«Mi sono risolto. 
Mi sono voltato indietro.
 Ho scorto uno per uno negli occhi
 miei assassini.
 Hanno
 – tutti quanti – il mio volto»

(Giorgio Caproni)

Si era svegliato dopo aver sognato che gli svaligiavano la casa con lui dentro (una metafora quanto mai realistica), aveva trovato sul suo letto la stessa scena apparecchiata involontariamente la sera prima, quando era crollato ed aveva scritto alla sua amica il messaggio di ogni sera: “se crollo, sallo”, ricevendo come risposta un: “ma cavolo anche oggi! Mi ribello, è sabato, è presto”… era vero, ma niente, si era addormentato. I libri poggiati sul lato sinistro del letto, quello che da immemore tempo era vuoto di carne; con loro le penne gel colorate e gli evidenziatori, fuori il freddo polare di un inverno arrivato troppo presto, che sarebbe stato più lungo del previsto.

Lo stava soffrendo quel freddo, come ancora non gli era capitato, la sua casa era riscaldata, ma gli pareva non fosse mai sufficiente. In realtà, pensava, la cosa sbagliata doveva essere solo il pigiama felpato: non aveva nessuna voglia di andare a recuperare quello di pile da quella parte di armadio la cui anta gli era rimasta in mano due giorni prima, cadutagli letteralmente addosso con il rischio di ammazzare tanto lui, quanto il lampadario… eppure, anche a questo giro, nessuno era morto.

Così aveva iniziato la sua domenica, guardando quei libri all’alba, con la caldaia che iniziava il suo lavoro anche durante i giorni festivi e faceva “tic, tic, tic”, nell’atto meccanico di consentire alla fiammella di accendersi. Si era alzato, aveva preso il caffè, era passato dal bagno e la lucina della lavatrice gli aveva ricordato che aveva anche il bucato da stendere: lo fece, non prima di aver stazionato per qualche minuto vicino al termosifone, mettendo in cottura le mani che non sentiva. Ghiacciate, non avrebbero avuto nessuna utilità nemmeno sul suo pianoforte, troppo poco sensibili, molto meno agili del normale a cui era avvezzo: ed era un gran bel normale, suonava da Dio, quando gli arti non perdevano completamente il contatto con la circolazione periferica.

Gli arti, la circolazione periferica.

Ed ecco che si soffermò a pensare esattamente alle periferie del suo corpo: il cuore forse non era un quartiere suburbano spostato a sinistra rispetto al centro? Lo era, infatti le sue richieste di aiuto arrivavano sempre seconde rispetto a quelle primarie: voglio dire, non c’era certo da preoccuparsi di lui se, per esempio, arrivava la necessità impellente di fare la pipì o di bere l’acqua. In quel caso, le vie centrali vincevano: genitali e bocca davano la possibilità ai liquidi di uscire o entrare nel corpo, a seconda del bisogno, senza potersi in alcun modo occupare di quanto accadeva nelle strade laterali.

Certo, questo non impediva a quel quartiere ghetto di continuare a vivere e costruire la sua storia: prima o poi qualcuno l’avrebbe letta. Non era importante l’idea di presto o tardi, era solo prima o poi, senza giudizio di valore.

E allora, cosa stava succedendo lì, a meno di un isolato di distanza dalle mani che fino a poco prima erano gelide? Ora che il termosifone aveva ottenuto i risultati sperati e che l’impellente bisogno di calore era stato soddisfatto, poteva anche pensarci.

Vi dirò, nulla di così pazzesco, o forse sì. La dependance di Frozen, che si era improvvisamente abbattuta nel luogo fisico in cui era stata edificata la sua casa circa quarant’anni prima, aveva fatto spuntare un inatteso bisogno primario: la sicurezza.

Lì dove viveva non c’era spazio per i fronzoli, non nell’immediato almeno. Nessuno poteva occuparsi in primis dell’outfit, dell’estetica delle cose, dei dettagli e della bellezza, sebbene soggettivamente intesa. Non prima di aver fatta salva la pellaccia.

Lì dove viveva, era impellente il bisogno di sopravvivere al freddo e, con lui, all’asfalto ghiacciato e scivoloso: pericolosissimo. Nulla, nulla poteva venire prima delle gomme termiche, delle catene e di un’auto stabile, pesante, attaccata al suolo con le ventose: leggasi costosa. Non poteva e non doveva essere un lusso, non esisteva questo concetto. Era salvaguardia della vita.

Lui, con tutte le sue delicatezze senti-mentali poteva esimersi? Certo che no, la volontà aveva ben poco da dire davanti a quella situazione. Tutto, tutto quanto componesse quell’uomo, doveva piegarsi all’ineluttabilità di quel bisogno di sopravvivenza. In tre parole: doveva cambiare auto.

