La letteratura è finzione e, come tale, menzogna. Tuttavia, attraverso la menzogna, essa indaga a fondo l’animo umano evidenziandone alcune inclinazioni che sembrano non patire il passare del tempo.

In queste settimane, in cui l’epidemia monopolizza l’informazione, non sono mancati continui riferimenti a testi letterari incentrati sul tema, come il Decameron di Boccaccio o La peste di Albert Camus. Ma è nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, in particolare nei capitoli trentuno e trentadue dedicati alla peste, che si possono rilevare una serie di interessanti analogie con l’esperienza attuale che sorprendono non tanto per la similitudine dei fatti quanto dei comportamenti umani.

Manzoni racconta la peste del XVII secolo a Milano. La peste arriva in Lombardia con le bande alemanne, in perfetta analogia con il presunto arrivo dalla Germania del primo caso di contagio da Covid-19, per poi diffondersi: invase e spopolò buona parte d’Italia.

Scorrendo le pagine del romanzo si scopre che il morbo viene dai più inizialmente sottovalutato e scambiato per un male di stagione senza che vengano adottati gli opportuni provvedimenti di contenimento. Tra i pochi che si accorgono della gravità dell’infezione c’è il protofisico Lodovico Settala,  stimato esperto in materia, una sorta di Roberto Burioni ante litteam. Come Burioni, che per tempo si era affrettatto a dire “meglio sopravvalutare il problema che sottovalutarlo”, anche Settala prova a far capire alle autorità la gravità dela situazione ma nessuno lo ascolta. Come allora anche oggi si è parlato di una banale influenza.

Il tempo passa e i contagi aumentano in un clima di totale menefreghismo che non può non rimandare la memoria alle sciagurate immagini della campagna #milanononsiferma con i vari Zingaretti, Salvini e Sala immortalati in pose non propriamente inneggianti al distanziamento sociale. A secoli di distanza i governanti peccano dunque nuovamente di superbia, contribuendo in maniera decisiva alla diffusione del virus: incentivano gli assembramenti invece di vietarli, nel vano tentativo di inseguire ill mito dell’eterno profitto, commettendo un tragico errore al pari del racconto manzoniano quando il governatore Ambrogio Spinola organizza pubblici festeggiamenti per la nascita del principe Carlo, figlio del re Filippo IV infischiandosene del pericolo, come se non gli fosse stato parlato di nulla. Manzoni sottolinea come le autorità sanitarie e politiche di Milano mostrassero un’incredibile negligenza nell’applicare le minime misure di prevenzione per evitare che il contagio si propagasse alla città, al punto che la grida che imponeva il cordone sanitario non fu emanata che il 29 novembre, oltre un mese dopo i primi casi riconosciuti, quando ormai la peste era già entrata a Milano. Un film che sembra essersi ripetuto anche nell’epidemia (oramai pandemia) del Covid-19, con una serie di repliche anche alivello internazionale.

A dirla tutta, Manzoni annota con sorpresa anche il comportamento dei cittadini che, soprattutto nei luoghi in cui il contagio non è ancora arrivato, appaiono per nulla spaventati, perpetrando comportamenti tutt’altro che avveduti, nonostante le notizie della vicina pestilenza e domandandosi incredulo: chi non crederebbe che vi si suscitasse un movimento generale, un desiderio di precauzioni bene o male intese, almeno una sterile inquietudine? Sembra di ascoltare l’ormai ultra noto Burioni che blasta la gente: “Ho la sensazione che molta, troppa gente non abbia capito con che cosa abbiamo a che fare. Forse alcuni messaggi troppo tranquillizzanti hanno causato un gravissimo danno inducendo tanti cittadini a sottovalutare il problema. Non va bene, non va bene, non va bene. La gente in questo momento deve stare a casa”.

Le misure restrittive, pur tardive, infine arrivano per entrambe le epidemie ma il contagio appare inarrestabile. Le persone fuggono in campagna (oggi al sud) per sfuggire alla pestilenza che avanza inesorabile; le vittime giornaliere sono oltre cinquecento come quelle comunicate nel quotidiano bollettino pomeridiano a reti quasi unificate; i posti nei lazzaretti non bastano e occorre costruirne di nuovi come oggi è neccessario costruire nuovi ospedali e nuovi reparti di terapia intensiva; non ci sono medici a sufficienza e se ne cercano altri proprio come avvenuto con la call del Dipartimento di Protezione Civile per medici e infermieri; le fosse comuni non bastano più per seppellire i morti e se ne scavano di nuove proprio come il forno crematorio di Bergamo non riesce a smaltire i cadaveri costringendo l’esercito a trasportare in altre città le bare da cremare, con l’immagine dei mezzi militari in fila, in silenziosa processione che si trasforma nell’immagine della tragedia.

L’epidemia porta con sé anche numerosi esempi di carità cristiana ed esempi di malvagità. Tra i primi rientrano sicuramente i parroci, preti e cappuccini, che, in assenza di medici, si distinguono per l’infaticabile lavoro nei lazzaretti al capezzale degli ammalati pagando un prezzo altissimo: più di sessanta parrochi moriron di contagio. Numeri che impressionano perché pressoché identici non solo a quelli dei medici scomparsi a causa del Covid-19 ma, anche, ai sacerdoti deceduti e rimasti a guidare le proprie comunità.

Ma la paura genera sospetto e il popolo spaventato, in un periodo pieno zeppo di superstizioni come il seicento, cerca i colpevoli del contagio, gli untori. Si moltiplicano gli episodi di malvagità e di violenza gratuita come nel caso, descritto nel romanzo, dei tre francesi malmenati per aver accarezzato in modo sospetto il marmo di una delle pareti del Duomo e che fa perfettamente il paio con i numerosi episodi di violenza registrati nelle scorse settimane nei confronti di cittadini di origine cinese accusati di essere portatori, e quindi untori, del virus.

Ancora, nel racconto della pestilenza seicentesca non meno assurde e fantastiche sono le teorie riguardanti la responsabilità delle stelle comete o dei pianeti come Saturno e Giove, nello scoppio dell’epidemia, o circa i veleni, gli unguenti, le pozioni e stregonerie varie che si possono usare per diffondere il morbo e che ben si possono paragonare con le odierne fake news che circolano incontrollate, facendo disinformazione sull”origine del virus e la sua presunta creazione in laboratorio, sui motivi economici della sua diffusione, sull’efficacia dell’aglio per tenerlo lontano, sull’efficacia della vitamina C, della vitamina D, delle bevande calde e chi più ne ha più ne metta. Una vera e propria infodemia in grado di generare solo confusione.

Il gioco delle analogie – perché di questo si tratta, un gioco – potrebbe essere ancora lungo oppure rovesciarsi per analizzare le tante differenze che, per ovvie ragioni, sussistono tra le due vicende. Ma, affinché tutte queste parole non rimangano un mero esercizio di stile, occorre puntualizzare che il gioco vale la candela solo se si impara che siamo fatti di memoria labile e ballerina. Mai come oggi ci sentiamo fragili, soli ed esposti alle intemperie che la vita ci riserva. L’invisibile ammanta di incertezza il futuro. Bisognerà ricordare tutti gli errori, le paure e le analogie col passato con lo stesso spirito con cui si istituiscono le giornate della memoria o del ricordo: affinché gli anticorpi siano già pronti al primo segnale di malattia.


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