Il franco parlare di don Milani non ha ancora corso in una Chiesa più incline al potere che al servizio nella sua dimensione istituzionale.

Molta strada resta da percorrere prima di diventare tutti insieme, laici e sacerdoti, una vera comunità d’uomini autonomi e responsabili, capaci in ogni momento di dire e fare la verità.

Ben prima che Odysseo cominciasse a pubblicare articoli e interviste su don Milani, avevo cercato, senza riuscirvi, di scrivere alcune riflessioni sulla sua figura. Non mi mancavano le informazioni: di lui e intorno a lui avevo letto quasi tutto quello che era disponibile negli anni in cui egli era spesso sulle pagine dei giornali e al centro di polemiche. È vero, in quegli anni, preso dai dibattiti innescati dal post-concilio sulla Chiesa, sulle comunità di base, sulla teologia della liberazione, mi ero fatto di don Milani un’immagine ammirata ma circoscritta solo ad alcuni suoi testi, alcuni suoi temi, quelli di cui avevano fatto una bandiera gli studenti del ‘68. In quegli anni di rinnovamento della Chiesa dominavano tra i cristiani più inquieti le voci di don Primo Mazzolari, di padre David Maria Turoldo, di padre Ernesto Balducci e, in un Terzo Mondo mitizzato, di dom Helder Camara e Oscar Romero. Il priore di Barbiana veniva evocato soprattutto nelle animate discussioni sulla scuola, nelle assemblee universitarie, ed era per lo più strumentalizzato in forza di una lettura un po’ superficiale. La Lettera a una professoressa, insieme alla Lettera ai cappellani militari e Ai Giudici, erano tra i suoi scritti quelli prediletti dai giovani. Esperienze pastorali, che pure aveva sollevato molto scalpore sul finire degli anni cinquanta, passava per un libro di antropologia religiosa. Sfuggiva ai più che, nella testarda e minuziosa descrizione delle condizioni di vita e di lavoro dei parrocchiani di San Donato di Calenzano, c’era un’intuizione dirompente, anticipatrice dei temi poi svolti nei documenti conciliari: il cristiano è in primo luogo un uomo e, fin tanto che la sua dignità non è riconosciuta, non ci può essere giustizia. Parlare di soprannaturale, di sacramenti, di religione e di fede a dei poveri, privati della parola, era per don Milani una pericolosa fuga in avanti, un pericoloso errore nel quale era caduta la Chiesa. Dio stesso, in fondo, doveva saper aspettare.

Questo, devo confessarlo, non l’avevo capito veramente allora. Ora, invece, qualcosa sta cambiando nel mio approccio, e non certo perché don Milani è tornato alla ribalta al sopraggiungere dei cinquant’anni dalla morte. A trascinarmi con forza nella sua vicenda e nel suo pensiero è stata Adele Corradi, con la nuova edizione del suo bel libro di ricordi: un libro fuori del coro, capace, con il suo procedere per frammenti, di restituire un’immagine che spiazza per impertinenza e verità, ma che forse s’approssima al mistero di don Milani.

Il libro dell’Adele – così a Barbiana chiamavano questa professoressa divenuta maestra a fianco di don Milani – nella prima edizione, pubblicata da Feltrinelli nel 2012, m’aveva intrigato già dal titolo – Non so se don Lorenzo – e ricordo d’essermi messo a sedere su uno di quei panchetti che servono a raggiungere i libri sistemati in alto negli scaffali e d’aver cominciato a leggerlo. Uscendo dalla libreria, ero sicuro che sarei ritornato per comprarmelo, ma così non avvenne. Non era quello il tempo propizio. Sono i libri stessi che scelgono il momento in cui vogliono essere letti, e il momento si è presentato di recente, durante una sosta forzata alla stazione di Napoli. Trascinando la valigia tra i banchi della libreria Feltrinelli, ho subito notato il volto di un don Milani stempiato, sornione e pensoso, campeggiare sulla copertina della nuova edizione del libro della Corradi, che, questa volta, ho subito acquistato. Niente di meglio, per leggere un libro come questo, che leggerlo in treno. Così ho fatto durante la lunga risalita da Napoli a Padova, sollevando e volgendo, a conclusione d’ogni frammento di memoria, lo sguardo sul paesaggio che mi passava davanti sullo schermo del finestrino. Avanzando nella lettura, m’accorgevo di non conoscere affatto don Milani, d’averlo rinchiuso in una gabbia, d’averlo fissato in un’immagine che me lo aveva sottratto. Improvvisamente la gabbia s’è aperta e lui se n’è fuggito via, spero non per sempre, e ora non mi resta che inseguirlo.

È quello che ho cominciato a fare, concedendomi però, in concomitanza con la lettura delle sue lettere (più di mille quelle raccolte nel secondo volume del Meridiano a lui consacrato), una deviazione tra le pagine de L’uomo del futuro di Eraldo Affinati. Eraldo non è un testimone, come l’Adele, ma non è solo un lettore: è qualcuno che ha scelto di capirlo in profondità, dall’interno della sua pratica d’educatore e con la sua sensibilità di scrittore. So d’essere parziale e probabilmente ingiusto verso i tanti libri che si vanno pubblicando ma, se un consiglio posso dare a chi vuol conoscere in modo non superficiale don Milani, è di scegliere come guide Adele Corradi ed Eraldo Affinati. I più esigenti possono imbarcarsi anche nella lettura del poderoso studio di José Luis Corzo (Lorenzo Milani. Analisi spirituale e interpretazione pedagogica), non un puro studioso, ma un seguace, uno sperimentatore, in Spagna, della proposta di don Milani.

