Martedì 20 dicebre, a Barletta, presso il Palazzo della Marra per i Presidi del Libro

Lucia Cupertino è una fantastica trentenne, un’anima libera che si distingue dalla cogente società conservativa, è un’apolide senzatetto, ma con uno sguardo rivolto al di là delle mura di un futuro a tinte verdi. Prima nel concorso poetico “COMUNitarISMO-pensare è oltrepassare?”, ha fatto proprio dei suoi versi un’arma per distruggere le timide apparenze e le lampanti ingiustizie. Pur viaggiando con l’immaginazione, Lucia giunge a mete pragmatiche, consentendo anche al suo intervistatore di abbandonare la condizione di disabile per aprirsi, senza vincoli né ostacoli, alla piacevolezza della scoperta.

Da Polignano al clima esotico della Colombia, quali sono i tratti poetici che accomunano due mondi, apparentemente, agli antipodi?

Direi che il punto di contatto è la terra che è un elemento che ci nutre per tutta la vita, finché con la morte dovremmo essere noi, in un processo naturale di restituzione, a ridarle quanto ricevuto. Almeno dal secondo dopoguerra abbiamo avuto cambiamenti profondi e accelerati, le società sono state sempre più sottomesse a processi di industrializzazione e sviluppo che però non hanno sempre determinato altrettanto benessere e felicità. Infatti i risultati sono sempre più disastri ambientali, guerre e disgregazione sociale. Sia la nostra Puglia che la Colombia che ho conosciuto rappresentano il Sud e la terra, un binomio troppo spesso bistrattato, ma che è il nostro ombelico. L’occhio della poesia invece questo legame indissolubile non lo ha dimenticato, non ha ceduto a facili fascinazioni, anzi ne vuole indagare sempre di più le mutazioni e le segrete storie. In fin dei conti è come penetrare un mistero senza mai afferrarlo, ma comunque rispettandolo perché l’abbiamo ricevuto in dono.

La tua esperienza sudamericana ha permesso a noi lettori di percepire lo sforzo di quella comunità nel liberarsi dalle costrizioni del Dio denaro per abbracciare una politica più autosufficiente incentrata, soprattutto, sulla coltivazione di materie prime. Nasce da questo, l’idea di descrivere zucca, fagiolo e mais come “tre sorelle”?

Non direi che l’America latina né il mondo siano vicine alla liberazione dalle costrizioni del sistema economico attuale a livello macro. Il problema non è infatti il denaro in quanto tale, ma più che altro la base sociale attuale, né democratica né condivisa, del sistema economico che lo crea. Basta investigare un po’ di più su internet su come è nato ed è retto l’attuale sistema finanziario per capire che le priorità reali non sono il bene comune, bensì il mantenimento da parte di pochi di molte risorse. Questo però non sarà possibile ad libitum. Il nostro pianeta sta soffrendo molto in questo senso. Ebbene, in questo contesto vi sono iniziative che nascono dal basso e che cercano di rifondare la società a livello micro e locale, mettendo al centro dell’attenzione lo sviluppo dell’individuo in relazione allo sviluppo della comunità umana e naturale in cui è inserito. Ci sono bei progetti in tutto il mondo, a livello europeo c’è la rete di Transition town che intende cambiare poco a poco il volto delle città rendendole meno selve d’asfalto e luogo di transito frenetico e più spazi vivibili e di scambio reale. In Inghilterra esiste il caso famoso di Totnes, un paesino in transizione che ha creato la sua moneta a partire da assemblee e quindi con la reale incidenza delle persone che costituiscono la comunità. Nel mio caso ho iniziato a far parte di un progetto a Cali (Colombia) in cui si stanno mettendo le basi per costruire un ecovillaggio il più possibile autosufficiente. Credo sia un processo che all’inizio richiede tempo e sforzo, come ogni transizione, ma a medio e corto termine può dare soddisfazioni, come quella di sentire che, benché a livello ancora micro, qualcosa si muove e si muove nella direzione della salvaguardia di questo pianeta e quindi di noi stessi. La poesia si nutre dell’esperienza e questa mia in America latina si intreccia con il mito. In questo caso uno molto antico, nativo, che chiama tre sorelle a zucca, fagiolo e mais coltivati congiuntamente. Questo perché sono piante che entrano in sinergia tra loro e si aiutano a crescere rigogliose, inoltre sono la base del cibo mesoamericano. Il mito è vivo quando lo rendiamo daccapo realtà e così è stato fatto, perché nei terrazzamenti di Cali ospitiamo le tre sorelle e le coltiviamo con amore! In termini poetici, mi è sembrata un’immagine forte e incisiva, un segnale per un modello societario più collaborativo.

