Un paradossale beneplacito

Man mano che ci si allontana dai fatti, pure il ricordo di essi si inibisce. Sembra che la mente voglia liberarsi della loro scomodità e rilassarsi, lasciandosi cadere in una specie di torpore. Però, la mente, potrà sempre riattivarsi sull’accaduto, attingendo dalla propria “cantina”, tra la sorte degli eventi passati: posti lì, in dimenticatoio. Scavare nella memoria è un po’ da tutti. Lo è principalmente di coloro i quali hanno coscienza dubbia e, per ragioni etiche, più che per bizzarria, curiosità, mettono qualche orma a ritroso per ritrovarsi, faccia a faccia col passato. Sarà una forma di ostinata e soggettiva attenzione, scrupolo direi. Lo si fa pure con l’oggettivistica dismessa, nei momenti che uno la riprende in mano. La riprende da dove l’aveva depositata per rivederne le fattezze o per farne, modificandola magari, un altro uso. Qualche volta capita ricorrere al vecchio macinino a mano perché viene a mancare l’elettricità. Il veder scendere i chicchi attraverso la tramoggia fin nella mola, riporta a pensare al sonetto in romanesco del Belli. “E l’ommini de ‘sto monno so’ tutti li stessi che, come chicchi de caffè ner macinino, uno primma, uno doppo e l’antro appresso, se sfragneno tutti quanti in porverino”. È proprio così.

Si ritorna sul fatto prendendolo in considerazione, non per modificarlo ma per noverarne i momenti salienti e dargli una più facile lettura nell’accertarne una congrua, soddisfacente linearità. Sembra che la storia “messa da parte” ci richiami alla sua attenzione; sembra che essa ci “ammonisca” per essere meglio studiata e accomodata nel reparto di “cose” compiute, assodate. È importante non lasciarla, senza prima averne studiato i risvolti, magari rimasti ignorati da analisi superficiali, da sviste o, spesse volte, per fini voluti…

Ci tocca frequente ritornare da dove siam partiti, dopo averci dimenticato un qualcosa. Non è opportuno farlo quando si son messi molti passi e la distanza, tra il punto raggiunto e quello di partenza, diventa troppo lunga, anche attraverso il tempo. È il caso in cui affiorano scoramenti sul conto dell’impresa di cui ci eravamo stabiliti realizzare.

È l’ostinazione che va sostenuta: alla pari di un fiume impegnato a guadagnare la foce, previo straripamenti e, di conseguenza, allagamenti devastanti (confusione). A volte, durante il suo percorso, il fiume potrà andare in secca se l’impegno di prelievi, da parte dell’industria o dell’agricoltura, diventi eccessiva.

Equivale al ritornare indietro, quando è tardi, dove nemmeno le “orme” sono più visibili perché il vento oppure, chi fortemente interessato, le avrà cancellate. Se vogliamo, è un po’ questa la storia italiana, degli ultimi cinquant’anni, fatta di lassismo, di tragedie e di attentati alla sua sovranità. Non solo tragedie naturali che il cielo ci manda, ma soprattutto quelle procurate da fazioni ostiche e disfattiste. Il cancellare le prove degl’intrallazzi e delle proprie colpe è cosa nota a tutti, dove mai nessuno ha posto rimedi, freni. L’apprendimento che n’è derivato? Nullo. Almeno fossimo al punto di partenza, con sotto il naso ciò che sta da fare ed essere ben intenzionati ad aggiustarne il guasto. No, siamo nel caos assoluto, impanati in un brodo che non sa né di politica, né di democrazia, né di giustizia e né di religione, un caos d’illegalità appunto.

Il cosiddetto “Boom economico” del dopoguerra ci aveva levato la terra da sotto i piedi, dandoci la sensazione di volare.

Il periodo si era presentato come un’umida oasi, dopo le arsure esistenziali provocate dal Conflitto.  La conseguente abbondanza? Il miraggio divenuto, approdo illusorio. Si trattava solo della carota, mentre il bastone, velato, era tra le righe: volutamente non lette. L’inflazione galoppante e gl’interessi, pagati dalle banche, erano diventati da America latina, mentre la tangente ai politici era divenuto un fatto obbligato, nonché trascurato: finché non si era consumata la carota. Poi un altro “Boom”. Questa volta l’implosione di un sistema allegro e spensierato con finale tragico e un debito in forte escalation.

La “felice” idea non viene mai a mancare, per scrollarsi le proprie colpe e per alleggerire le casse dello Stato: si trova sempre l’escamotage, perché da noi, se è vero che manca la “materia prima”, non manca mai la furbizia.

La prescrizione? Serve per chi se la può permettere…è un modo di continuare a far coperchi alle pentole di Satana… e, come quasi sempre succede, quando le papere son lì per annegarsi…rincomincia a piovere…


Fonteprescrizione
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Salvatore Memeo è nato a San Ferdinando di Puglia nel 1938. Si è diplomato in ragioneria, ma non ha mai praticato la professione. Ha scritto articoli di attualità su diversi giornali, sia in Italia che in Germania. Come poeta ha scritto e pubblicato tre libri con Levante Editori: La Bolgia, Il vento e la spiga, L’epilogo. A due mani, con un sacerdote di Bisceglie, don Francesco Dell’Orco, ha scritto due volumi: 366 Giorni con il Venerabile don Pasquale Uva (ed. Rotas) e Per conoscere Gesù e crescere nel discepolato (ed. La Nuova Mezzina). Su questi due ultimi libri ha curato solo la parte della poesia. Come scrittore ha pronto per la stampa diversi scritti tra i quali, due libri di novelle: Con gli occhi del senno e Non sperando il meglio… È stato Chef e Ristoratore in diversi Stati europei. Attualmente è in pensione e vive a San Ferdinando di Puglia.