Ancora non sapeva vedere le ore sul grande orologio appeso in cucina e Jo lo aspettava.  Alla contro-ora precise la mamma abbassava le tapparelle verdi fino a lasciare aperto un po’.  In quel palmo da terra vi entrava diretto il vento del mare. Dopo il vento arrivava lui, il gelataio.  Lo sentiva venire di lontano: terza strada, rumore del motore scoppiettante, seconda strada, cambio di marcia e poi casa sua. E di contro, se proprio egli non la vedeva correre per le scale come un furetto, cominciava a far suonare il suo campanello d’argento: dlinn dlinn.

Il gelato il gelataio lo donava alla piccola ogni giorno.  Non c’era un perché.  Di bimbe ne vedeva tante ma lei era speciale.  Aveva capelli corti e ribelli e sguardi di cielo che pareva le uscisse l’anima. Lei lo aspettava e dava senso ad un lavoro a volte imbarazzante. Sua moglie se ne vergognava proprio, sua figlia pure. Dopo l’incidente che gli aveva deturpato la gamba quel carretto colorato gli era parso un buon inizio. E invece spesso veniva deriso dai suoi simili, al meglio trattato con sufficienza. Solo la gioia dei piccoli l’aveva fatto perseverare e quella bimba, diamine, gli restituiva sacrosanta dignità.

Di contro la piccola era sì golosa, c’era altro in effetti: nessuno le aveva mai regalato niente. Si erano trovati, si erano riconosciuti e quel gesto quotidiano era divenuto salvifico per entrambi.

Il gelataio aveva cinque gusti e sempre quelli: limone, fragola, cioccolato, nocciola e stracciatella.

Ad agosto la bimba si trasferì al trullo in campagna. Scorrazzava ovunque e continuava a sgranare gli occhi su tutto. Altro che pomeriggi silenziosi, c’era un coro assordante di stupide cicale e neanche un alito di vento. Tutto era fermo.

Ma fu proprio nell’ascolto attento di tanta natura che un pomeriggio le esplose l’amato suono di lontano: dlinn dlinn. Corse sì e a piedi scalzi sulla breccia del viale fino al cancello che era tanto lontano e, con la sola sua presenza ad indicare la via come un faro nella notte, portò il gelataio diritto sotto il naso e lo sguardo allibito di mamma e nonni.

Che ne sanno i grandi che una cosa basta desiderarla davvero perché accada!

Il problema è far capire agli adulti cosa pensano i piccoli che non solo comprendono ma a volte prevengono. Lei non avrebbe dimenticato niente di quel tempo. Tutto aveva importanza: il colore dei gelati ad esempio e come si scioglievano in fretta. Lunghe gocce che scendevano veloci. Ma la cosa più importante di tutte era ricordare la forma delle cose.

E su ciò che provava soprattutto lei divenne la persona che già era.

Le capitava il giorno frizzante al limone. Dava una carezza alla nocciola.  Quando era in una serata inaspettata sentiva lo scricchiolio dei semini di fragola in bocca.

E quando la donna che era partorì e toccò lievemente quel velluto di pelle ambrata sentì nitido il gusto di quella cioccolata antica ed ebbe lo stesso timore chele si sciogliesse in fretta.  Ma la piccola era lì ed intendeva rimanerci.

 Ecco perché si fanno i figli, pensò Jo, per poter rifare esattamente tutto daccapo.


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