Da sempre fiore all’occhiello del nostro Paese, l’Università “La Sapienza” di Roma ha, da poco, conseguito il primo posto italiano e 114esimo mondiale per la qualità della ricerca. Abbiamo chiesto un commento ad Antonio Musarò, docente di istologia ed embriologia nel corso di laurea in Medicina

 Prof Antonio…

Ti fermo subito, caro Miky. Ci conosciamo e ci diamo del tu: continuiamo a farlo anche in questa intervista.

Ricevuto, grazie Antonio! Allora, quanto ritieni sia stato importante il lavoro di squadra per questo prestigioso riconoscimento?

Il lavoro di squadra per arrivare a risultati così prestigiosi non solo è importante, ma fondamentale; come fondamentale è stato, per una istituzione prestigiosa come L’Università La Sapienza di Roma, darsi degli obiettivi ambiziosi. Il ranking di valutazione è stilato sulla base di 7 parametri di cui 4 legati alla Research Performance, ed è proprio su questo parametro, circa la qualità della ricerca, che La Sapienza Università di Roma ha avuto il punteggio più alto. A me piace sintetizzare tutto questo come una sorta di “effetto comunità”, dove ognuno deve essere funzionale al raggiungimento degli obiettivi. E grazie a questo lavoro di squadra e di una strategia di promozione della qualità della ricerca, l’Università La Sapienza risulta al primo posto in Italia e tra i primi 50 Atenei nel mondo per 10 materie e al secondo posto a livello mondiale nella categoria disciplinare Classics & Ancient History dopo l’università di Oxford.

Cosa si intende per “ricerca” e come sarebbe opportuno valorizzarla per metterla al servizio dei cittadini?

Rispondo intanto con quanto commentato dal rettore Eugenio Gaudio alla notizia che La Sapienza rappresenta la prima università italiana nella classifica internazionale Cwur: “Mai come in questo periodo si è diffusa la consapevolezza di quanto sia strategico a livello Paese rafforzare la ricerca nelle sue varie articolazioni e metterla a servizio dei cittadini”. È importante quindi ribadire, in una società in perenne mutamento, la centralità della ricerca scientifica come valore fondamentale per il progresso scientifico, sociale, culturale ed economico del nostro Paese. C’è stato qualche ministro che sosteneva che con la “cultura non si mangia” e c’è chi pensa ancora oggi che tagliare risorse alla ricerca scientifica, al mondo della scuola, alla cultura e alla sanità pubblica sia efficace per poter fare cassa. Mantenere i conti in ordine e contenere il debito pubblico è senza dubbio fondamentale per un Paese, ma tutto ciò non deve essere di costrizione al suo vero benessere che è la conoscenza, la capacità cioè di produrre ricchezza, intesa non solo come capacità di produrre profitto economico, ma soprattutto profitto culturale, scientifico e sociale. Tra l’altro, le preoccupanti vicende circa l’epidemia da SARS-Cov-2 hanno contribuito a far emergere quanto la ricerca scientifica in Italia sia una punta di eccellenza e rappresenti un riferimento nel panorama mondiale. Nonostante la cronica penuria di finanziamenti, i ricercatori italiani siano riusciti a raggiungere, negli ultimi dieci anni, traguardi ragguardevoli per la qualità dei prodotti della ricerca svolta. È un dato di fatto che in momenti critici per la salute della popolazione e di fronte a patologie gravi o incurabili, ci si aspetta che la Scienza e la ricerca biomedica in particolare, forniscano soluzioni risolutive, nel minor tempo possibile. Ci si dimentica però troppo spesso che la Scienza ha bisogno di risorse, di persone, di metodologie, di protocolli validati o validabili, di mezzi e di tempi, per agire sempre con efficienza, onestà intellettuale e comportamenti non pregiudizievoli. Questo implica che per consentire alla Scienza di rispondere a queste sollecitazioni e a prevenirne altre, bisogna farsi portavoce delle necessità imprescindibili che il mondo scientifico della ricerca ha per mantenersi vitale, competitivo e al passo con le più moderne tecnologie. Del resto un paese senza ricerca scientifica è un paese senza futuro.

Nel Decreto Rilancio presentato dalla task force di Vittorio Colao si invita a “creare poli di eccellenza scientifica internazionale differenziando le università al loro interno sulla base della pluralità di ‘missioni’ e del diverso grado di qualità della ricerca delle loro strutture interne”. È giusto, a tuo parere, premiare le strutture che primeggiano in alcune funzioni anziché quelle che ottengono risultati discreti in tutte?