Tra i vari Festival Internazionali a cui hai partecipato, spicca l’avventura in Costa Rica, dove hai visitato due carceri. Scusandoci per il banale gioco di parole, attraverso la poesia si può “evadere”, nonostante il contingente, verso lidi di libertà creativa?

Direi che più che poesia sarebbe corretto dire poesie e chiaramente col plurale voglio evidenziare la pluralità di voci e istanze che portano un essere umano a scrivere qualcosa e a plasmarlo sotto forma di poesia. Qualcuno lo fa a livello dilettantistico, altri per “professione”, ma forse a livello profondo lo stimolo iniziale è lo stesso, poi più che altro interviene un esercizio con la parola, un suo buon addomesticamento: perché gli scrittori col tempo sanno raccontare, più che semplici sfoghi del momento, gli abissi che li abitano, offrirci pagine che sembra si siano scritte da sole, ma il lavoro è molto e ha a che fare con la lettura, l’osservazione della realtà, le esperienze di vita, l’esercizio nella sua costanza e nel confronto con altri scrittori e con persone vicine che sanno dare i consigli giusti come primi lettori di un’opera. Sicuramente in un contesto come quello carcerario la poesia, e la scrittura più in generale, può dare quel brivido del viaggio immobile di Leopardi, quello stare altrove pur restando reclusi, quel riannodare i fili del passato che aiuterà anche a livello personale a fare ordine, concatenare gli eventi e forse costruire anche una vita migliore una volta fuori dal carcere. Ma questo la scrittura lo dona a tutti, ognuno di noi può sentirsi più o meno stritolato da certe contingenze e mettere su carta o su pc le proprie emozioni apre un indispensabile processo catartico e creativo.

Nel tuo secondo libro “Non ha tetto la mia casa” ti definisci una canna di bambù, trafitta dal vento, che non si impone sulla materia ma la abbraccia. Questa metafora spiega la tua decisione di approcciarti ad un pubblico ispanofono. Credi che la percezione dell’arte, in generale, sia la stessa a tutte le latitudini?

La metafora della canna di bambù è, più che l’apertura ad un solo contesto culturale, un dispositivo generale con cui muovermi nel mondo reale e di carta. Indica un modo di fare ricerca e arte che non sia più quello dello scrittore al di sopra di ciò che lo circonda, come amava concepire D’Annunzio, ma come colui che “sta accanto”, che cammina assieme alla società. Questo significa, dunque, non chiudersi nella propria torre d’avorio ma anzi aprirsi al mondo, come appunto una canna di bambù che raccoglie storie, a volte minime, altre grandi e mostruose ma che sono senza dubbio testimonianze del nostro tempo e del nostro sentire. Venendo alla percezione dell’arte, nonostante l’imposizione di modelli eurocentrici, credo che ancora il contesto, la cultura e l’educazione a cui siamo stati esposti abbiano grande rilevanza nel modo in cui recepiamo un’opera. Senza le chiavi di lettura, qui da noi verrebbe difficile, ad esempio, capire in profondità cos’è l’arte tessile dei kuna di Panamá, come forse lì a Panamá verrebbe difficile capire l’arte napoletana dei presepi. Ovviamente sto parlando di casi agli antipodi e la globalizzazione ha reso certi linguaggi artistici più universali, ma chissà forse anche meno misteriosi e polisemici?

La vicenda dei 43 studenti scomparsi ad Ayotzinapa nella notte fra il 26 e 27 settembre 2014, ti ha indotto ad approfondire il tema dei Desaparecidos messicani. È più difficile, nei luoghi impregnati di criminalità, educare anche gli adolescenti ad una vita di cultura e conoscenza?

