Avrebbe dannato l’anima per il sorriso di un innocente, un bimbo qualsiasi

L’uomo scese velocemente le scale per aprire la porta. C’era confusione sull’uscio, chiacchiere e gente che si muoveva. Qualcuno aveva battuto più volte sul legno per costringerlo ad unirsi a loro. Prese al volo il mantello e uscì. Non comprese subito. Mai aveva visto tanta gente nel suo borgo tutta assieme. Le donne erano le più rumorose. Le nere cornacchie accompagnavano le parole coi gesti di mani e braccia al vento come pale di mulino.

Si mossero all’unisono, come un fiumiciattolo arrivarono in piazzetta perché era lì, tutto a tiro di schioppo. Il prete era sul sagrato immobile, tonaca e volto nero e impenetrabile. Il torrente di gente convergeva a casa di Nunzia, la bella e procace signora venuta dal nord che le altre donne non amavano. Sempre con quegli abiti succinti e colorati, sempre che guardava dritto in faccia e non cedeva il passo a nessuno, nemmeno al conte. Entrarono che era aperto. Nunzia era a letto mezza nuda. Ferma, immobile che la pelle era ancor più bianca a contrasto del rosso del sangue. Il marito, quell’essere insignificante e piccolo appariva davvero un moscerino. Seduto alla tavola, che tavolo e letto era un tutt’uno in quella piccola abitazione, stava incantato. Come una mosca con gli occhi neri gonfi e immobili e guardava il muro.  Una moglie così era una rogna sì. Ma a lui bastava il fiasco di vino e un pacco di nazionali senza filtro. Cos’era mutato? Cos’era andato storto? Il piccolo dov’era?

Il pubblico rumoroso si era zittito ora e passava in rassegna la scena come la sera dei sepolcri, quando si andava in chiesa a guardare le statue dei misteri. Silenzio, angoscia e curiosità. La donna morta sdraiata in un amplesso senza fine, il marito insetto imbalsamato, una testa di capelli neri ricci e familiari che spuntava sotto la tenda dell’angolo.

L’amante era stato preso mentre era di spalle, non si era difeso perché Nunzia rideva forte e se qualcuno ride che può succedere? L’uomo guardava ma non provava nulla, era come vedere qualcosa di lontano.

Vide il suo mantello sulla madia, eppure lo aveva indosso.

Tornò a casa che diveniva buio. Tanto sarebbe arrivato il podestà  per quel disgraziato e il prete per benedire le salme. Sarebbero usciti i giornali sull’accaduto e non era sempre colpa della guerra. Del bimbo ancora nessuna traccia.

Di lontano la sua casa brillava. Non erano candele a più non posso, c’era come un sole che illuminava da dentro. Arrivarono donne vestite stranamente che lo sfiorarono e non lo videro.

Con l’alba tutto ricominciò. Era condannato a vedere senza essere visto, a tornare sulla scena del delitto per un numero di volte infinito, comprese di essere un fantasma che viveva senza vivere, guardava e non sentiva, ricordava e subito dimenticava. Non soffriva, non gioiva. Una cosa sola gli mancava.

Non il cibo o il sole o la gente o la moglie o il cavallo. Né la politica e le camice nere e la gloria e la sicurezza. Non i terreni arati e il cielo. Neanche il suo cane. Non la voglia di prendersi tutto anche se era di un altro. Non gli mancava l’aria, le liti col curato, le rose di maggio, il camino acceso.

Avrebbe dannato l’anima per il sorriso di un innocente, un bimbo qualsiasi. Perché il perdono, si sa, ha il volto da infante.