Tutto ciò che Zygmunt Bauman è stato, e che continua ad essere

“I can’t walk, i stay here!” Si rivolge così Zygmunt Bauman al rettore dell’Università del Salento. E’ il 17 aprile 2015 e il noto filosofo polacco non ha proprio voglia di salire sul palco dell’Aula Magna per ritirare la laurea honoris causa in lingue moderne, letteratura e traduzione letteraria. Preferiva starsene lì, seduto in prima fila. Benchè quella giornata fosse stata organizata per lui, i riflettori voleva evitarli, non gli andavano giù tutti quei complimenti, “non siamo mica al mio funerale!” soleva ripetere ai nipoti che lo avevano accompagnato da Leeds. Morirà diciotto mesi più tardi, il 9 gennaio 2017, circondato dall’affetto dei suoi cari e dalla gratitudine del mondo intero.

Zygmunt Bauman conosceva perfettamente i rischi dell’essere nato a Poznan, ma ciò non gli impedì di crescere spiritualmente in un’epoca devastata dalla shoah. Di origini ebraiche, fu costretto, a causa dell’invasione nazista, ad emigrare nell’ex URSS prima, e in Israele poi, dove tenne una cattedra all’Università di Tel Aviv. Vicino all’ideologia marxista e prosecutore delle nozioni di Antonio Gramsci e Georg Simmel, Bauman legò indissolubilmente il proprio nome agli studi del regime totalitario che aveva generato la tragedia dell’Olocausto.

La visione panoramica che Bauman offre della società assume contorni di pura innovazione etica. Nel suo coacervo di pensieri, il filosofo inseriva, accuratamente, dettagli di una realtà frutto di scelte consequenziali agli orrori della persecuzione a cui aveva assistito. Quando, nel 1971, decise di scrivere solo in lingua inglese, fu a tutti più chiaro il concetto di “postmodernismo” dal quale, successivamente, discenderà il significato di “società liquida”.

Nelle opere quali “Vite di scarto”, “Homo consumens” e “Dentro la globalizzazione”, Bauman traccia il profilo di un’esistenza in cui l’uomo è perennemente mercificato, versando in un metaforico stato liquido che perde di consistenza di fronte alla manipolazione degli altri. La vita liquida, descritta da Bauman, si adegua al comportamento della massa e lo fa per non sentirsi esclusa dalle vicende interpersonali. Persino per quanto riguarda la stratificazione sociale, la differenza tra ricco e povero si scioglie a seconda delle necessità di sussistenza dell’individuo. Secondo Bauman, il povero si distacca dal sistema produttivo globale non perchè non sia in grado di comprare l’essenziale, ma perchè non può acquistare quello che lo farebbe sentire parte della modernità. Il consumismo diventa, quindi, la standardizzazione agli schemi comuni e il prodotto lo strumento per trasformare in merce qualsiasi soggetto, incluso l’essere umano.

Difficile divincolarsi dai meandri di questo ipotetico tribunale, qui non c’è giuria, gli avvocati difendono solo la propria causa e il giudice latita davanti alla possibilità di ergersi super partes. Ci vorrebbe un terzo parere, una sentenza che sbrogli l’ingarbugliata matassa della morale, ma le istituzioni, corrotte, fuggono dall’arduo compito, trascinandosi negli onori popolari e strisciando al cospetto di onerosi poteri capitalistici. La cecità che comporta tale atteggiamento, può indurre le generazioni future a schierarsi nella stamberga dei negazionisti, svilendo, così, la memoria storica che, invece, un evento tanto grave come l’Olocausto deve tener costantemente in vita. Affinchè si sensibilizzi, sempre di più, l’opinione pubblica, rigettando qualsiasi disperato tentativo di autoassoluzione, tipica, ad esempio, dei soldati delle SS che, a loro dire, eseguivano solo degli ordini e che, un giorno, come racconterà in seguito lo stesso Bauman, obbligarono con la forza una famiglia polacca a seguirli in aperta campagna. Fu in quel momento che un adolescente, dalla voce soave ma dalla ferma pervicacia, eruppe con la trucida esclamazione: “I can’t walk, I stay here!”