
Per premiare non i risultati, ma il processo
In un mondo in cui ogni secondo è colmato da stimoli, notifiche, immagini, input da elaborare e risposte da dare, desiderare è diventato un atto rivoluzionario. Non il desiderio istantaneo, compulsivo, ma quello profondo, che nasce dallo spazio vuoto, dal silenzio, dall’attesa. Riappropriarsi della propria volontà significa imparare nuovamente a desiderare: a voler qualcosa non perché imposto, suggerito, mostrato o promesso, ma perché intimamente sentito, riconosciuto come proprio. Viviamo in un tempo in cui il vuoto è visto con sospetto. La noia, il silenzio, la lentezza sono spesso considerati disfunzionali. Eppure, è proprio nel vuoto che nasce l’immaginazione. Modellare l’architettura dei vuoti non significa creare spazi vuoti nel senso fisico, ma coltivare luoghi interiori dove il pensiero possa distendersi, dove l’immaginazione possa respirare e il desiderio possa prendere forma. Questo spazio immaginativo è il contrario di uno spazio prefabbricato: non si tratta di riempire una griglia già data, ma di costruire da sé, con spontaneità e creatività.
Troppo spesso l’educazione si orienta verso l’addestramento: si punta alle competenze come meri strumenti di performance, dimenticando che bambini e adolescenti hanno bisogno, prima di tutto, di nutrirsi di conoscenze, di racconti, di domande aperte. Di spazi di riflessione e confronto. Hanno bisogno di rimettere in moto la propria immaginazione per imparare a scegliere davvero. Perché senza immaginazione non esiste libertà: non si può scegliere ciò che non si riesce nemmeno a pensare. Il sistema attuale – educativo, mediatico, tecnologico – tende a sequestrare il desiderio attraverso la logica della gratificazione rapida. Una notifica, una reazione, un like, un premio immediato: tutto è costruito per evitare la frustrazione, ma anche per evitare la profondità. La capacità di desiderare, quella vera, si costruisce invece nel tempo, nel silenzio, nell’assenza. È un muscolo da allenare, e ciò richiede un ambiente favorevole: meno rumore, meno stimoli, più ascolto.
La capacità critica è oggi una delle competenze più rivoluzionarie da coltivare. Non come tecnica retorica, ma come strumento per comprendere il mondo e se stessi. Favorirla significa permettere ai giovani di interrogare ciò che vedono, ciò che gli viene proposto, di discernere tra il necessario e il superfluo, tra ciò che li attrae e ciò che li manipola. Per questo è urgente contrastare la stanchezza diffusa, quella stanchezza tenace e silenziosa prodotta dalla sovraesposizione agli stimoli. Questa fatica non è fisiologica, ma esistenziale: è la stanchezza di chi non ha più spazio per pensare, per sentire, per desiderare davvero.
Aiutare le nuove generazioni a riappropriarsi della propria volontà significa, in fondo, restituire loro il diritto al desiderio. Un desiderio che nasce libero, non colonizzato, non incanalato. Un desiderio che diventa progetto, ricerca di senso, costruzione di futuro. E questo non si insegna, ma si coltiva. Si protegge. Si accompagna. In una società che premia la velocità, l’efficienza e la reazione immediata, la possibilità di desiderare con consapevolezza è spesso sacrificata sull’altare della produttività. Eppure, è proprio attraverso il desiderio – quello autentico, non indotto – che le persone possono riappropriarsi della propria volontà, riscoprendo libertà, autonomia e senso. Il desiderio non nasce nel rumore ma nel vuoto, nella sospensione, nel tempo non occupato. È lì che si forma la volontà come forza creatrice, e non come semplice reazione a stimoli esterni. Per promuovere questo approccio, è possibile ideare per esempio un laboratorio del desiderio rivolto a bambini e adolescenti (tale spazio può essere creato nei gruppi di lettura delle scuole e come attività extra curriculari) in cui si può stimolare il bambino all’interno di uno spazio pedagogico e creativo, dove l’obiettivo non sia “produrre” ma immaginare e sentire.
A questo scopo possono essere molto funzionali dei brevi esercizi di silenzio e ascolto interiore. In cui i bambini o i ragazzi vengono invitati a chiudere gli occhi e “stare” semplicemente. Non meditare, non fare, non pensare per forza. Solo osservare. L’osservazione interiore può essere seguita da un momento di condivisione libera, in cui si parla di cosa si è sentito. Si potrebbe, inoltre, lavorare su una mappa dei desideri senza censura, oppure una biblioteca dei sogni, in cui si incoraggia l’esplorazione libera e la conversazione finale.
Comunque, in ogni proposta creativa, il prodotto finale non è l’obiettivo, ma il processo: cooperazione, ascolto, immaginazione condivisa.
Credo che per nutrire il desiderio autentico, sia fondamentale non premiare il risultato, ma il processo. Promuovere il desiderio non è un lusso, ma una necessità. In un mondo che addestra al consumo e alla prestazione, è urgente creare spazi di resistenza educativa, dove i giovani possano allenarsi alla riflessione critica, sperimentare la noia creativa, imparare a decidere per sé, riscoprire il silenzio come generatore di senso. Aiutare le nuove generazioni a contrastare la stanchezza prodotta dalla sovraesposizione digitale e dalla standardizzazione degli stimoli significa dare loro strumenti per vivere pienamente. Coltivare il desiderio, in questo senso, è coltivare la libertà.
























