«Era già l’ora che volge il disio 
ai navicanti e ‘ntenerisce il core 
lo dì c’han detto ai dolci amici addio»

(Purgatorio VIII, vv.1-3)

Sin dai primi versi è la nostalgia, il senso della mancanza, il tema dominante dell’ottavo del Purgatorio che si apre nell’ora del tramonto, quella che risveglia nei marinai il ricordo degli affetti lontani, intenerendo loro il cuore al pensiero del giorno in cui hanno salutato gli amici più cari.

Questa ouverture, dal sapore chiaramente elegiaco, prosegue nella descrizione della preghiera della sera, il Te lucis ante terminum, e solo apparentemente è spezzata dall’arrivo dei due angeli e dall’incontro col giudice Nino Visconti, anch’egli nella valletta dei principi negligenti.

Gli angeli, fulminei e dotati di spada senza punta (ché il loro ufficio è difendere e non ferire…) hanno il compito di allontanare «una biscia, forse qual diede ad Eva il cibo amaro» (vv.98-99) e giungono qui direttamente dall’Empireo, «dal grembo di Maria» (v.37) quasi a rimarcare ancora una volta la potenza della tentazione a cui nessuno, con le sue sole forze, può sfuggire.

Nino Visconti, dal canto suo, si lancia in un duro rimprovero ai danni della moglie, Beatrice d’Este, colpevole ai suoi occhi di essere convolata a nuove nozze e, dunque, di non piangerlo più, tanto che Nino prega Dante di ricordarlo alla figlia Giovanna e di chiedere a questa di intercedere per la sua anima.

Insomma: se una scena rimarca l’umana fallibilità, l’altra sottolinea il senso di mancanza dell’amato non più riamato. In un caso e nell’altro, sempre di insufficienza si tratta…

E l’insufficienza è anche quella di Dante: prima è attratto da tre stelle non visibili dall’emisfero boreale, evidente allegoria delle virtù teologali di fede, speranza e carità, poi si intrattiene con Corrado Malaspina e, ricorrendo ad una profezia post eventum, descrive la grande liberalità della celebre casata in Lunigiana, di cui egli, esule e senza patria, potrà ben presto fare personalissima esperienza.

E così il cerchio si chiude: è Dante il viandante incompleto ed incompiuto, a cui mancano le virtù, a cui manca una dimora; è Dante il marinaio che si sente intenerire il cuore al pensiero della casa lontana.

È Dante, ma è anche ognuno di noi a riscoprirsi homo viator, pellegrino in questo tempo, esposto agli attacchi dell’ignoto, spesso a corto di difese, sempre assetato d’amore, non sempre corrisposto.

È che siamo mancanti e solo insieme possiamo, almeno per un po’, provare a completarci. In attesa che il mistero si disveli.

Michele Gentile: «Non so correre ai ripari quando piove la tua assenza».

Victor Hugo: «Essere mezzo cieco è peggio che esser cieco, perché si vede quel che ci manca».

Alda Merini: «Perché la mancanza d’amore è la mia pestilenza».


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...