
La La Land nasce così, ti inganna con epiteti commerciali per poi emozionarti con sorprese travolgenti.
Le decapottabili in fila sull’autostrada per Los Angeles fanno pensare ad un assolato luglio americano, la musica e i balletti ci danno l’idea di aver sbagliato scelta, avremmo dovuto vedere la solita commedia, ma un musical proprio no, adesso chi resiste per due ore su questa sedia? Ed, invece, due ore dopo, da quella sedia non vorrei più alzarmi.
La La Land nasce così, ti inganna con epiteti commerciali per poi emozionarti con sorprese travolgenti. Il suo paesaggio si dipana, nell’arco di quattro stagioni, davanti al famoso balcone di “Casablanca” sotto il quale un attempato Humphrey Bogart corteggiava, in ambientazioni quasi shakespeariane, una meravigliosa Ingrid Bergman. Il set è ancora lì, gli studi cinematografici si rimpinzano di caffè e cornetti inquadrati, con primi piani alla Tarantino, nel bar dove lavora Mia. Difficile definire il ritratto di Emma Stone, la sua sagacia si mescola così perfettamente alla tenera indole di un’apparente svampita sognatrice, che diventa facile smascherare la fallace debolezza di un’attrice, in effetti, forte e determinata. Mia serve le star con reverenza, acquiescenza dovuta al proprio status, alla condizione di una donna che, attraverso provini e casting, ricerca il proprio personaggio interiore, l’interpretazione perfetta, il copione più congeniale a questa, a volte, vana sceneggiatura intitolata vita. Già, la sceneggiatura. Potenzialmente la migliore, la più originale, secondo l’Academy. Ad essa si aggiungono altre tredici nominations. Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore Protagonista, Miglior Attrice Protagonista, Miglior Fotografia, Miglior Scenografia, Miglior Montaggio, Miglior Sonoro, Miglior Montaggio Sonoro, Migliori Costumi, Miglior Canzone Originale (City of Stars), Miglior Canzone Originale (Audition), Miglior Colonna Sonora.
Insignita di sette Golden Globe, questa mastodontica macchina di sogni è guidata sapientemente da Damien Chazelle che, dopo Whiplash, affida, nuovamente, a J.K. Simmons il ruolo dello sprone antagonista di Sebastian, pianista e incallito jazzista disposto a tutto pur di non svendersi alle logiche del demagogico mercato. Ryan Gosling si incastra, visivamente ed esteticamente, nell’immagine della sua partner, viene fuori dal postribolo del talento col genio di un neo narcisista che banalizza, ad esempio, la Prius di Mia. La sua ragazza merita di più, se potesse andrebbe a prenderla con una carrozza, le renderebbe onore anche solo per la capacità di esporre i propri desideri. Sebastian non ce la fa, preferisce introiettare le aspettative di una ponderabile inerzia esistenziale piuttosto che eloquire attraverso una nota, sempre la stessa, “la, la, la” nella terra di nessuno. Gosling tiene fede al cupo caratterista di Drive ma scova meati di lucentezza tipici dell’artista. Ecco, “The Artist”, confronto inevitabile, paragone improponibile. Ad ammutolire, adesso, è lo spettatore ingannato dal Technicolor e incolorito dagli equivoci.
Svelato l’arcano, l’assolato luglio iniziale è un paradigmatico inverno che, ciclicamente, torna alla fine per attribuire valore semantico alla scoperta di Primavera, alla passione d’Estate ed allo disfacimento d’Autunno. Ma nulla si crea e nulla si distrugge, neppure la chiostra orchestrale del neofita John Legend riesce ad assopisce i miasmi di un uomo che preme sulla tastiera intrizzita dalla fatica, perniciosa carriera sublimata da un’insegna “Seb’s”, un luogo dove ritrovarsi per capire come sarebbe andata, che piega avrebbero preso le cose. In fondo, è sempre e solo questione di scelte.
Il pubblico del Toronto International Film Festival non ha avuto dubbi, il record di “Titanic” o “Eva contro Eva” traccia un cammino sterrato ma voglioso di farsi contemplare,un percorso che sfianca la vostra coscienza, vi destabilizza costringendovi al riposo su quella sedia da cui non vorrete più alzarvi.
























