Erano colleghe della grande multinazionale e lavoravano in stanze diverse. Per diverse era diverso il colore della pelle, il modo di abbigliarsi, il carattere e la provenienza. Mulatta e alta Denise, con un cespuglio di ricci fitti fitti sul capo, metteva pantaloni attillati colorati e incedeva a lunghe falcate. Pareva una gazzella nella savana di strade e auto che sfrecciavano. Piccola e chiara Meg, a volte addirittura trasparente, con quelle gonne dai colori pastello, quei capelli biondi degli avi irlandesi che le cadevano attorno al volto, ogni tanto faceva capo un sorriso.

Sentirono un rombo improvviso fortissimo mentre Meg era a portare una pila di fogli nella stanza accanto dove Denise stava di spalle alla vetrata, seduta alla sua scrivania. Gli altri colleghi erano i più in riunione al piano sopra. Si guardavano le ragazze spesso, erano le ultime arrivate e per cameratismo si cercavano nella giungla della torre, nella babele della grande mela. Paura ed eccitazione per il lavoro nuovo di zecca, proprio lì sulle torri, al centro di Manhattan, al centro esatto del mondo.

Si guardarono anche in quell’istante.

Il rombo divenne una cosa enorme che entrava. Meg lo vide arrivare su Denise. Si ritrovarono l’una sull’altra  in un secondo o meno: l’una nell’altra.

La stanza era un’altra ora, pareva di stare su una giostra infernale, tutto tremava e crepitava.

Poi arrivò il buio. Ora le ragazze erano divenute identiche, stessi occhi, stesso volto, stessa coltre di polvere grigia che le copriva come un mantello. Calò un polveroso silenzio.

Quel che successe è divenuta storia.

A tutte le Denise e Meg, ai loro colleghi, a chi provò a salvarli, a chi si trovò per caso, alla storia che cambia e poi si ripete.

Al silenzio che accompagna la morte. Al dolore che fa a cazzotti col concetto di tempo.

11 settembre 2001.


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