
Fernanda Wittgens, la donna che sfidò le bombe per amore dell’arte
Nel mondo dell’arte la figura di Fernanda Wittgens brilla come un diamante di resilienza e competenza. Non è stata solo la prima donna a dirigere la Pinacoteca di Brera, ma una vera e propria “sentinella” della bellezza e dell’arte in uno dei periodi più bui della storia umana. E se oggi possiamo ancora ammirare il Cristo Morto di Mantegna o lo Sposalizio della Vergine di Raffaello, lo dobbiamo in gran parte alla sua ferrea volontà.
Una Direttrice in un mondo di uomini
Negli anni ’30, il mondo accademico e museale italiano era una roccaforte maschile. Fernanda, però, non era il tipo da farsi intimidire. Entrata a Brera come ispettrice, sotto l’ala del grande Ettore Modigliani, dimostrò subito una competenza fuori dal comune. Quando Modigliani fu allontanato a causa delle infami leggi razziali del 1938, Fernanda non si limitò a prenderne il posto (diventando direttrice nel 1940): divenne il suo braccio destro clandestino, continuando a consultarlo e a proteggere il museo seguendo la loro visione comune.
Eroina di Brera
Con l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, il compito di Fernanda mutò radicalmente. Non si trattava più di studiare l’arte, ma di farla sopravvivere.
L’evacuazione: Organizzò il trasferimento di centinaia di capolavori verso rifugi sicuri (come il Palazzo dei Principi di Carpegna o la Villa di Guastalla), monitorando i carichi sotto i bombardamenti.
Il salvataggio delle vite: Fernanda non salvava solo tele e marmi. Sfruttò la sua posizione e i suoi contatti per aiutare ebrei e perseguitati politici a fuggire in Svizzera.
“Quando crolla una civiltà e l’uomo diventa una belva, chi ha il compito di difendere le forme dello spirito ha il dovere di non arrendersi.” – È questo il mantra che l’ha guidata fino all’arresto nel 1944, tradita da un delatore. Finì in carcere a San Vittore, ma nemmeno lì perse la sua dignità, definendo la prigionia una “tappa di perfezionamento”.
Entriamo nel vivo della “lista dei tesori”. Fernanda Wittgens non si limitò a nascondere qualche quadro, orchestrando un’operazione logistica degna di un generale, mettendo al sicuro l’intera identità visiva del Rinascimento italiano. Tra le opere che oggi possiamo ancora ammirare grazie al suo “tempismo d’acciaio” citiamo Lo Sposalizio della Vergine di Raffaello e Il Cristo Morto di Mantegna
Lo Sposalizio della Vergine di Raffaello

È forse il simbolo più potente del suo impegno. Per salvarlo dalle razzie naziste e dai bombardamenti, Fernanda lo fece trasportare personalmente in Umbria, a Perugia. È il quadro che sancisce il passaggio di Raffaello da giovane promessa a genio assoluto. Immaginate se questa tavola, con la sua prospettiva perfetta e quel tempio circolare che sembra respirare, fosse finita bruciata o nel salotto di qualche gerarca. Fernanda lo accompagnò quasi fisicamente, assicurandosi che la cassa fosse sigillata e protetta dalle intemperie.
Il Cristo Morto di Mantegna

Questo è il quadro del cuore di Fernanda: lo ammirava fin da quando aveva 8 anni. La potenza di quest’opera sta nello scorcio prospettico rivoluzionario che mette lo spettatore “ai piedi” di Cristo. Fernanda sapeva che un’opera del genere non era solo un oggetto, ma un pezzo di coscienza collettiva. Lo evacuò tra i primissimi lotti di opere nel 1940, poco prima che l’Italia entrasse nel conflitto, intuendo con lungimiranza quello che sarebbe successo.
L’ Ultima Cena di Leonardo da Vinci

Sebbene il Cenacolo si trovi a Santa Maria delle Grazie e non “dentro” Brera, Fernanda Wittgens, come Soprintendente, fu l’anima della sua sopravvivenza.
Il miracolo dei sacchi di sabbia: Sotto la sua direzione, la parete del refettorio fu protetta da un’impalcatura di travi e migliaia di sacchi di sabbia. Quando una bomba colpì il chiostro nel 1943, distruggendo le pareti laterali e il soffitto, il muro di Leonardo rimase in piedi quasi per miracolo..
Brera “Museo Vivente”
Dopo la guerra, Milano era una ferita aperta. Brera era stata colpita duramente dai bombardamenti del ’43. Molti avrebbero gettato la spugna, ma Fernanda tornò e, insieme al reinsediato Modigliani e all’architetto Piero Portaluppi, compì il miracolo.
Non voleva solo rimettere in piedi i muri; voleva un “museo vivente”! e così introdusse la Didattica moderna essendo così tra le prime a capire che l’arte doveva parlare a tutti, non solo agli esperti. Molto importante fu anche l’ Apertura sociale organizzando visite serali e conferenze per rendere il patrimonio davvero “di tutti”. infine, portò a Brera l’illuminazione moderna e criteri espositivi d’avanguardia.
L’eredità di Fernanda oggi
Oggi Fernanda Wittgens è riconosciuta tra i Giusti tra le Nazioni allo Yad Vashem. La sua figura ci insegna che la competenza non ha genere e che la cultura non è un lusso, ma un bene di prima necessità che va difeso a costo della vita.
Rappresenta l’idea che un direttore di museo non è un burocrate, ma un custode della memoria collettiva. Se Brera è oggi quel luogo magico e accogliente nel cuore di Milano, è perché una donna, con una borsa piena di documenti e il cuore pieno di coraggio, ha deciso che la bellezza non poteva morire sotto le macerie.



























