
Tra curiosità, meraviglia e controllo sociale
L’autonomia infantile rappresenta un aspetto fondamentale dello sviluppo umano, poiché consente ai bambini di esplorare il mondo, sviluppare la propria identità e acquisire competenze essenziali per la vita adulta. Tuttavia, negli ultimi decenni, si è assistito a un progressivo restringimento degli spazi di libertà per i più giovani, con implicazioni significative sul loro benessere psicologico e sociale.
C’erano una volta le “esplorazioni bambine”. Bastava una mela, un panino e una mezza giornata libera per costruire ricordi che ci avrebbero accompagnati per tutta la vita. L’infanzia era il tempo dell’avventura, del rischio calcolato, della crescita attraverso l’errore. Da casa al cortile, poi alla strada, fino al fiume, al boschetto dietro l’ultima casa del quartiere: un’escalation naturale di scoperta e autonomia. Oggi, quella libertà è un reperto archeologico. I bambini di oggi non esplorano: si spostano solo dentro confini tracciati dagli adulti. Non decidono, non provano, non sbagliano. Le attività “avventurose” sono pacchetti chiavi in mano preparati da un educatore, un allenatore, un animatore. Ogni esperienza è sterilizzata, ogni contesto ipercontrollato. Nessun sentiero, solo marciapiedi. Nessun rischio, solo regole.
In questo habitat sorvegliato e iperprotetto, cresce una generazione in apnea, compressa dentro una normalità imposta e senza respiro. E non sorprende, dunque, leggere i dati sull’aumento di depressione tra bambini e adolescenti, né sapere che il suicidio è diventato la seconda causa di morte tra i ragazzi sotto i vent’anni. Una tragedia collettiva che affonda le radici nella perdita progressiva di autonomia e significato. La curiosità è una pulsione naturale che spinge il bambino a esplorare l’ambiente circostante per comprendere e dare senso alla realtà. Jean Piaget, uno dei più influenti psicologi dello sviluppo, ha evidenziato come i bambini, attraverso l’esplorazione e l’interazione con il mondo, costruiscano attivamente la loro conoscenza. Allo stesso modo, Aristotele sosteneva che la meraviglia è la causa del filosofare, indicando come lo stupore di fronte al mondo sia il punto di partenza per la riflessione e la conoscenza.
La società contemporanea ha trasformato la protezione in oppressione, l’assistenza in infantilizzazione. I giovani di oggi vivono sotto tutela continua: con la carta prepagata che non gestiscono, il telefono che li localizza sempre, l’incapacità di lavorare prima dei 18 anni, l’assenza totale di responsabilità reali. E mentre gli adulti si arrogano il diritto di guidare ogni scelta, ai ragazzi resta solo l’illusione di scegliere, e la frustrazione di non sapere più nemmeno cosa significhi prendersi un rischio. Ma c’è di più. La fragilità giovanile non è solo tollerata: è coltivata, alimentata, glorificata. Il disagio viene trattato come un’identità. L’ansia, come una bandiera. La società assorbe la debolezza dei suoi figli per legittimare sé stessa: più sono insicuri, più gli adulti si sentono necessari. È un sistema che non protegge, ma che si nutre della dipendenza che crea.
E così si arriva all’assurdo. Un bambino di sei anni si lancia nel vuoto da una tromba delle scale e la colpa è della scuola. La madre denuncia l’istituto perché il figlio è stato “lasciato solo”. Ma davvero un bambino di sei anni non può stare trenta secondi da solo senza tentare un gesto pericoloso? Se sì, la domanda non è: “dov’era la bidella?”, ma piuttosto: “dove sono stati i genitori nei primi sei anni di vita di quel bambino?” Non si tratta di insensibilità. Si tratta di responsabilità. Se i bambini crescono senza sviluppare una percezione concreta del pericolo, se a sei anni non sanno distinguere un gioco da un atto letale, allora il problema non è la sorveglianza scolastica, ma l’incapacità sistemica di formare persone autonome.
La tragedia di Genova è il simbolo di questo fallimento. Una bambina è morta a pochi metri da casa, perché una legge impediva che potesse fare da sola il breve tragitto scuola-casa. Un gesto semplice, alla portata di qualsiasi bambino di dieci anni, vietato da norme iperprotettive che trasformano i genitori in carcerieri e i bambini in eterni disabili. L’infanzia diventa una malattia da gestire, non una fase da vivere. Negli ultimi anni, si è assistito a un crescente controllo sociale sull’infanzia, con normative e comportamenti che limitano la libertà dei bambini. Eventi di cronaca, come il caso di una bambina che ha perso la vita mentre si recava a scuola da sola, hanno portato a un rafforzamento delle misure di sicurezza, ma anche a una maggiore diffidenza nei confronti dell’autonomia infantile. Questa tendenza riflette una visione della società che privilegia la protezione a scapito della libertà, creando un ambiente in cui i bambini sono visti come vulnerabili e incapaci di gestire autonomamente i rischi. Tuttavia, questa prospettiva può portare a una stigmatizzazione dell’autonomia, considerata come un comportamento deviato o pericoloso, anziché come un diritto fondamentale dello sviluppo umano.
La soluzione non è “più assistenza”, ma meno. È ridare ai bambini il diritto di sbagliare, ai genitori quello di scegliere, alla scuola la possibilità di educare senza trasformarsi in penitenziario. Servono leggi che liberano, non che chiudono. Serve una cultura della fiducia, non della paura. Serve un’educazione che insegni a cadere e a rialzarsi, non a non muoversi mai.
La ribellione nell’infanzia e nell’adolescenza è spesso vista come una fase di conflitto con l’autorità, ma può anche essere interpretata come un’espressione di ricerca di indipendenza e identità. Françoise Dolto, psicoanalista francese, ha descritto l’adolescenza come una fase in cui il soggetto attraversa una mutazione, simile a quella dell’aragosta che cambia corazza, cercando una nuova identità. E allora, giovani del 2025, svegliatevi. Ribellatevi a un sistema che vi chiama fragili per tenervi buoni. Rivendicate la vostra autonomia. Spegnete il telefono, uscite di casa, fatevi un panino e andate in collina, al fiume, a perdervi. Come facevamo noi. E magari, nel silenzio del bosco, tra i rami e il vento, scoprirete che non siete fragili. Siete solo vivi. E non c’è ansia che tenga, quando si cammina da soli verso la libertà.


























