L’uomo ha bisogno di un caldo silenzio, gli si dà un gelido tumulto.
(Simone Weil)

Quando aveva ventott’anni sua madre morì. Semplicemente morì e le circostanze non sono nemmeno così importanti.

Mentre, seduta a tavola, le teneva stretta una mano, le pupille iniziarono a perdere espressione e guardare oltre lei, non vedevano più, ma la madre era ancora presente, seduta. Dopo pochi secondi prese atto di una voce appena entrata, il medico che sua figlia aveva chiamato.

Ecco, sua madre aveva fatto forza anche contro la morte, fino all’ultimo istante, per non farle affrontare da sola nemmeno quel momento: a quella voce, lanciò un urlo che squarciò ogni angolo di mondo e non era un urlo disperato, ma di liberazione, poteva andare, sua figlia avrebbe avuto qualcuno a reggerla in quell’istante. Era arrivato il medico morì. Così.

Dunque, niente: morì, così. Punto.

Cosa fu nei sette mesi successivi lei non lo poté mai più sapere perché non lo ricordava. O meglio, sapeva del suo ufficio, sapeva dei suoi impegni, sapeva di essere rimasta incinta del suo primo figlio, deduceva che doveva esserci stato un ginecologo: ma niente, non ricordava niente.

Se ne accorse solo dopo molti anni di quei mesi di vuoto, addirittura non era riuscita a farci caso.

La prima volta, quindi, che non ci fu dimenticanza meccanica a salvarla da un trauma evidentemente troppo forte, sentì davvero la mancanza di sua madre in modo consapevole. Aveva appena partorito e sua madre non c’era. Era diventata madre, ma di certo non era più una figlia.

E non è semplice spiegare il suo modo di vivere la cosa: potrei dire che guardava le altre neo mamme che avevano le “nonne” ad aiutarle durante le notti in ospedale, ma racconterei il falso.

Da allora, per gli undici anni successivi, il suo metro di misura non erano mai stati gli altri, che figli erano rimasti. Come dire: non vedeva la differenza, perché viveva la cosa come giusta, naturale.

Tutte le persone a lei più care avevano la mamma, tutte. E per lei era ovvio, davvero nemmeno lo vedeva, non era il termine di paragone ad averle mai fatto muovere un solo pensiero. Anzi, di solito lei diventava figlia di quelle mamme, perché le persone a lei molto care, lo erano davvero e le loro mamme le volevano bene, non c’era mai stata volta in cui questo affetto non si fosse fatto sentire.

E non ne parlava mai, come di tutte le cose che non riusciva a superare, o capire, o metabolizzare. Quello doveva essere il campanello di allarme per le persone che l’amavano: se c’era qualsiasi cosa che potevano sospettare la ferisse, dovevano far caso a quanto riusciva a parlarne. Meno lo faceva, più ne stava in qualche modo soffrendo.  E più pativa, più avrebbe avuto bisogno di qualche forza che glie lo facesse sputare fuori.

Di sua madre non parlava mai. Magari poteva capitare un racconto al volo in un momento adatto, una citazione, poteva dire che era stata una madre con la “M”, questo sì, in modo sembrasse tutto normale. Ma di cosa fosse realmente stato, di come lo avesse realmente vissuto e di come mai lo avesse superato no, non parlava mai. Anche un po’ perché si sarebbe sentita patetica; erano passati oltre dieci anni, lei stessa era madre, indipendente, aveva la sua vita, il suo lavoro, tutto, un po’ perché no, lei non parlava delle cose che non riusciva a superare. Faceva male, ma non sapeva fare diversamente. Silenzio.

La sognava di rado, da molti anni addirittura non più ed il sogno che faceva era ricorrente, sempre lo stesso: erano al telefono, ne sentiva solo la voce. In genere non vedeva nemmeno la scena, anche in sogno solo la immaginava, non c’era mai lei seduta con un telefono in mano, per capirci, o sua madre che fosse visibile. Quello che lei vedeva in quei sogni era l’idea di sua madre che parlava e di lei che rispondeva.

Contenuto della conversazione sempre lo stesso: la madre le diceva che era dall’altra parte del mondo, non le confessava il nome del luogo in cui si trovava e le comunicava che stava bene, che era andata via per poter stare finalmente bene (sottendendo una cosa che sua figlia sapeva: aveva sofferto, non intendo per la malattia, ma per troppe altre cose; una vita intera senza mai cedere o piangere, era stata una donna fortissima, che aveva tenuto duro solo per quella figlia, senza mai concedersi nemmeno una lacrima. E quella, la figlia, era cresciuta così, credendo che la madre fosse invulnerabile e la vita non fosse così tremendamente dura, perché l’esempio che aveva avuto era quello: non si crolla e ci si fa valere. Non poteva vedere la scarnificazione che c’era dietro, ma la imparò a sue spese continuando a crescere dopo i suoi ventott’anni).

Orbene, il sogno: quando lei sentiva la madre dirle quelle parole, scattava come una furia, diventava idrofoba, malata di una rabbia molto più infuocata del più brillante dei rosso fuoco che possiate immaginare, piena, furente, dolorante, virulenta, iraconda, impetuosa, urlante, distillata:

“Come hai potuto andartene ed abbandonarmi? Come hai potuto? Non mi hai mai preparata al fatto che potessi preferire te a me, mai! Dove cazzo sei?? Con chi?? Come hai potuto lasciarmi sola? Sola! Abbandonata! Perché mi hai abbandonata?”.

Non riceveva mai nessuna risposta. Né si svegliava di soprassalto. Continuava a dormire, senza altri sogni. Fino al mattino.

Ecco, era questo che non aveva superato: l’abbandono. Ed era l’abbandono quello che più volte nella vita aveva continuato ad ucciderla in tutte le circostanze in cui si era presentato, in qualsiasi altra forma fosse capitato. Decisamente era stato un trauma e come trauma se l’era portato dietro (e chissà per quanto questa faccenda sarebbe rimasta tale).

Arrivò però una sera (o diciamo la verità, era solo ieri sera): una delle persone a cui più teneva le disse che stava per telefonare a sua madre (ed in quel caso si parlava di una di quelle madri che fanno fare tanta fatica, ma proprio tanta, insieme a tanto veleno: mica è una novità).

Lei, che nel frattempo era finita proprio sul bordo di un grosso precipizio, sapeva che quella telefonata, forse, non sarebbe stata così semplice  o rilassante per chi stava per farla, ma pensò una cosa, che disse anche, sebbene non così chiaramente: si sarebbe sottoposta a qualsiasi tortura, avrebbe pagato tutto l’oro del mondo pur di poter chiamare ancora una sola volta, una sola: “mamma”. Ora, più che mai.

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FontePhotocredits: pixabay.com
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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.