
Liberare i bambini dalle gabbie delle etichette
Me lo chiede mio figlio. Mi racconta che una sua compagna di classe gli ha detto così e, con una lucidità disarmante, aggiunge: «mi ha ferito».
Rispondo d’istinto, da madre di un bambino molto, molto sensibile, che a 3 anni comunica già chiaramente cosa lo ferisce e cosa lo emoziona. «Tu sei la persona più buona del mondo». Forse è una risposta ingenua: così come voglio che stia lontano dal male, desidero anche proteggerlo da un’idea insulsa di bontà, che annichilisce la sana ribellione e il dissenso.
Ho ben chiaro nella mia testa che le parole di un caregiver, di un genitore in modo particolare, sono in grado di plasmare la coscienza di chi le ascolta. Per cui, anche se è piccolo, provo ad ampliare la mia risposta: «a volte facciamo degli errori, ma non per questo siamo cattivi».
Mi guarda: non so cos’ha capito. Vorrei tanto che imparasse che nella vita quasi mai si tratta di essere cattivi, ma di fare scelte sbagliate, di rendersene conto e di cercare la possibilità di riparare. So che è complesso. So anche che, in qualche remota zona del suo inconscio, si stanno abbozzando i primi, rudimentali profili di bene e male. Tuttavia, desidero che nel suo cervello non si strutturino stereotipi ingabbianti. Vorrei che fosse in grado di riconoscere, esprimere, respingere il male e contemporaneamente lasciare all’altro e a se stesso la possibilità di cambiare, redimersi, ricrearsi.
La parola “cattivo” deriva dal latino captivus, cioè “prigioniero”, termine che, dai campi di battaglia dei Romani, nel Medioevo è transitato nel campo semantico della morale cristiana: il captivus diaboli è lo “schiavo di Satana”, una persona assoggettata al male. Così, il termine ha iniziato a designare chiunque non stia dalla parte del bene, nelle fiabe e nella realtà.
Ma che cos’è il male? È una delle domande più enormi che attanagliano l’animo umano. Una domanda da cui, a cascata, discendono altri difficili interrogativi: perché compiamo il male? E se compiamo il male, siamo cattivi? Esistono le persone sostanzialmente cattive oppure esistono solo gli errori?
Una risposta magistrale arriva dalla fortunata e chiacchierata serie Stranger Things, che connette coraggiosamente e magistralmente il male al trauma psicologico. C’è un cattivo che tormenta alcune persone, tutte accomunate da un aspetto: nel loro cuore alberga l’ombra delle paure non affrontate, dei sensi di colpa, dei traumi irrisolti. Ci si salva solo con una rocambolesca fuga mentale dal trauma, che giace vivido nella psiche e agisce come un ordigno di tortura, verso i ricordi felici, nella consapevolezza che i legami salvano e che gli affetti autentici non si scandalizzano degli errori, delle imperfezioni, delle diversità, semplicemente perché sono pacificati con i propri. Quando le vittime comprendono questo, riescono a guardarsi in toto e a guardare il passato senza subirne più l’effetto distruttivo, a congedarsi da esso e dal mostro, per tornare alla vita di sempre. Nulla scompare, ma tutto viene accolto in una luce diversa. Al mostro stesso viene offerta, paradossalmente, la stessa possibilità: devastato anch’egli da un passato irrisolto, viene messo faccia a faccia con un doloroso ricordo della sua infanzia. Eppure, in lacrime, sceglie di perseverare sulla sua strada, ribadendo che lo ha scelto e che non vuole e non può tirarsi indietro.
Ecco chi sono i cattivi che ci spaventano, ci scandalizzano, ci feriscono: prigionieri dell’irrisolto, disturbanti perché disturbati, fantasmi impauriti da altri fantasmi. Il passato non può essere cambiato, è chiaro. Tuttavia, risolverlo significa trovare il coraggio di guardarlo dritto in faccia: solo questo conferisce la forza di non esserne più schiavi e il coraggio di non seminare tristezza solo perché si è infinitamente tristi, disagio solo perché si vive un disagio, disarmonia solo perché si è rotti dentro. Anche nel peggiore dei casi, non si è il prodotto di un passato difficile: a un certo punto occorre rialzarsi, smettere di subire, scegliere.
Allora, forse, la differenza tra un buono e un cattivo non sta nell’assenza di errori o di impulsi malvagi, ma nel coraggio di reagire e cambiare. Avere cura delle proprie ferite diventa, così, un gesto d’amore e di protezione per sé, per gli altri, per il mondo.


























