Se sei immorale – metti ti compri un presevativo – sei finito

Il ministro Giggino Di Maio sembra un disco rotto. Ormai manda come un mantra minaccioso la storia del reddito di cittadinanza. Comprensibile che lo faccia, essendo quel mantra la ragione per la quale il M5S ha preso voti a pacchi in ogni angolo del Paese, e in ogni centimetro del Sud. Una certezza da vecchia Democrazia cristiana, fatte le debite proporzioni fra uomini che hanno costruito la Repubblica e uomini che la stanno sfasciando. Il reddito di cittadinanza rimbalza in tutti i giornali e telegiornali e radiogiornali e spettacoli vari fino a “Chi l’ha visto?” E infatti fino adesso non s’è visto, e non si vedrà, se va bene, a partire dal marzo del 2019, cioè a un anno dalle elezioni. Arriverà, assicurano a voce alta Di Maio e a voce stentata Salvini, ma potrebbe fare la fine delle arance della Crimea nella storiella russa. In attesa delle arance, la fila sotto il Cremlino si faceva sempre più lunga, finchè il compagno dirigente non cominciò ad alleggelirla, prima mandando a casa gli ebrei, poi i compagni iscritti al partito dopo il ’30, poi quelli dopo il ’25, poi quelli dopo il ’17. Le arance non arrivarono mai. Non so se il reddito famoso arriverà, ma fino ad oggi continuano ad intrecciarsi regole e cavilli, sicchè anche gli stellati più ortodossi cominciano a vederci qualcosa di strano.

Abolire la povertà, articolo uno del provvedimento, sta diventando un impegno molto gravoso. Perchè per abolire la povertà, oltre ai soldi, ci vogliono regole mai scritte fino ad oggi, perché nessuno ha mai pensato ad una stupidaggine del genere, tranne Di Maio e Conte (Salvini ha i suoi dubbi, perchè lui è un politico di razza nordica e bianca). Chi le scrive le regole? Lo Stato. E come fa? Oltre a decidere, naturalmente, chi ha diritto, ci sarà da stabilire come e a quali condizioni erogare il sussidio. Per i furbi si fa presto, sei anni di galera per chi bara. Più difficile sarà individuare i furbi fra cinque milioni di poveri che, per decreto, diventeranno ex poveri. Innanzitutto un bancomat dedicato, da usare in esercizi moralmente sostenibili, e anche un pizzico eticamente. Quindi no alcol, no sesso, non rock and roll. Perchè è vero che non sei più povero, è vero che Dio ti vede e chiude un occhio, ma Di Maio vigila h24. Perchè Giggino non perdona. Vi mantiene, ma non perdona.

Lascio perdere le conseguenze sui lavoratori che guadagnano mille euro al mese e già pensano di licenziarsi chè 780 euro al mese, per non fare una mazza, sono un guadagno netto. Ma a questi furbi basterà ricordare che i soldi guadagnati possono finire in alcol, sesso e rock and roll, quelli di Di Maio per nessun motivo, invece. Il rischio è il carcere duro, peggio di quello che Salvini promette ai “negri” che delinquono. Nel migliore dei casi, dovrai comunque spendere nei negozi decisi dal governo. Se sei immorale – metti ti compri un presevativo – sei finito.

C’è una storia che mi ronza in testa da mezzo secolo, finalmente è giunto il momento di raccontarla. Un mio vecchio amico barese, presidente dell’Ente comunale di assistenza negli anni Sessanta del secolo scorso, fu processato perchè l’Ente riconosceva il sussidio di 2.500 lire al giorno anche a poveracci alcolizzati. Chiamato a discolparsi, il mio amico rispose al giudice: presidente, secondo lei, con 2.500 lire possono forse comprarsi una casa?  Michele, questo il nome, era un uomo libero che credeva nella libertà degli uomini. Lo Stato etico gli avrebbe fatto paura, come fa paura agli uomini che non si sono bevuti i cervello.


Fontehttps://flic.kr/p/JsAevr
Articolo precedenteUn pezzo di Andria sul Monte Rosa
Articolo successivoUna favola al mese: “I giochi di Lilla”
Antonio Del Giudice
Pugliese errante, un po’ come Ulisse, Antonio del Giudice è nato ad Andria nel 1949. Ha oltre quattro decenni di giornalismo alle spalle e ha trascorso la sua vita tra Bari, Roma, Milano, Palermo, Mantova e Pescara, dove abita. Cominciando come collaboratore del Corriere dello Sport, ha lavorato a La Gazzetta del Mezzogiorno, Paese sera, La Repubblica, L’Ora, L’Unità, La Gazzetta di Mantova, Il Centro d’Abruzzo, La Domenica d’Abruzzo, ricoprendo tutti i ruoli, da cronista a direttore. Collabora con Blizquotidiano.  Dopo un libro-intervista ad Alex Zanotelli (1987), nel 2009 aveva pubblicato La Pasqua bassa (Edizioni San Paolo), un romanzo che racconta la nostra terra e la vita grama dei contadini nel secondo dopoguerra. L'ultimo suo romanzo, Buonasera, dottor Nisticò (ed. Noubs, pag.136, euro 12,00) è in libreria dal novembre 2014. Nel 2015 ha pubblicato "La bambina russa ed altri racconti" (Solfanelli Tabula fati). Un libro di racconti in due parti. Sguardi di donna: sedici donne per sedici storie di vita. Povericristi: storie di strada raccolte negli angoli bui de nostri giorni. Nel 2017 ha pubblicato "Il cane straniero e altri racconti" (Tabula Dati).