«Il castigo del delitto sta nell’averlo commesso; la pena che vi aggiunge la legge è superflua»
(Anatole France)

Entrare a spallate in una discussione, al solo scopo di dare un giudizio, proprio non serve. A volte succede l’opposto. Una persona educata e priva di malignità, spesso capita che viene quasi spinta dall’esterno ad entrar, controvoglia, in un ragionamento avventato. Così  viene coinvolta e, magari ne subisce eventuali conseguenze morali. Nei momenti in cui non v’è alcun modo di glissare certe situazioni e rendersi foriero, almeno per alleggerirsi di qualche minaccia che provenga da qualche saputello, il quale crede intendersi di tutto e di guerre, più di un generale pluridecorato o di Napoleone Bonaparte: è meglio stare al gioco in un silenzioso mutismo.

Diciamolo pure che il pensare col proprio cervello ed esternare concetti da esso concepiti, si corre il rischio di mettersi contro gli speculatori in malafede, i cosiddetti filosofi del “Tutto va bene, ma…!”. Ma almeno, dico io, ci si mette del proprio e uno non si limita ad annuire tentennando il capo, come un pupo siciliano.

L’inquietudine, l’affanno, il disagio che se ne ricava, avendo rapporti con simili “pensatori da strapazzo”, scadenti dal punto di vista etico, non sublimano e non innalzano alcun valore fruttifero nel quietare un animo, già di per sé sereno, come di chi scrive. Ma non si può essere altrimenti che turbato, nel leggere, nell’ascoltare, nel guardare immagini simili: devastanti, traumatizzanti, inconcepibili dal punto di vista, sia comprensivo, sia umano. Se la mente e l’occhio sono solito pensare e guardare a delle cose in ordine, sarà poi difficile immaginare e accettare che si comportino così difformemente.

Quando l’umanità arriva ad erigere di questi “ideali” è segno che le fondamenta, le basilari, ferree gettate di conglomerato, non sono per nulla compatte e, quindi, non indicativamente adatte allo scopo,  del quieto vivere, della pace.

Le allucinanti azioni intraprese, eterogenee dal punto di vista aggressività, denotano  la  scarsa associazione affettiva, nel mantenere l’equilibrio necessario per la conservazione della nostra tormentosa specie umana, sulla terra. La Terra stessa si sente oltraggiata,  abbandonata e in balia dell’uomo, dopo avergli dato i natali, per ritrovarsi ripagata con la deturpazione.

Ecco le crisi! Le incomprensioni, i dissidi, le ragion proprie messe come paletti: al dialogo, al buon senso, alla creatività, piuttosto che allo sfacelo impulsivo e, magari programmato. È una via del non ritorno, quella intrapresa da alcuni personaggi, pezzi da novanta? in concordia, ahimè, coi loro pari e con lassa coscienza: senza tener conto di saggi consensi.

Mi vien da pensare ad una grande orchestra con un bravo direttore appena uscito da un ristorante, dopo aver fatto bisboccia, con degli amici, a base di succulenti cibi e di tintinnanti calici, pieni di “licor lieti”, afferma Parini, nel suo Poemetto satirico “Il Giorno”. Ma quanti “giovin signori”, ubriachi di potere, si contano ai nostri giorni? La pusillanimità di questi alienati dittatori, è nota a tutti: lo dimostra il fatto che essi hanno più nascondigli dove nascondersi che ragioni nel comportarsi savi.

Lo scoramento che essi producono, attraverso gli elementi dinamici di comportamenti discutibili, è tale: da mettere, in stato d’apprensione, la più serena, pacata struttura di saggezza.

Uomini ordinari e uomini straordinari. Così li descrive Fёdor Dostoevskij, in “Delitto e castigo”. Quelli cosiddetti ordinari, le persone che dimostrano perizia e pacatezza, sono ritenuti i conservatori “status quo” della vita serena ma stagnante; gli altri, invece, gli straordinari, sono i Caterpillar, i demolitori che aggrediscono il manu factum, passandoci sopra, con l’intento, a lor sentire, di rinnovamento.

Scismatico di nome e di fatto, Raskòl’nikov. Personaggio di spicco del romanzo in questione, esasperato, carico di un particolare odio interiore, tanto da portarlo agli omicidi di una donna usuraia e di sua sorella Lizaveta.

La sua condizione di povertà e di sfaccendato lo porta ad una forma paradossale di alienazione mentale, ma non certamente demenziale, dal momento che è munito e ne fa oculatamente sfoggio, spesso dissimulandola, di forbita, lucida, leziosa scaltrezza. Questo gli fa cinicamente credere di essere una persona straordinaria, posta a cangiar le regole delle persone ordinarie appunto.

Qui mi viene in mente lo “straordinario” personaggio:  Vladimir, Vladimirovič Putin il quale vuol cangiar le regole e rivoltare il mondo come un calzino…sporco di sangue?

Raskòl’nikov se ne aveva sporcato uno di suo, nel commettere i delitti: calzino assurto a richiamo contrastato da una coscienza non più munifica, liberale, ma costrittiva, illogica, vergognosa, mortificante, da portarsi appresso per il resto della vita.

