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L’unica verità possibile è una fedeltà appassionata al quotidiano

«Che belle parole i gesti»: dice così qualcuno, o meglio scrive. Visto che l’ultima frontiera della comunicazione prevede la condivisione del post-frecciata, più o meno esplicito, sul social di turno contro quel qualcuno che proprio non ci garba.

In realtà è sconcertante leggere sui social continui inviti alla trasparenza, all’onestà, alla guarigione dalla cattiveria, all’amore. In nome della verità, ovviamente, mica alla ricerca di consenso: «il consenso e il pubblico lo cercano gli altri, mica io. Io mai. Io solo la verità».

Il problema non è il bisogno di verità, ma la presunzione di possederla. E quel modo assertivo, quella convinzione di essere impastati di sola luce e purezza genera invece, paradossalmente, un’aurea di menzogna. E così quegli sfoghi, costruiti pure bene, con artifici retorici non indifferenti, risultano semplicemente ridicoli. Perché nessuno è pura coerenza. Nessuno. Le parole sono troppo preziose per essere asservite alla retorica. I gesti sono troppo vitali per essere trattati solo come un banco di prova. E la verità non consiste nel dire tutto quello che passa per la testa (perché «bisogna parlare in faccia»), o nello sforzo sovrumano di stare ritti per non cadere.

La verità assoluta è spesso un idolo che lede i rapporti, con il sé e con gli altri, fino alla schizofrenia, alla menzogna patologica, alla convinzione di essere qualcuno di molto importante e autorevole per bontà e sapienza, mentre nella stanza accanto qualcun altro piange le nostre gravi, gravissime mancanze. Magari proprio mentre stiamo appassionatamente scrivendo uno dei nostri migliori post sull’attenzione al prossimo, ai piccoli.

L’unica verità possibile è una fedeltà appassionata al quotidiano: più siamo fedeli, immersi, radicati nella nostra storia, consapevoli delle luci e delle ombre, rotti, spezzati e sporchi, più siamo nella verità di noi. E sarà la realtà stessa a confermarlo. Ecco perché occorre esercitarsi, ogni giorno, nell’arte della poesia.

La poesia viene trattata spesso come il rifugio dal reale di quei personaggi, un po’ stravaganti e stralunati, passati alla storia e celebrati nei libri di letteratura, dei quali ci piace tanto prendere e condividere qualche citazione. Cacciari ammonisce che l’uso della letteratura poetica, classica in particolare, è un gesto di profonda responsabilità. Ha ragione: poeta, poesia vengono da poièo, che significa fare. Altro che astrattezza, altro che alienazione!

Il poeta fa cose con le parole e parole con le cose. Il poeta non è impegnato a cercare la coerenza assoluta tra parole e fatti, perché sa che spesso questa è una scusa, una toppa su quegli strappi di noi che proprio non vogliamo vedere. Ma il poeta non ha paura della realtà: da tempo è sceso dal monte delle idee e, conscio della propria povertà, accoglie e celebra la povertà che gli sta attorno, traendone quegli inediti barlumi di speranza rimasti oscurati dai riflettori dei parolai.

Il poeta lo riconosci dal suo radicamento nella storia: non è un visionario, né lotta per cambiare le cose; si impegna quotidianamente per essere il cambiamento auspicato, come direbbe Gandhi. Il poeta aborrisce gli slogan, ha troppa fede nelle parole per cedere ai luoghi comuni: egli, ad esempio, raramente parla d’amore. Lo vive e lo celebra con le cose più carnali, una tavola imbandita, le briciole sulla tovaglia, la pagina dell’ennesimo libro di cui si è innamorato, un bocciolo di rosa, la resina di un pino abbattuto.

Il poeta è semplice, parla con chiarezza. Il poeta è umile: non cammina per le strade portando sentenze, ma fluttua leggero disseminando quella bellezza già presente e di cui non si sente né creatore, né inventore, né redentore. E non reagisce al vuoto delle proprie mancanze accusando: è sempre pronto a scusarsi e a ricominciare, perchè sa che il problema non è l’errore, ma la sua negazione. Certo, non è un semplicione, uno stupido: se in una situazione ha subìto scorrettezza, scuote la polvere e se ne va, senza smancerie di facciata; se qualcosa non gli piace, non applaude.

Proviamo adesso a sostituire alla parola poeta la parola uomo: non è forse la poesia la forma di una vita autenticamente vissuta, fiorita e, per questo, vera?

Controsenso: usi e abusi delle parole quotidiane

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FontePhoto credits: Michela Conte
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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

1 COMMENTO

  1. Molto esplicito e realistico… Fa riflettere e pensare a tutte quelle persone che credono di avere il mondo nelle proprie mani e magari non sanno nemmeno gestire il quotidiano!!! Brava!

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