Dopo averli letti, questi libri, però, ci si tuffi nei suoi scritti, nelle sue lettere, di cui sono disponibili numerose edizioni. Non tutti possono concedersi i due voluminosi tomi del Meridiano Mondadori, disagevoli da portarsi appresso, oltre che proibitivi nel prezzo. Ma chi voglia davvero andare a fondo nella vicenda di don Milani non li trascuri, soprattutto per la meticolosa e completa cronologia della vita e per l’Introduzione di Alberto Melloni, la cui dovizia di informazioni si fa perdonare i molti vezzi intellettuali e linguistici che si incontrano nello scritto. Le numerose e acuminate frecciate nei confronti della curia romana e delle gerarchie fiorentine non hanno impedito all’illustre storico di partecipare, con i rappresentanti della gerarchia, all’edificazione di un monumento che gli ha forse riportato alla mente il monito di Gesù, quando rimproverava ai Giudei di innalzare sepolcri alla memoria di quegli stessi profeti che essi avevano perseguitato in vita e poi ucciso. Del resto, tracce d’autocritica sono apparse anche nelle parole di Francesco in preghiera a Bozzolo, sulla tomba di don Primo Mazzolari, e a Barbiana su quella di don Lorenzo Milani…

Abbiamo avuto molti profeti nella seconda metà del secolo scorso: tra questi, don Milani è forse il più esigente e il meno immediatamente utilizzabile. In questo nostro tempo, che ne è così povero, dobbiamo tornare a leggerlo e ad ascoltarlo.

Il lascito del priore di Barbiana riguarda in primo luogo la scuola, in cui egli si è speso fino a morirne, insegnando ai suoi ragazzi a padroneggiare il linguaggio, strumento indispensabile per muoversi autonomamente e responsabilmente nel mondo e farlo più giusto.  La bontà del suo insegnamento è apparsa in tutta evidenza proprio nel momento in cui i suoi ragazzi migliori gli hanno mosso delle critiche perché erano divenuti adulti e autonomi. In una lunga lettera, sofferta e contrastata, indirizzata a Michele Gesualdi, il 15 dicembre 1963, don Milani, già malato, arriva a fare queste considerazioni: «Stanotte non potendo dormire per la tosse ho pensato tutt’a un tratto che era meraviglioso veder sgorgare dalla mia scuola un virgulto vigoroso e diverso, con tutti i suoi segreti gelosi, con una infinità di ideali  in comune con me  e con un’infinità di segreti suoi che non spartisce con nessuno, nemmeno col fratello prete babbo che io sono per lui. Che era meraviglioso da vecchi prendere una legnata da un figliolo, perché è segno che quel figliolo è già un uomo e non ha più bisogno di balia, e qui è il fine ultimo di ogni scuola: tirar su dei figlioli più grandi di lei, così grandi che la possano deridere. Solo allora la vita di quella scuola o di quel maestro ha raggiunto un compimento e nel mondo c’è progresso».

La parreṡìa, il parlare schietto e veritiero, che ha insegnato ai suoi ragazzi, don Milani l’ha praticato durante tutta la sua vita, con giovani, operai, padroni, politici, magistrati, intellettuali, sacerdoti, vescovi. Valga per tutte la lettera, del 10 settembre 1958, scritta al neo-eletto vescovo Enrico Bartoletti, un capolavoro di insolenza e di denuncia, da leggersi per intero, più efficace d’un saggio d’ecclesiologia. Al neo-vescovo augura che lo Spirito Santo conceda «un po’ di sfacciataggine e di maleducazione, insegnandogli a dire la verità senza preoccupazioni di carità, di prudenza, di edificazione», e prosegue così: «Ora non ha più nessuno sopra di lei. Si chiuda in Seminario, chiuda la porta dietro di sé, non veda, non riceva nessun altro, lasci al sapiente sadismo del Vicario tutte l’altre cure pastorali, lasci le molte e inutili conferenze, venda il campanello del telefono, diabolico interruttore di pensieri e discorsi. Prenda i seminaristi a tu per tu e li educhi diversi da lei. Li educhi sinceri. Cioè, correggo, li educhi così come lei è nel suo intimo là dove io sinceramente la stimo capace di fare immenso bene, ma non li educhi come lei si impone di apparire».

Questo franco parlare non ha ancora corso in una Chiesa più incline al potere che al servizio nella sua dimensione istituzionale. Molta strada resta da percorrere prima di diventare tutti insieme, laici e sacerdoti, una vera comunità d’uomini autonomi e responsabili, capaci in ogni momento di dire e fare la verità. Occorre coraggio, ci vuole tenacia, perché, come scrive Affinati quasi a conclusione del suo bel libro, «ognuno di noi vede e può agire soltanto su un breve segmento della lunga catena umana».