Il caso dei 43 studenti desaparecidos è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno che in Messico sta drammaticamente aumentando. Negli ultimi dieci anni si contano almeno 30mila desaparecidos, questo è come avere uno Stato in guerra, solo non è ufficializzata. Il problema principale è che le ragioni di questi fenomeni sono da cercare non solo nelle strutture criminali locali, come i cartelli dei narcos, quanto piuttosto a livello istituzionale, perché è stato evidenziato da molteplici e accurate ricerche giornalistiche che in Messico il principale criminale è lo Stato, assieme ai suoi organi, a multinazionali e banche. Se ci fate caso quelle zone dell’America centrale -e qui includo anche il Guatemala, Salvador e Honduras- sono estremamente ricche dal punto di vista delle risorse ma poi, ai fatti, degradate e povere. Questo perché appunto vi è una lotta all’accaparramento di quelle ricchezze. In questo contesto vivere bene non è certo facile, ma vi assicuro che c’è tanta resistenza e che in Messico esistono ancora realtà molto unite e intatte attorno ai valori comunitari e purtroppo anche molto minacciate dall’avvicinamento della violenza. L’arte è un catalizzatore fantastico e adesso i giovani stanno narrando la loro vita e cercando di cambiare le cose con mezzi artistici e con l’aiuto delle tecnologie, vi sono infatti molti rap indigeni, ad esempio. L’arte è molto importante perché, a pensarci bene, il primo bene lo fa permettendo che qualcuno possa stare imbracciando un pennello, uno strumento o altro invece che armi.

Sei co-fondatrice della rivista “La macchina sognante”. Resta solo un sogno abbattere le barriere della latente disumanità?

Mi augurerei di no. Di certo il facile ottimismo non serve neanche. Sono convinta che le spinte verso il bene ci siano sempre, in ogni momento storico, ma poi farle coagulare affinché producano cambiamenti e che questi siano relativamente stabili, senza dover ciclicamente tornare al punto di prima per riprovare a conquistare quello che già si era raggiunto, risulta molto più complesso. Di mezzo di sicuro c’è che possiamo scegliere cosa fare e quanto influire sulla realtà che ci circonda, anche nel nostro essere tante gocce; e preferirei di gran lunga spendere tutta la mia vita per una valida lotta invece che vivere felice nel mio orticello tutta la vita. Ecco, quel che penso è che quelle cose tanto proprie degli esseri viventi, cioè il sentire e l’amare, debbano essere la nostra guida. Quindi dobbiamo coltivarle, educarle e anche far sì che siano istintive ma che possano essere malleabili qualora vi siano atteggiamenti che sentiamo non consoni al nostro essere. Sento che ci vorrebbe tanta educazione in questo senso e che purtroppo a scuola si pensi ancora troppo alle nozioni più che a linee guida con cui orientarsi davvero fuori da essa. Magari farlo non in modo omogeneo, questo sarebbe già un buon punto di partenza.

Cosa ti aspetti dalla serata del 20 dicembre a Barletta?

Martedì 20 sarò a Barletta alle ore 18.30, presso il Palazzo della Marra, nell’ambito della rassegna dei Presidi del Libro di Barletta che, udite, udite, quest’anno ha voluto rendere omaggio al mio libro ed intitolarsi Non ha un tetto la mia casa. Mi aspetto e spero di condividere con i presenti il mio lavoro e la mia dedizione che si manifestata attraverso i viaggi, il volontariato, la ricerca e la scrittura. Per chi sarà presente ci saranno belle novità e anche la testimonianza di un signore siriano, visto che ci occuperemo anche della raccolta “Muovi menti. Segnali da un mondo viandante”, edita da Terre d’Ulivi quest’anno e di cui sono una delle curatrici. Saranno con me ad accompagnarmi nell’incontro: Paolo Polvani e Raffaella Magliocca, li ringrazio entrambi perché nutrono la poesia e sono a livello umano due persone splendide. Allora, non mancate, ho anche voglia di ascoltare le vostre voci e domande!


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