
«Una nazione è un gruppo di persone unite da un fraintendimento condiviso sulle proprie origini e da un’avversione comune per i propri vicini»
(Karl W. Deutsch da Nationalism and its alternatives)
«Movimento politico e ideologico avente quale programma l’esaltazione e la difesa della nazione. Il nazionalismorappresenta una tendenza a un tempo ideologica e pratica, sorta in Europa nell’ultimo trentennio del 19° sec., in parte per evoluzione del principio di nazionalità e in parte per involuzione antidemocratica di questo stesso principio. Spesso adoperato in senso approssimativo o lato, il termine nazionalismo significa propriamente l’esaltazione dell’idea di nazione, come antecedente allo Stato e trascendente gli individui stessi, e ingloba in sé una visione conservatrice e autoritaria dei problemi politici (tradizionalismo, antiliberalismo, antidemocrazia) come pure una soluzione solidaristica delle competizioni sociali (antisocialismo); punto di sbocco poi di ogni concezione nazionalistica è la realizzazione di una potenza nazionale, ora come frutto di espansionismo, ora di imperialismo coloniale, ora infine come influenza culturale-spirituale»
(Definizione tratta dal sito internet della TRECCANI, voce Nazionalismo, DIZIONARIO di Storia 2010)
Finita la seconda guerra mondiale, credevamo che il nazionalismo dovesse divenire per sempre ideologia superata, additata come causatrice di ben due guerre mondiali nel breve spazio temporale di circa un trentennio.
Sembrava che il mondo si dovesse aprire a una nuova era di fratellanza tra i popoli, specie dopo che le potenze coloniali cominciarono a rinunciare, sotto la spinta ribelle e rivoluzionaria degli africani ed asiatici che anelavano giustamente alla loro libertà e autodeterminazione, alla dominazione di quelle terre che avevano occupato illegittimamente per “portarvi la civiltà”, ma in realtà solo per sfruttarne lavoro e risorse.
Poi qualcosa è andato storto.
Qua e là piccoli e fastidiosi rigurgiti di nazionalismo e poi il grande crollo che ha fatto venir giù tutto e ha scoperchiato il vaso di Pandora facendo scatenare l’inferno delle rivalse, degli odi, delle guerre: la fine del comunismo!
Poco in occidente si è riflettuto su quale tragedia sia stata la caduta dell’Unione Sovietica, lo sbriciolamento di quell’immensa aggregazione di stati diversi e tuttavia tenuti, spesso obtorto collo, insieme “pacificamente”.
La grande tragedia della caduta del comunismo ha avuto due effetti deleteri.
Il primo di ordine socio-economico, comportando l’inizio della decadenza dello stato sociale nei paesi “occidentali”.
Infatti la fine della paura del comunismo ha allentato i freni inibitori del turbocapitalismo che ha iniziato a ritenere se stesso l’unico vincitore nella guerra ideologica alla base della guerra fredda. E quindi, di conseguenza, a spadroneggiare, a cominciare la lenta, ma inesorabile, demolizione del benessere che era stato concesso alle classi lavoratrici, al di qua della cortina di ferro, per evitare che insorgessero contro la classe padronale, instaurando anche da queste parti il comunismo.
Ed allora via i diritti dei lavoratori, via la scuola gratuita e di qualità per tutti, via un sistema sanitario funzionante gratuitamente ed efficiente. Corsa verso la privatizzazione, perché “privato è meglio”. Abbattimento della pressione fiscale per i più ricchi.
Stato “leggero”, (anzi leggerissimo!) insomma, adducendo come motivazione incontrovertibile il debito pubblico e il deficit di bilancio (Keynes quante volte si sarà rivoltato nella tomba!).
Il ritorno, in pratica, a quello stato minimo vaticinato dagli economisti classici e neo-classici di cui le élite economico-finanziarie si erano tanto incapricciate. A danno delle classi meno abbienti e di quello che una volta si chiamava “ceto medio”.
Il secondo effetto del crollo del comunismo è stato il rifiorire dei nazionalismi. Oggi vivi e vegeti più che mai, senza soluzione di continuità.
Quel crollo, infatti, ha avuto drammatiche ripercussioni, quasi subito, nei Balcani, come un inquietante effetto domino, con gli orrori che conosciamo.
E nella stessa confederazione russa, sorta sulle ceneri dell’URSS, quella che venne per un breve periodo indicata con l’acronimo C.S.I., ovvero Comunità degli Stati Indipendenti, sigla oggi indicante l’organizzazione di cooperazione politica ed economica per il libero scambio tra gli stessi stati dell’ex URSS, ad eccezione dei paesi baltici e dell’Ucraina e poco altro.
Oggi il nazionalismo è forte, aggressivo, alza la voce.
Pensate a quello russo ed ucraino.
I russi, da sempre, coltivano un forte senso di appartenenza nazionale. Sembravano averlo annacquato dopo la caduta del muro di Berlino. Ma, semplicemente, covava sotto la cenere.
Putin gli ha dato la stura e ha saputo creare attorno a sé un consenso sempre più forte, non solo con la repressione del dissenso e la manipolazione dei media, ma anche puntando alla riconquista della grandezza di potenza mondiale che la Russia aveva perso. Il popolo lo sostiene.
Quanto agli ucraini, hanno rispolverato un nazionalismo di stampo nazista (vedi alla voce battaglione Azov, quella congrega di teste calde e feroci, che da noi, per un certo periodo, sono stati fatti passare per miti intellettuali lettori di Kant) che richiama l’esperienza della seconda guerra mondiale, quando gli ucraini erano tra i peggiori massacratori di ebrei.
Pensate agli USA, da dove Trump sparge a destra e manca dazi e ultimati perché l’America deve tornare “great again”, a danno degli altri Stati.
Pensate al sionismo che è lo specifico nazionalismo degli ebrei. Oggi il più feroce perché massacra i palestinesi, che vuole far sparire dalla faccia della Terra, bombarda gli iraniani, scatena altre sette guerre. E attiva, per converso, i nazionalismi degli stati aggrediti, in un’escalation di cui non si vede la fine.
E, cosa ancor peggiore, di fronte a cui nessuno fa nulla, quando basterebbe uno schioccar di dita degli USA e anche un solo pacchetto di sanzioni economiche da parte dell’anodina UE.
Dicono pure che anche da noi, in Italia, ci sia un governo nazionalista, sovranista e baggianate del genere.
Da noi se il governo fosse nazionalista, farebbe gli interessi del nostro Paese, del popolo italiano, anzichè piegarsi al diktat statunitense e dell’UE. Con le disastrose conseguenze economiche che patiamo tutti sulla nostra pelle (per esempio, da ultimo, l’aumento della pressione fiscale a fronte di uno stato sociale in liquefazione).
Il nostro è un nazionalismo parolaio, fanfarone, urlato. Anche perché scontiamo il peccato originale di essere un Paese a sovranità limitata. Dalla fine della seconda guerra mondiale.
Finirà mai questa nostra condizione di Stato minus habens?



























