno di 6mila, per quanto imprigionati, sono sotto la custodia delle autorità. La gran parte dei migranti, dunque, è alla mercé di bande criminali. Molti vengono uccisi, perché inservibili come schiavi o per monito. Di tanto in tanto vengono rinvenute delle fosse comuni e quando un giorno avremo una cognizione completa di quanto accade, molti dovranno vergognarsi per avere taciuto o per essersi voltati dall’altra parte.

Secondo Lei, dopo il summit di dicembre a Palermo con Al Serraj e il presidente dell’Alto consiglio di Stato Khaled Al Meshri, il governo gialloverde per risolvere l`emergenza umanitaria libica cosa ha fatto, oltre a chiudere i porti?

Il vertice di Palermo, nonostante le buone intenzioni, è stato un fallimento. Non vi è stato alcun progresso in tema di diritti umani e neanche verso la stabilizzazione del Paese. In queste ore il generale Haftar, che il governo italiano si illudeva di avere in parte addomesticato facendolo rinunciare ai propositi di un’avanzata del suo esercito, sta ultimando la presa di alcuni dei principali giacimenti petroliferi, molti dei quali gestiti da compagnie italiane. Per contro, non è stato costruito nessun nuovo campo di raccolta per i migranti i barconi continuano a salpare sotto gli occhi della cosiddetta Guardia costiera libica. Le elezioni, che secondo i negoziatori di Palermo sarebbero avvenute forse entro l’estate 2019, sono in realtà lontanissime e quando dovessero celebrarsi la Libia sarà un Paese irrimediabilmente diviso.

Pertanto, secondo Lei, difronte a questo quadro mondiale di politiche sovraniste, da Trump ad Orban, da Salvini a Bolsonaro, che stanno violando i valori e i principi costitutivi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, qual è la posizione del giornalismo cattolico?

Il giornalismo, non importa che sia cattolico o meno, ha il compito di osservare e raccontare. Soprattutto ha il dovere non solo di descrivere i fatti, ma di metterli in collegamento tra loro, perché questa è l’epoca della “Terza guerra mondiale combattuta a pezzi”, come ricorda Papa Francesco, e noi dobbiamo comporre questi pezzi cercando di trovare il filo che li lega e gli interessi che spingono alla moltiplicazione dei conflitti. L’essere cattolico, poi, impone uno sguardo comunque di speranza, perfino la ricerca di quei segni di profezia che molto spesso capita di incontrare ma che tante volte non sappiamo leggere.

Pochi giorni fa Le è stato conferito, dall’Ufficio Comunicazioni sociali della Cei e dal Dicastero Vaticano per la Comunicazione, il Premio Giornalistico Emilio Rossi. Ad intra, nella Chiesa, come viene percepita e giudicata la visione profetica ed evangelica di Papa Francesco, il quale si schiera dalla parte dei poveri?

Il riconoscimento è stato per me una vera sorpresa. In passato avevo ricevuto premi da ambienti “laici”, e questo per certi versi credo dimostri la progressiva emancipazione dai pregiudizi che troppo spesso ricadono sulla stampa di ispirazione cattolica. Ma ottenere questo incoraggiamento da istituzioni come la Santa Sede, la Conferenza episcopale italiana, l’Ordine dei giornalisti e l’Unione della stampa cattolica, non mi lascia indifferente. Anche perché in questi anni ho dedicato molte ricerche intorno a Papa Francesco e anche alle resistenze che incontra. Anche nella Chiesa c’è la tentazione di lasciarsi sedurre dal potere, e perciò la preferenza per i poveri può apparire, a seconda dei punti di vista, antiquata o troppo “schierata”.  Ma non credo che l’attenzione per gli ultimi sia una “opzione”. Semplicemente, è lo spirito del nostro credere.

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Nello Scavo, cronista di Avvenire, uno dei tre giornalisti insigniti del Premio Emilio Rossi, attribuito quest’anno – a dieci anni dalla scomparsa dell’ex direttore del Tg1 – dall’Unione cattolica della stampa italiana (Ucsi), dall’Ufficio Comunicazioni sociali della Cei e dal Dicastero Vaticano per la comunicazione.

Le sue inchieste sono state rilanciate dalle principali testate del mondo, fra cui The New York Times, The Washington Post, The Independent, Le Monde, Huffington Post, La Croix, Bbc, Cnn, Clarin, La Nacion, El Pais, El Mundo e altri.

Negli anni, ha indagato sulla criminalità organizzata e il terrorismo globale, firmando servizi da molte zone «calde» del mondo come la ex-Jugoslavia, la Cambogia e il Sudest asiatico, i paesi dell’ex Urss, l’America Latina, il Corno d’Africa e il Maghreb.

Nel settembre 2017 è riuscito a introdursi in una prigione clandestina degli scafisti libici, raccontando in presa diretta quali siano le condizioni dei migranti intrappolati. Nel 2016, dopo avere percorso e raccontato per oltre un anno la rotta terrestre dei Balcani, insieme a carovane di profughi, è stato in Siria scoprendo le catacombe dove sono tornati a vivere i cristiani sotto i bombardamenti.

Nel 2011 è stato tra i primi al mondo a entrare insieme a Cnn, Reuters e New York Times nella città di Mogadisho, mentre la capitale somala veniva devastata da una nuova ondata di combattimenti.

Nel gennaio 2019 è stato il primo giornalista a salire a bordo della nave Sea Watch 3 che per tre settimane è stata bloccata in mare dopo avere soccorso, con la Sea Eye, 49 migranti a cui non era stato permesso di sbarcare.


FontePhoto credits: Sabino Liso
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Geremia Acri
So che tutto ha un senso. Nulla succede per caso. Tutto è dono. L'umanità è meravigliosa ne sono profondamente innamorato. Ciò che mi spaventa e mi scandalizza, non è la debolezza umana, i suoi limiti o i suoi peccati, ma la disumanità. Quando l'essere umano diventa disumano non è capace di provare pietà, compassione, condivisione, solidarietà.... diventa indifferente e l'indifferenza è un mostro che annienta tutto e tutti. Sono solo un uomo preso tra gli uomini, un sacerdote. Cerco di vivere per ridare dignità e giustizia a me stesso e ai miei fratelli, non importa quale sia il colore della loro pelle, la loro fede, la loro cultura. Credo fortemente che non si dia pace senza giustizia, ma anche che non c'è verità se non nell'amore: ed è questa la mia speranza.