Quello che penso è che bisogna intanto invertire la rotta ed evitare di creare poli contrapposti tra accademia e centri di ricerca; del resto, reputazione accademica e impatto della ricerca prodotta sono stati due degli indicatori del Ranking di valutazione che hanno rappresentato i punti di forza degli atenei italiani. Non c’è dubbio che bisogna investire maggiormente sul merito; un paese abituato molto più spesso alle appartenenze piuttosto che alle competenze rischia di sacrificare tanti giovani meritevoli sull’altare dell’opportunismo. C’è un capitale umano che in assenza di prospettive lavorative e di reclutamento sul merito sempre più frequentemente migra verso altri paesi più attrattivi in termini di risorse e di merito, alimentando sempre di più il fenomeno della “fuga di cervelli”. Ho avuto modo anche di scriverlo sulle pagine di Odysseo, in tutta questa storia si assiste ad un altro paradosso, più grave perché potrebbe minare le fondamenta di principi costituzionali, determinato da un cortocircuito istituzionale nella distribuzione delle risorse per la ricerca, concentrandole in alcuni “feudi dorati”, che assorbono, per “grazia ricevuta”, le poche risorse disponibili senza una vera competizione delle idee. Sarebbe auspicabile sviluppare dei poli tecnologici per ospitare infrastrutture da mettere al servizio delle eccellenze che, su base rigorosamente meritocratica e partecipando a bandi competitivi, si siano guadagnate la possibilità di realizzare le loro ricerche utilizzando queste piattaforme. Questo sarebbe anche di aiuto per creare, a livello locale, una rete virtuosa tra Università, centri di ricerca e centri con piattaforme tecnologiche. Ad oggi, tuttavia, le risorse destinate alla “promozione” della ricerca, come tra l’altro codificato nell’articolo 9 della Carta Costituente, non sono proprio una manna dal cielo, e sicuramente molto di più può fare un governo per supportare uno dei motori della forza propulsiva di un paese, capace di elevare il paese stesso verso una crescita culturale, sociale ed economica. L’auspicio è anche quello di scongiurare che i governanti e i decisori concentrino tutte le risorse per lo sviluppo di questi centri di eccellenza verso le regioni del Nord, dimenticandosi ancora una volta di un Sud Italia che senza adeguate opportunità di crescita e di sviluppo tecnologico è destinato a soccombere alla dura legge del mercato e a spopolarsi, perché giovani meritevoli migrano inesorabilmente dove ci sono opportunità economiche, finanziarie e di crescita professionale.

Ritieni opportuna la scelta del Governo Conte di distinguere il MIUR in due poli, Istruzione e Università? Tralasciando le polemiche sulla DAD che hanno travolto la Azzolina, come valuti, fino a questo momento, l’operato del ministro Gaetano Manfredi?

La scelta di dividere i due ministeri, quello della scuola e quello dell’università, è stata più che opportuna e l’ho da subito condivisa; anche perché tenere separate le questioni della scuola da quelli dell’università forse aiuta a concentrarsi meglio sui problemi, a razionalizzare le cose e a trovare soluzioni più efficaci. Spero che tra le tante cose da fare, il ministro metta in programma anche la realizzazione di una Agenzia della ricerca, un ente terzo che gestisca fondi pubblici in modo autonomo, trasparente e soprattutto su base rigidamente competitiva. Oggi invece la maggior parte dei pochi finanziamenti governativi derivano principalmente dal “Fondo di finanziamento ordinario”, utilizzato anche per le spese di funzionamento delle varie Università ed elargito solo in minima parte in base a classifiche di merito. Inoltre, sarebbe auspicabile che il ministro supporti con azioni concrete e visibili le attività di ricerca del Paese, anche con l’istituzione di un tavolo tecnico per discutere i principali problemi della ricerca italiana e riconoscere la giusta dignità e professionalità, promuovendo la crescita di un settore di eccellenza del nostro patrimonio nazionale.

Se dovessi immaginare l’Università del futuro, quella post Covid, quanta efficienza riscontreresti nella Scuola 2.0?

L’università, per definizione, è il posto dove si costruisce il futuro, ma per essere efficiente deve essere supportata. Immagino anche una scuola diversa, questo perché la scuola, lo studio sono un potente strumento utile non solo per una affermazione personale, ma anche come mezzo per migliorare la qualità della propria vita e della società. La scuola però per molti rimane noiosa, forse anche perché molte volte la si rende tale dal corpo docente stesso, il quale per “decreto” o mancanza di una “intraprendenza culturale” si limita a reiterare sempre le stesse azioni: veicolare nozioni, dare i compiti, interrogare. La morte della scuola è forse proprio questa litania rutinaria, la quale porta al disinteresse dello studente verso ciò che invece deve essere visto come opportunità, valore, crescita personale. Questo porta spesso da parte di molti ragazzi ad un abbandono scolastico, il quale il più delle volte non è solo fisico ma soprattutto di interesse; lo studente è fisicamente presente in classe o con il computer accesso durante la didattica a distanza, ma completamente disinteressato a tutto ciò che viene propinato in quella classe. Va quindi evitata la dispersione di interesse culturale. Serve adottare METODO E MERITO e serve ritornare al pensiero razionale.


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Miky Di Corato
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.

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