E che sarà mai? Se aveva il modo per trovare il danaro necessario, quale mai avrebbe potuto essere il problema? Nemmeno lo scrupolo di aver sperperato soldi per il superfluo poteva dirsi reale: l’ho detto, una tale spesa, lì dov’era, non avrebbe mai potuto configurarsi come sciupio.

E che sarà? O meglio, cosa era? Era la separazione dalla sua auto, legata alla periferia coronarica del suo corpo. Piccola, tenuta come un gioiellino, di un colore elegante e riconoscibilissimo, una chicca che aveva scelto con tutta la dovizia di cui era stato capace: lì dentro non c’era niente di casuale. Ogni singolo dettaglio era stato attentamente scelto perché fosse come lui lo aveva desiderato ed era stato così tanto voluto, da essere, a quel punto e nonostante il tempo trascorso, in condizioni da vetrina.

Vi prego, non fategli il torto di immaginarlo come il tipico medioman legato alle quattro ruote, tutto il contrario: non gli importava proprio niente di quel genere di legame asettico. Lui era legato alla sua Nano, così la chiamava (già, l’aveva battezzata), poiché era sua, nella misura in cui l’aveva “costruita” e rispondeva in tutto e per tutto ai suoi desideri; nella misura in cui rappresentava tutto ciò che per lui doveva essere la sua vita: poco ingombrante e maneggevole, utile al punto giusto e, contemporaneamente, dedita al sentimento del bello. Piacevole sempre, davanti al bisogno e davanti al superfluo, senza mai strafare; inosservata, ma non inesistente, non facile da focalizzare, ma imperdibile una volta vista.

Ecco, tutto era chiaro: Nano rappresentava un’importantissima fetta di torta, che ora non poteva più esistere. Ci era entrato, quasi le aveva parlato:

«Ti ho amata profondamente e ti amo ancora moltissimo. Eppure tu, Nano mia, esattamente come tutti i fantasmi assassini che portano solo il mio volto, oggi, puoi fare solo una cosa: portarmi alla morte. Devo liberami di te e tu devi andare, portando con te tutto il dolore che questo strappo mi provoca».

Era entrato in concessionaria, non aveva troppo danaro e sapeva di doverne spendere parecchio, il rivenditore messo davanti a Nano così si espresse:

«Quest’auto gliela paghiamo benissimo, come regge lei il mercato, nessun’altra. Peraltro è perfetta, tenuta benissimo e ricercata in maniera maniacale. Riusciamo praticamente ad andare quasi in pari».

Non aveva creduto alle sue orecchie. Stava per fare un oggettivo salto di qualità verso la sopravvivenza, senza rimetterci quasi nulla: quanto valevano, allora, tutti i fantasmi che lo legavano a quella Nano? Quale peso specifico avevano tutti gli assassini che portavano il suo stesso volto, per risolverlo così?

Niente, era il peso del cuore, l’importanza della periferia, il valore di ogni singolo giorno (oddio, aveva ripescato Di Caprio in Titanic, era grave!).

E già sentiva gli scherni o i soliti scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede, dirgli che non aveva alcun senso soffrire per una sciocchezza del genere: la logica imponeva un unico ragionamento. Avere un’auto salvavita, quello contava; ed averla praticamente senza costi doveva solo essere una cosa vissuta per quello che era: un’ottima notizia. Lasciarla per un’altra non avrebbe mica cancellato nulla di tutto quanto aveva rappresentato. Non sono gli oggetti a legarci alle nostre vicende. Gli oggetti sono oggetti, punto. Un punto matematico. 

Sì, certamente, nelle teste quadrate di chi, come Wolverine, guarisce sempre ed ha la fortuna di saper scindere in modo naturale l’importanza della necessità, dall’importanza di troppo resto.

Dunque niente altro contava in quel momento, lui doveva salvarsi e, non sottovalutatelo, sapeva riconoscere il maggior peso del bisogno rispetto al resto. Solo no, la differenza stava nel fatto che non avrebbe potuto in alcun modo sperare di mettere un passo del genere, senza sentire dolore.

Sarebbe andato ancora una volta tutto benissimo: ciò che realmente stava costando lo avrebbe saputo solo lui, mentre avrebbe lasciato il resto del mondo al valore specifico di Eurotax e delle pubblicizzazioni di qualsivoglia altro genere.

Addio Nano, mi sono risolto.

La seconda parte dell’assunto sarebbe rimasta una menzogna eterna, non perché lui mentisse, ma perché era nato per essere irrisolto, ed irrisolto sarebbe rimasto, finché vita fatta salva dalla sua nuova auto (bellissima eh, chiarisco), non lo avesse separato da Madre Terra.

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FontePhotocredits: pixabay.com liberamente reinterpretata da Myriam Acca Massarelli
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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.