Salvare la vita e portare aiuti a donne, uomini e bambini colpiti da crisi, conflitti e disastri naturali, non dovrebbe accadere a costo della propria.

Il 19 agosto scorso è stata la Giornata mondiale dell’aiuto umanitario. Questa giornata nasce sulle ceneri e sul sangue versato nel 2003 da 22 operatori umanitari uccisi in un attentato al quartier generale delle Nazioni Unite a Baghdad, in Iraq. Ogni anno con questa Giornata si commemorano gli operatori umanitari che rischiano di essere aggrediti, feriti o uccisi nel contesto del loro lavoro umanitario, reso ancora più difficile in questo periodo da crisi molteplici e dalla pandemia mondiale. Secondo un’agenzia delle Nazioni Unite, lo scorso anno è stato il più violento in assoluto per gli operatori umanitari: 483 assaliti, 125 uccisi, 234 feriti e 124 rapiti.[1]

Mentre in questa Giornata celebriamo il coraggio e la passione degli operatori umanitari impegnati nelle varie crisi in giro per il mondo, non possiamo dimenticare che non dovrebbero essere bersaglio di attacchi. Salvare la vita e portare aiuti a donne, uomini e bambini colpiti da crisi, conflitti e disastri naturali, non dovrebbe accadere a costo della propria.

Scattata un sabato d’agosto di qualche anno fa mentre lasciavo un campo profughi nel Nord dell’Iraq, la foto del bambino che rincorre l’aquilone è uno scatto a me molto caro: il sacchetto di plastica trasformato abilmente in un aquilone, l’acme dell’emergenza, le migliaia di profughi, la lotta contro il tempo, i 48 gradi Celsius.

Come operatrice umanitaria non posso che ricordare il lavoro e la dedizione di tanti colleghi umanitari che ogni giorno dell’anno lavorano in situazioni complesse e mettendo a rischio la propria vita per salvare vite umane, alleviare sofferenze e ristorare la dignità umana durante e dopo crisi e disastri naturali.

Il gioco, la speranza e la resilienza di questo bambino sono il modo migliore per celebrare questa Giornata.

[1]Si tratta della United Nations Office for Coordination of Humanitarian Affairs. L’UNOCHA è l’unica ad occuparsi specificamente di questioni umanitarie. Il mandato di UNOCHA consiste nel mobilizzare e coordinare le operazioni di aiuto umanitario in collaborazione con attori nazionali ed internazionali.


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Ho lasciato Andria a 19 anni. Dopo una laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’università di Bologna, ho lavorato nel mondo dello sviluppo per qualche anno e poi in quello dell’assistenza umanitaria con ONG, UNICEF e Commissione Europea. Mentre lavoravo, sono riuscita a completare un corso all’università di Harvard in “Leadership, qualità ed equità in educazione” e un master all’università di Bordeaux in Educazione internazionale. Ora sono una consulente freelance per Organizzazioni Internazionali, e non solo. Ho vissuto a Forlì, Dakar, Milano, Torino, Bouaké, Bukavu, Juba, Amman, Erbil, Nairobi. Ora vivo tra Andria e Vinje. Ho smesso di contare i Paesi visitati e gli aerei presi. Non potrei immaginare la mia vita con un solo indirizzo e senza la valigia. Non potrei immaginare per me un lavoro diverso: fare in modo che bambini e bambine in situazioni di crisi e conflitto, rifugiati e sfollati interni, abbiano la possibilità di andare a scuola. Educazione è sviluppo, speranza e un diritto inalienabile. Perché scrivo questa rubrica? Perché vivere e viaggiare è conoscere, scrivere e fotografare, condividere.