
Ad affaticare può essere anche la banalità…
Dalle fatiche non si esce mai indenni: il fatis, la “crepa” contenuta nella parola la dice lunga. E il connesso fatisco, con il significato di “aprirsi”, “fendersi”, “screpolarsi”, racconta la confidenza tra fatica e rottura.
Ma le fatiche non sono tutte uguali: ci sono quelle proficue e quelle inutili. Distinguerle è vitale. Significa risparmiarsi, proteggersi, imparare in cosa conviene davvero spendere le proprie energie. Peccato che, in genere, lo si apprenda solo dopo essersi sgretolati.
Alcune fatiche nascono da un fardello e, a lungo andare, chi ne è gravato può accusare stanchezza fisica e psicologica. Nemmeno i fardelli sono tutti uguali: ci sono quelli che ci piovono addosso, più o meno all’improvviso, e ognuno ne offre un’interpretazione diversa, teologica, karmica, semplicemente esistenziale. Ce ne sono altri che ci scegliamo e, in genere, sono quelli per i quali si aggiunge il carico della solitudine. Non ci sono molte persone in giro disposte ad ascoltare, accogliere, condividere i carichi liberamente scelti: la retorica del “volere è potere” frena non di poco la solidarietà, una parola buona o un gesto gentile in grado di alleviare il peso della circostanza. Così, ci si ritrova a dovere e potere solo pedalare la fantomatica “bicicletta”, che è stata voluta, dunque perché lamentarsi? E perché desiderare meno fatica se tutti, prima di noi, l’hanno fatta? Ne hanno addirittura fatta il doppio e il triplo, perché ciascuno è convinto che, ai suoi tempi, ha dovuto patire cose ben peggiori delle nostre. Eppure, ce l’ha fatta. Anzi, pare ce l’abbia fatta esattamente per diventare l’apatico dispensatore di una sapienza di cui, chi sta facendo fatica in qualcosa, non ha assolutamente bisogno. «E per tutti il dolor».
È questo il motivo per cui, in genere, a una madre viene chiesto di non lamentarsi: non ha forse scelto di esserlo? Perché dovrebbe, allora, avere diritto di sfogo, di aiuto, pure di rimpiangere la leggerezza del passato? Eppure, in un’ipotetica carta dei diritti fondamentali del faticante, questi sarebbero principi fondanti, inalienabili. Si può spronare in molti modi: a fare la differenza sono, sempre, le parole e l’empatia, in grado di offrire sostegno, di stare nel mezzo tra il distacco serafico e la tentazione, altrettanto sbagliata, di schermare chi amiamo da qualsiasi difficoltà.
Ci sono altre fatiche, più subdole e silenti, non date da pesi, rotture non derivanti da pressioni. Ad affaticare può essere anche la banalità che, secondo la lezione di Hannah Arendt, è sempre la madre del male. «Non ci ho pensato», «Non ci ho prestato attenzione», «L’ho detto tanto per», «Non l’ho fatto con intenzioni cattive», «Sai che sono fatto così»: modi di dire, corredati da modi di fare, che appesantiscono il quotidiano, le relazioni, le incombenze lavorative, gravandole del peso di una leggerezza frivola. E mentre chi si autoassolve si scarica di qualsiasi responsabilità, fino alla più minuscola consapevolezza, chi subisce continua a subire, ad accusare stanchezza, senza peraltro avere sempre le categorie, le parole, anche solo la lucidità per capire che nell’abisso della superficialità si annega molto più facilmente di quanto sembri possibile.
Forse, allora, si potrebbe partire da qui. Se è vero, infatti, che stabilire quando, quanto, come, se liberarsi di certe fatiche comporta un discernimento non sempre immediato, è anche vero che lo stesso si fa più rapido di fronte alla banalità del male. Questa va sempre evitata, perché produce pesi intollerabili. La fatica per le frivolezze, insomma, non è mai una buona idea: il nulla produce annullamento.
Si sente quando le fatiche, invece, sono di altra natura, sono spietate eppure sane: la luce che entra dalla crepa ti avvisa, ti guarisce, ti guida. Ed entra per ricordarti che ne vale la pena e che le cose meravigliose, in genere promesse alla fine della corsa, spesso si presentano già durante la scalata. Te le ritrovi tra le mani screpolate e, seppur stanco, non puoi fare a meno di gioire.



























