
«Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta»
(Dante Alighieri, La divina commedia, Purgatorio, Canto l)
«Non verso il massimo controllo del potere da parte dei cittadini, ma, al contrario, verso il massimo controllo dei sudditi da parte del potereı
(Norberto Bobbio da Il futuro della democrazia)
La libertà di stampa è la miglior cartina di tornasole della libertà di un Paese.
Infatti, laddove i giornalisti della carta stampata, della radiotelevisione e di tutti gli altri mezzi di comunicazione di massa sono liberi, non tanto di esprimere le loro personali opinioni, quanto di pubblicare le notizie, allora il Paese che gode di questo privilegio è veramente libero, democratico e garante dei diritti delle persone.
Attualmente, l’Italia, che secondo Reporters Sans Frontières (RSF), occupa il quarantanovesimo posto, (preceduta da Paesi come Namibia, Polonia, Suriname) nella classifica mondiale della libertà di stampa, non è in una posizione confortante.
Piccola curiosità, “l’unica democrazia del medio oriente”, cioè Israele, è al centododicesimo posto, per dire il livello di libertà ivi garantito …
Ma perché l’Italia si trova così in basso da essere una delle ultime anche nell’area UE?
Da noi, va detto per chiarezza ed onestà intellettuale, non esiste la censura, come viene intesa in senso tradizionale, ovvero non esistono organismi preposti a selezionare ciò che è pubblicabile e ciò che non lo è, come accadeva durante il fascismo.
Vero è che per i social funziona la cancellazione di quelle che vengono ritenute fake news, ma gli addetti a questa funzione, spesso, sono propalatori di bufale al quadrato. E quindi non funziona un granché.
No, da noi, è molto incisiva l’autocensura, ovvero quel vizio, tutto italiano, di nascondere i fatti, tant’è che spesso, ridicolmente, sui giornali, (o in TV) vengono rappresentate opinioni su fatti mai raccontati ai propri lettori, che, ovviamente, restano disorientati.
Ma perché l’autocensura è così pervasiva tanto da condannare l’Italia a essere tra i Paesi che meno garantiscono il diritto all’informazione, statuito dall’articolo 21 della nostra Costituzione?
L’autocensura è facile da realizzarsi: basta non pubblicare le notizie di vero interesse pubblico, o relegarle in un trafiletto in ultima pagina e pubblicare al loro posto notizie di cronaca nera, tanto quelle suscitano sempre clamore ed interesse. O notizie curiose che sarebbe meglio lasciare alla rubrica Strano, ma vero della Settimana Enigmistica.
Oppure dare spazio enorme, e continuare ad insistere, su problemi che per quanto avvertiti come seri, in sé, non rappresentano una emergenza sociale. Ma che finiscono per diventarlo, mercé l’insistenza dolosa dei media allo scopo deliberato di occultare quei fatti che veramente incidono sulla vita delle persone.
Il perché questo accada andrebbe chiesto alla gran parte della classe dei giornalisti che si presta a questa mistificazione permanente.
Ma un’idea in merito ce l’avremmo.
La grandissima parte dei mezzi di comunicazione di massa nostrani, pensate alle TV e ai giornali nazionali, anzitutto appartengono, o sono controllati, dal governo o da grandi gruppi industriali privati, cui i direttori responsabili e i giornalisti obbediscono, a “tutela”, non certo dei lettori o telespettatori, ma delle loro personali fulgide carriere e lauti stipendi.
Esiste, in Italia (e non solo) un grumo denso e opaco di interessi di lobby e gruppi che usano i giornali, e altri media, come clava contro i propri avversari e come strumenti di propaganda per sé e i loro “compagni di merende”.
In più, come ha scritto il Prof. Orsini, poiché siamo uno Stato satellite degli USA, la nostra informazione asseconda i desideri dell’astro attorno a cui, dalla fine della seconda guerra mondiale, ruotiamo.
Ma tuttavia, si potrebbe obiettare che, comunque, i giornalisti restano liberi di esprimere opinioni politicamente orientate. Il che è verissimo. Ma non sono certo liberi di nascondere i fatti, o anche semplicemente di ignorarli.
Resta loro dovere costituzionale quello di informare, a tutto tondo, i cittadini per garantire quella “simmetria informativa” che, insieme alla discussione libera, sono i veri pilastri della democrazia vera e non vuoto simulacro qual è diventata la nostra.
Cionondimeno, un’ultima annotazione merita spazio. Perché i giornali italiani (non tutti, certamente, ma quasi!) ottengono, in modo diretto o indiretto, corposi finanziamenti dal Governo, ovvero dalla fiscalità generale, ovvero dai cittadini contribuenti?
La risposta potrebbe essere che, grazie al finanziamento, si assicura il pluralismo dell’informazione e che quando un qualsiasi giornale chiude è sempre un danno per la democrazia. Tutto vero se i giornali avvertissero profondamente la loro missione di informare, di controllare il potere, di schierarsi dalla parte dei cittadini, di essere, insomma quel “quarto potere” che rende il giornalismo meritorio non solo di esistere, ma di essere garantito ad ogni costo.
Ed invece, come Reporters Sans Frontières certifica, siamo ben lontani da un giornalismo nostrano che assolve al suo compito.
Ecco perché merita sostegno, a parere di chi scrive, la richiesta di referendum abrogativo, appena depositata in Corte di cassazione, della legge che garantisce questo finanziamento, definito dai promotori “reddito di giornalanza”.
Non si tratta di condannare, ammesso che passi – anzitutto con la raccolta delle 500.000 firme necessarie – i giornali alla chiusura.
Si tratta, semplicemente, di porre fine a una situazione, assai poco commendevole, di giornalisti che, se vogliono continuare a disinformare, che lo facciano coi soldi dei loro editori e non di tutta la comunità.






















