«Un miracolo comune:

l’accadere di molti miracoli comuni»

(Wisława Szymborska)

Caro lettore, adorata lettrice,

non so se ti è mai capitato di leggere La fiera dei miracoli di Wisława Szymborska. In caso contrario, ti invito a farlo. Sai, direi proprio che il premio Nobel per la letteratura non le sia stato dato a caso.

Nei versi che ti ho appena linkato, la fine poetessa polacca si trova a lodare, con sottile ironia, un «miracolo normale» quale l’abbaiare dei cani, lontani e invisibili nella notte. O ancora ad ammirare miracoli svolazzanti, come quella di una nuvola che, piccola e leggera, riesce tuttavia a celare una ben più grande e pesante luna.

E poi ci sono miracoli a ripetizione: un ontano che si riflette nell’acqua, il soffio dei venti, ora moderati ora impetuosi. Da applauso quello che la stessa Wisława definisce «un miracolo alla buona: le mucche sono mucche». Quasi a dire: la vita è quello che è, ed è questo il miracolo.

Come un nocciòlo che diventerà frutto o dei bianchi colombi in volo. Come il miracolo a cui tu ed io assistiamo da quando siamo nati e che, forse proprio per questo, non ci provoca più stupore: oggi il sole è sorto ad un certo minuto e ad un altro preciso minuto tramonterà. Come ogni giorno. Da che Terra è Terra.  E noi non ce ne accorgiamo, anche se ci costruiamo sopra i nostri orologi. Così come non facciamo caso ad una mano che funziona alla perfezione con le dita che ha: che sono cinque, e non sei o quattro. Per quanto ne basterebbero due per impugnare e bere una tazzina di caffè.

Detto altrimenti: «Un miracolo, basta guardarsi intorno: il mondo onnipresente».

Caro lettore, adorata lettrice,

ti confesso che dei miracoli io ho sempre diffidato: parlo di quelli “tradizionali”, guarigioni prodigiose o cose del genere che, beninteso, non nego che possano accadere. Magari a qualcuna di queste potrei persino aver assistito. Ma resta il fatto che non sono i miei preferiti. E non mi hanno cambiato la vita.

Quelli che amo, e mi fanno uscire pazzo, mi riempiono di gioia, mi colmano di gratitudine, sono invece i miracoli invisibili. Invisibili non perché non accadano. Non perché impossibili. Non perché non evidenti e, anzi, sotto gli occhi di tutti. Invisibili perché, semplicemente, non li guardiamo più. Ci abbiamo fatto il callo. Non ci suscitano meraviglia. Ci lasciano indifferenti, direi pure ingrati, di certo tristi. E invece sarebbero fonte di gioia offerta gratis, senza alcun’altra finalità. Come il bello. Che bello è e basta.

Per esempio, come un tramonto. Oppure un’alba. O solo un filo d’erba. O una cascata bianca e verde sotto un cielo grigio di nuvole.

O anche come ciò che non ci aspettiamo più, eppure avviene e magari ci stravolge la vita. E d’improvviso la rende nuova e bella. Come non l’aspettavamo più. Come è già avvenuto. O come potrebbe avvenire domani, solo che glielo consentiamo.

O come spiegare l’inspiegabile dispiegato.

Vale a dire:

«Un miracolo supplementare, come ogni cosa:

l’inimmaginabile

è immaginabile».

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