Sfornare cinicamente rimedi cristiani, umani, nella convinzione o speranza che sia, di sottrarsi ad una colpa così smisurata, non mette alcun velo ai propri misfatti, solo li scandalizza, li indigna ulteriormente. Uno, dopo aver ricevuto dalla sua povera madre, una somma x, a sua volta avuta a prestito, la devolve, fino all’ultimo copeco, per farne beneficenza, alla poverissima vedova Katerìna Ivànovna? Voleva sostenerla nelle spese del funerale del marito, ma che lei li sperperava allestendo un buffet in memoria del defunto? La tavolata doveva, poi, trasformarsi in un vero putiferio a causa le incomprensioni, le gelosie e i sentimenti ostili tra i presenti, molti dei quali, piovuti da chissà dove e, quindi, sconosciuti alla vedova? L’aveva fatto dopo la morte del di lei secondo marito, Marmeladov, dopo che questi era caduto inesorabilmente nel limbo di Bacco e divenuto alcolista.  Raskòl’nikov aveva conosciuto Marmeladov in una bettola ed era diventato, per così dire, suo amico.

Sof’ja Semёnovna Marmeladovna era la figlia di primo letto dell’alcolizzato e offriva il suo, pudico e rassegnato corpo, per racimolare qualche rublo e sostenere la famiglia, in canna di povertà. Raskòl’nikov, nella sua esacerbata povertà si era pure ammalato di protagonismo. Sì, esibizionismo tendente a mettersi in mostra a qualsiasi costo, per cui, il gesto di aver dato quella somma a Ivànovna, non era stato altro che: una forma “malata” di altruismo. Assassino-caritatevole?

Una affiorante idea del momento, mi scuote. Anche Putin invia delle derrate di grano in Africa per aiutare chi sta morendo di fame. Ma non si capisce perché lo stia facendo, nello stesso momento in cui, altrove, continua a far strage d’innocenti. Se tutto questo non denota indifferenza, spregio, irrazionalità, acre cinismo, io mi chiedo: come vogliamo definirli questi soggetti, filantropi da presa in giro, paraculi, opportunisti?

Desiderare la distruzione dell’esistente per un non meglio specificato indirizzo, non è forse già un inizio d’avventurarsi verso l’ignoto? Non è forse una forma di stanchezza, una sensazione di abbattimento verso un orizzonte dejà vu? Una cinica brama a sostituire un vecchio “soprammobile”, con uno più moderno?  E quale sarebbe l’impegno per la buona riuscita dell’impresa? e quale il prezzo da pagare per raggiungerlo? e chi dovrebbe scomodarsi in prima persona per ottemperare, con rispettosa adesione e pervenire ad un detto fine? Forse chi ci ha messo l’idea? il numero “Uno”, oppure i tanti soliti “zeri” in cerca di compensi accattivanti, i bramosi di stupide onorificenze e di gravose, luccicanti, stucchevoli medaglie? i cosiddetti, ignari capri espiatori?

Mettiamoci tutto l’ardire che vogliamo per capirci qualcosa sul conto, diciamolo pure, di chi ci gestisce, ma senza abbandonarci alle loro idee e nelle loro mani: sarebbe un debilitante narcotico per le nostre, ancora libere coscienze.

Lasciare che tutto si svolga da sé oppure metterci mano e plasmare, a proprio piacimento, una situazione, togliendola dalle mani di Dio? Per alcuni è proprio questo il dilemma: sostituirsi a Dio nella convinzione di prenderne in mano le redini del gioco, barando alla propria coscienza. Sarà la coscienza “truffata” “tradita” appunto, a portare al reo il giusto castigo: sempre…implacabilmente, senza dargli tregua.

Porfirij Petròvič, astuto e navigato detective si era messo alle costole di Raskòl’nikov per soffiargli  continuamente sul collo. Alla fine gli fa capire che, per sanare quel suo vulnus persecutore egli doveva accettare le sue colpe a testa alta, come un vero uomo appunto: solo così avrebbe ritrovata la strada, dove respirare aria nuova e costruirsi un percorso di ravvedimento e di fede.

È proprio nella sofferenza che uno può ritrovare l’equilibrio perso e ristabilire il proprio essere, scinderlo dalla fantasia di essere invulnerabile a qualsiasi legge, naturale e Divina.

«A volte l’uomo è straordinariamente, appassionatamente innamorato della sofferenza” (Fëdor Dostoevskij)


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Salvatore Memeo è nato a San Ferdinando di Puglia nel 1938. Si è diplomato in ragioneria, ma non ha mai praticato la professione. Ha scritto articoli di attualità su diversi giornali, sia in Italia che in Germania. Come poeta ha scritto e pubblicato tre libri con Levante Editori: La Bolgia, Il vento e la spiga, L’epilogo. A due mani, con un sacerdote di Bisceglie, don Francesco Dell’Orco, ha scritto due volumi: 366 Giorni con il Venerabile don Pasquale Uva (ed. Rotas) e Per conoscere Gesù e crescere nel discepolato (ed. La Nuova Mezzina). Su questi due ultimi libri ha curato solo la parte della poesia. Come scrittore ha pronto per la stampa diversi scritti tra i quali, due libri di novelle: Con gli occhi del senno e Non sperando il meglio… È stato Chef e Ristoratore in diversi Stati europei. Attualmente è in pensione e vive a San Ferdinando di Puglia.