L’alfabeto di Dante

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovi per una selva oscura

che la diritta via era smarrita. (Inf. I, vv. 1-3)

Con questa famosissima terzina inizia la storia di Dante, uomo smarritosi in una «selva» quando era a metà – «nel mezzo»- della sua vita. Se la storia narrata dall’autore tratterà della condizione esistenziale di un singolo uomo -«mi ritrovai»-, al contempo questi rappresenta l’everyman, il qualsiasi uomo, come dimostra l’espressione «nostra vita». Nella vicenda di Dante, dunque, si riassume la storia di tutti gli uomini, «lo smarrimento del poeta è quello dell’umanità intera, ugualmente disorientata e smarrita nel difficile cammino che conduce alla giustizia e alla pace sulla terra, alla visione di Dio e alla beatitudine celeste nella vita ultraterrena» (Enrico Malato).

Il topos letterario della vita come cammino esprime lo stato del cristiano che, esule sulla terra, peregrina verso la patria che è Dio. Erano stati soprattutto i grandi Padri della Chiesa a metaforizzare in questa immagine i giorni dell’uomo. Basti citare su tutti Agostino: «Dobbiamo dunque correre ma sulla giusta strada. Chi corre fuori strada, corre inutilmente, anzi lo fa con danno. Tanto più esce di strada, quanto più corre lontano da essa. Quale è la strada sulla quale noi dobbiamo correre? Cristo disse: Io sono la via. Quale è la patria verso la quale corriamo? Cristo disse: Io sono la verità (Gv 14, 6). Noi corriamo sulla strada che è lui e corriamo alla meta che è lui ed in lui troviamo il nostro riposo» (Omelia 10).

Il verbo requiesco, a cui Agostino ricorre per definire il riposo e la pace che l’uomo sperimenta una volta raggiunta la meta che è Cristo -«in ipso requiescis»-, è fondamentale per la comprensione del “segreto” della Commedia. Nel terzo regno le anime dei beati sono quietate solo dalla carità di Dio (cfr. Par. III, 70-72), Dio è definito come il «vero in che si queta ogne intelletto» (Par. XXVIII, 108), e il suo amore è l’unica realtà che «queta questo cielo» (Par. XXX, 52). Ma è nella seconda cantica, quella forse più vicina all’esperienza della «nostra vita», che il tema della quiete del cuore diviene fondamentale. Nei canti XVI-XVIII del Purgatorio, dunque al centro del centro del poema, Dante espone per bocca di Marco Lombardo la cosiddetta teoria dell’amore:

Ciascun confusamente un bene apprende
nel qual si queti l’animo, e disira;
per che di giugner lui ciascun contende (Purg. XVII, vv. 127-129)

Ogni uomo aspira ad un bene che «queti» la sua ricerca; per questo egli desidera e cerca di raggiungerlo. Tale ricerca, però, può aspirare a beni diversi a seconda che si desideri «per poco o per troppo di vigore» (Purg. XVII, 96). Chi desidera il bene con poco amore si macchia del vizio dell’accidia; chi invece si attacca ai beni con eccesivo vigore diventa schiavo dell’avarizia, gola o lussuria. Exemplum di questo «troppo» è il racconto dell’avarizia di Papa Adriano V:

«Un mese è poco più prova’ io come
pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
che piuma sembran tutte l’altre some». (Purg. XIX, vv. 103-105)
Per poco più di un mese Papa Adriano avverte tutto il peso del «gran manto», ovvero tutta la fatica di essere pontefice tenendosi lontano dal peccato, a tal punto che ogni altro peso diviene piuma. Di colpo la più alta carica ecclesiastica non è più considerata un alto onore ma un peso insopportabile. Mentre Adriano diventa vicario di Cristo sulla terra per servirLo più da vicino, paradossalmente lo stesso esercizio del papato lo allontana da Dio perché «pesa il gran manto a chi dal fango il guarda». «Questo grave verso, pieno di triste consapevolezza, -scrive A. Chiavacci Leonardi-  dice, per esperienza fatta, quanto sia forte la tentazione del potere, e quindi quanto esso sia rischioso per l’uomo, tanto più quanto più tale potere è grande».

«La mia conversione, omè!, fu tarda;
ma, come fatto fui roman pastore,
così scopersi la vita bugiarda.
Vidi che lì non s’acquetava il core,
né più salir potiesi in quella vita;
per che di questa in me s’accese amore».   (vv. 106-111)
La conversione arriva tardi, all’ultimo mese della sua vita, quando è già papa. Ora Adriano scopre la «vita bugiarda» che si nasconde dietro l’apparenza del «gran manto». Cosa un ecclesiastico può desiderare di più che diventare papa? Eppure

«Vidi che lì non s’acquetava il core» (v.109)

È uno dei versi più belli e profondi di tutta la Commedia, perché in esso si «condensa in una sola figura (il quietarsi del cuore) la profonda realtà della vicenda dell’uomo sulla terra» (Chiavacci Leonardi). E’ quietare infatti il termine chiave per comprendere il significato della storia di Adriano V. Se nell’Inferno non può esistere la quiete dell’anima, ovvero la pace della piena unione con Dio, e nel Purgatorio essa deve fare i conti con l’abitudine peccaminosa ai vizi terreni che mai soddisfano il desiderio dell’uomo, nel Paradiso le anime sono quietate in eterno nella volontà di Dio, così come afferma Piccarda, la prima beata che il pellegrino incontra nel cielo della Luna:

«Frate, la nostra volontà quieta

virtù di carità, che fa volerne

sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta» (Par. III, vv. 70-72).


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