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Perché racconta e su di esso si può contare

Il diritto di contare: così si intitola un meraviglioso film ispirato a una storia vera, quella di tre donne afroamericane che, sfidando il clima razziale degli anni Sessanta, lavorano alla NASA, collaborando attivamente all’operazione spaziale degli Stati Uniti.

Contare è una parola particolarmente ricca di significati e implicazioni. Dal latino computare, essa significa principalmente “annoverare” e “numerare”; del resto il “computer” lavora per algoritmi. Da qui, poi, si è passati al contare nel senso di “aver credito e autorità” (come vuole il film in questione) e, infine, al “raccontare”, che è un “enumerare narrando e descrivendo” da parte di chi, probabilmente, vuole che qualcosa sia noto, che conti.

Eppure a volte una smania eccessiva di calcoli e conteggi sortisce l’effetto opposto, ossia quello di mettere in secondo piano ciò che davvero è importante. Prendi un trasloco fuori regione e l’inizio di un lavoro, magari in piena pandemia: residenze, indirizzi, contratti, clausole, firme e controfirme, corsi anti-covid, gel, guanti e mascherina; poi iban, pin, puk, password, e-mail. E chi più ne ha più ne metta. Lo smarrimento è assicurato, così come quella sottile, affilata e tagliente sensazione di essere drammaticamente soli. Magari solo perché non stiamo chiedendo aiuto. Ammesso che chi non inizia tutto ex novo, ma prosegue la vita di sempre, abbia giornate e sentimenti diversi! Insomma può sempre accadere che volti e cose essenziali, più di altri volti e altre cose, finiscano in calce a una lista sterminata di impegni e urgenze, di certo non rimandabili o declinabili.

È curioso, però, che in certi marasmi quei volti e quelle cose abbiano la forza di risalire in cima, di tornare a contare come prima e più di prima. Com’è possibile? È semplice: chi conta davvero, si intrufola nella lista impietosa degli impegni e ti offre ben più di una spalla, ricordandoti che conta semplicemente perché su di lui o su di lei puoi contare, tirando in ballo l’ennesimo significato del termine. Sto parlando di persone che ti vengono incontro anche se sei a mille chilometri di distanza; di quelle mani che sanno prendersi cura, anche se gli occhi devono fare a meno della presenza; di quelle parole gentili, incoraggianti, costruttive, interessate e sempre disinteressate, grate e gratuite, così diverse da quelle di chi recrimina attenzione, rimprovera perché “non ti fai mai sentire”, si cerca l’alibi di ferro del “sei troppo lontano, se fossi qui…!”.

Insomma, “contare” nella vita di qualcuno o in qualche situazione quotidiana, ossia godere di un posto speciale e del giusto riconoscimento, è un compito arduo. Il tuo diritto di contare, in altre parole, presuppone il dovere di dimostrare che su di te si può effettivamente contare. Altrimenti non c’è storia. E le tre donne del film lo sanno bene, tre straordinarie intelligenze che scalano montagne di pregiudizi per dimostrare alla NASA la loro affidabilità e la loro autorità.

Sia chiaro: siamo liberi. Possiamo scegliere di restare accucciati pigramente nel nostro nido, di montare un’intera filmografia di scuse pur di non ammettere che, forse, siamo drammaticamente mancanti. L’importante è non pretendere, avanzando diritti a tutto spiano. Perché è vero, l’amore è gratuito, ma non è stupido, né banale, né facile. L’amore è fiducia e la fiducia ha bisogno di quel contraccambio da cui nasce la gratitudine. E senza gratitudine non c’è gratuità.

“L’amore conta”, canta Ligabue. Ed è così. Conta, perché su di esso si può contare. E racconta in ogni singolo gesto lo straordinario eroismo di chi molla tutto e corre incontro a chi ne ha bisogno, col desiderio di essere qualcuno per lui, di contare qualcosa. Un desiderio puro, distante dal bisogno di monopolizzare le attenzioni altrui e manipolarne gli affetti. Un desiderio che muove tutto, anche quando la sfiducia in chi parla soltanto, molto più della fatica del momento, ti farebbe fermare.


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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

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