«Le cose piccole hanno l’aria di nulla ma danno la pace»

(Georges Bernasos)

Le vicende di lavoro devastanti iniziavano a prendere un certo carattere di ridicolo. Così come dopo la tempesta arriva sempre il sole, dopo le lotte intestine serie ed inequivocabili, arrivava sempre quel momento in cui la tensione, fisiologicamente, si allentava. No, non si abbassava mai la guardia, ma le corde perdevano l’eccessiva trazione: in modo del tutto naturale, evidentemente, evitavano di spezzarsi.

Fondamentalmente era un fatto di sopravvivenza, sarebbe bastato ricordarsene nei momenti di piena e sanguinosa guerra, quando non si vedeva più niente se non il panno rosso che in teoria scatena i tori, ma all’atto pratico toglieva i legacci alla peggiore faccia degli uomini.

Quella era stata una mattina partita in modo un po’ più rilassato del solito: qualche minuto in più prima di dover uscire di casa, la strada in auto percorsa con la musica e senza telefonate in vivavoce, il parcheggio trovato subito sotto l’ufficio. Che dire, aveva ragione Coelho: delle volte tutto l’Universo si muove per rendere le cose migliori.

Nel caso specifico erano proprio le cose piccole: un posto auto, per capirci, era un’ottima cornice per una partenza meno irritata ed irritante del solito.

Entrò nel palazzo dei delitti emotivi, lo stesso presso cui svolgeva la sua amata e pagata attività, timbrò il cartellino, portò avanti la sua prima ora di lavoro e si ritrovò in pausa a sbrigare un’urgenza che gli era stata da poco segnalata. Era rilassato, l’ho detto, non gli pesava.

Seduto fuori dal suo posto canonico, redigeva una mail di segnalazione, quando vide arrivare il suo capo che si dirigeva altrove: fu salutato e ricambiò il saluto. Continuò a fare ciò che faceva, senza cambiare di un millimetro la sua posizione, frattanto ascoltava. In sostanza il dominus si stava preparando a fare un’epocale figura vergognosa ed umiliante e lui era lì a godersi la scena, per puro caso. Conosceva i retroscena che gli avevano permesso di prevedere al volo ciò che stava per accadere ed era incredulo: Universo grazie, pensò, oggi hai un’ironia davvero apprezzabile!

Con questa piccola parentesi ridens che, badate bene, ad una persona aliena avrebbe fatto fare almeno settantasei minuti di silenzio punitivo in solitudine  per la vergogna ma al suo capo no (era un ottuso saccente), il nostro amico tornò nel suo ufficio. Il collega sveglio che, per vie traverse, era stato incluso nella vicenda appena accaduta, lo accolse con un sorriso di intesa per cui non fu necessario si dicessero nulla e, anche lui figlio dell’Universo di quel giorno, infilò la mano nel cassetto, tirò fuori una confezione di prezioso e ricercato cioccolato alla menta svizzero e gliela porse:

–   È per te. Gli disse.

–   Per me? Rimase un attimo ghiacciato per l’incredulità, ma non fece nulla perché la cosa fosse evidente.

–   Certo! L’ho preso a Locarno due giorni fa pensandoti. Non è niente, un pensiero. Credo sia proprio buono.

Prese la confezione con un sorriso a trentadue denti netti, ringraziò sperando che questa volta tutta la gratitudine per il collega e l’Universo fosse ben visibile e andò a riprendere il suo lavoro.

Non c’era che dire, era il giorno delle piccole cose. Ma stavano accadendo tutte così, una dietro l’altra, non le aveva ancora focalizzate.

La sera, quando si accinse ad assaggiare la prelibatezza che d’oltralpe gli era stata regalata, si accorse di quanto davvero grande potesse essere ciò che era accaduto e gli sarebbe tanto piaciuto poterlo raccontare a qualcuno, però non aveva nessuno a cui poterlo spiegare. Le uniche persone a cui avrebbe potuto dirlo senza cadere nella più totale ed umana banalità, non avrebbero avuto né il tempo e né il modo per parlare di nulla che non fosse di altra natura, figuriamoci poter trovare il tempo per una simile parentesi. Era uno stralcio di vita concitato per tutti quello lì: lui se ne era fatto una ragione, non ricordava più nemmeno quando fosse stata l’ultima volta in cui aveva potuto perdersi in una chiacchierata emotivamente lapalissiana e coinvolgente e la cosa, ormai,  nemmeno lo sconvolgeva.

Così, gustando il suo cioccolato, decise di mettersi a dormire custodendo quei piccoli segni che gli avevano fatto bene. Si mise a letto, squillò il telefono.

No, non era nessuna delle persone di cui sopra, ma ancora un collega.

–   Ehi, scusa per l’orario, domani io stacco alle 12:30. Se ti va passo a prendere le pizze, le porto da te, pranziamo insieme e poi rivediamo quel progetto che ci aspetta da un anno. Ho pensato che di venerdì si possa fare, non ci correrebbe dietro nessuno.

L’Universo ancora? L’Universo ancora.

–   D’accordissimo. Mi fa piacere!

–   Anzi, a proposito, ho per le mani una fagiolata divina preparata con i frutti del mio orto, se ti piacciono i fagioli domani te ne portò un po’.

–   Ma io adoro i fagioli! Grazie!! Allora a domani.

–   A domani, buonanotte.

E niente, mentre la sua migliore amica, agli albori di quella giornata, gli aveva effettivamente  ricordato vicende di gente che, di chi lui era stato certo fosse, conservava solo la faccia (e pure di culo), il resto si era svolto così: una giornata di eventi casuali, piccoli, gratuiti e concreti pensieri dedicati, cioccolata, pizza e fagioli dall’orto.

La soddisfazione della figuraccia del capo se l’era pure dimenticata.

Beh, a voi posso dirlo, lui era alieno. Queste cose gli capitavano in occasioni più uniche che rare; tutte insieme poi, neanche a parlarne. Decise che per quel giorno poteva davvero dirsi soddisfatto. Per lui cose così erano fortissime botte emotive e, si sa, le cose belle per i marziani ed impercettibili per i terrestri, sono così incredibili da stancare. Non pregò, non chiese nulla, solo non poté evitare di chiudere gli occhi sprofondando in un sonno improvviso di cui aveva evidentemente tanto bisogno e, nella fase rem, riuscì solo a pensare che l’indomani avrebbe fatto qualcosa di utile. Non sapeva cosa, ma lo avrebbe fatto. Perché era l’unico modo che conosceva per rendere grazie; un grazie che, a maggior ragione se destinato all’Universo, non si dice, ma si fa.


Articolo precedenteStare
Articolo successivoFarmaci che evitano la chemio: tutta pugliese una scoperta contro il cancro
Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

LASCIA UNA RISPOSTA

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.