
«Ognuno ha il proprio passato chiuso dentro di sé come le pagine di un libro imparato a memoria e di cui gli amici possono solo leggere il titolo»
(Virginia Woolf)
«Diamoci tutti una calmata, ma soprattutto si dia una calmata la politica. La smetta di aizzare la gente. Oggi molti di coloro che accusano di aver sobillato la piazza di Bologna sono gli stessi che hanno aizzato la gente contro i magistrati per la sentenza sul gioielliere»
(Nicola Gratteri)
“Le persone sono tutte uguali?”
Vi siete mai posti questa domanda? O ve l’hanno mai fatta?
E cosa avete risposto?
Perché sembra una di quelle domande banali, da afasia relazionale. Ma, in verità, è assai insidiosa e dalla risposta alla quale scaturisce un giudizio, che il vostro interlocutore si farà di voi, che potrebbe oscillare dall’ “egualitarista di maniera” al “discriminante razzistoide”.
Perché se rispondete che “sì”, tutte le persone sono uguali, magari perché tutte a immagine e somiglianza del loro Creatore, allora vi opporranno che in voi alberga un buonismo parareligioso e una spruzzata di comunismo fuori corso.
Se invece la vostra risposta è “no”, vi daranno del suprematista fascistoide.
E il vostro compagno di conversazione, acquisito il vostro parere sintetico, non vi lascerà il tempo di motivarlo che già nella sua mente v’avrà classificato, secondo i suoi parametri personali, se siete una persona da frequentare o meno.
Ora vi dico come la penso io, per quel po’ che può valere.
No, non siamo tutti uguali. Anzi, siamo tutti diversi gli uni dagli altri.
E siamo profondamente diversi perché ciascun essere umano si differenzia, anche se in piccole cose di poco contro, da tutti gli altri talché non esistono due persone uguali …neanche se sono gemelli monozigoti!
Ci differenziamo per sesso, orientamento sessuale, sentimenti religiosi, lingua parlata, spessore culturale, opinioni politiche, provenienza sociale, attitudine, più o meno spiccata, alle relazioni sociali, bagaglio ideale e ideologico di cui siamo latori, fedina penale. E molto altro ancora.
Epperò, abbiamo tutti, indistintamente, gli stessi diritti.
Ecco, questa è una cosa in cui credo fortemente.
Ragion per cui, una volta che siamo nati, tutte le vite di tutte le persone, hanno lo stesso valore e non c’è una vita che valga più di un’altra!
Ciò che mi porta a non capire perché un brigadiere dell’arma dei Carabinieri possa commentare sui social che la morte di Fakir Abderrahim è un bene perché è un “tossico, uno spacciatore in meno”. O “due pezzi di merda in meno su questa terra. Peccato che ha mancato il terzo” riferito, evidentemente al caso del gioielliere che ha inseguito e ucciso due dei tre rapinatori, ferendo il terzo, reati per i quali è stato condannato definitivamente al minimo della pena edittale, calcolando tutte le attenuanti possibili.
Questo signore è stato prontamente trasferito dal Comando in altra sede, ma, certo, la sua “testa” rimarrà uguale.
Per lui, come per tanti altri, anche insospettabili, (e trascuriamo i soliti politici che non vedono l’ora di buttarla in caciara, perché quelli sono sospettabilissimi), la vita di uno spacciatore vale meno, anche se il marocchino morto soffocato nel suo sangue per schiacciamento dovuto o allo stazionamento del poliziotto sulla sua schiena, come si vede dalle immagini del video, o, in alternativa, per il tentativo disperato di rianimarlo, quand’era già morto (ma i morti non sanguinano molto, poiché il cuore non pompa più, né soffocano) aveva completamente scontato la pena per i reati collegati alle sostanze stupefacenti ed era diventato un piccolo artigiano.
Che poi avesse appena consumato droga o altre sostanze psicotrope, lo accerterà l’esame tossicologico.
Si sa però per certo che soffriva di problemi psichiatrici, per i quali aveva un appuntamento clinico a breve.
I soliti insospettabili, quelli che aggiungono che questi extracomunitari vengono qui a togliere risorse agli italiani, a colonizzarci con le loro moschee e a molestare le donne, concordano col greve pensiero del brigadiere trasferito, pur avendo fatto, forse, studi superiori, pur vestendosi in modo impeccabile, e magari, pur presentandosi come portatori di idee liberali.
E concludono invocando la vannacciana remigrazione (ciò che spiega perché il generale guadagna consensi a man bassa, secondo i sondaggi) senza riflettere sul fatto che, per dirla in soldoni, molte aziende chiuderebbero e, per noi pugliesi, un chilo di pomodori costerebbe 10 euro.
E pensare che questi ragionatori della domenica, di domenica, magari, vanno pure a messa e sono da sempre contro l’aborto. E chissà, anche a favore della guerra, quella stessa guerra che la Fallaci definiva “un
infanticidio rinviato di vent’anni”. Non hanno nulla da ridire sul genocidio dei palestinesi a Gaza (“Israele ha il diritto di difendersi” lo squallido mantra che esce dalla loro bocca) e tifano per il continuo riarmo dell’esercito di Kiev, senza rendersi conto che stiamo finanziando il massacro di un’intera generazione di giovani ucraini.
Ecco, per questi soggetti, intellettuali di bella presenza, giornalisti strapagati, opinionisti ubiqui, una vita non vale l’altra.
Se muore uno spacciatore, o un rapinatore, o un palestinese si limitano ad alzare un sopracciglio, con fare sussiegoso e con la calma olimpica di chi dice “pazienza”, se non addirittura “meglio così”.
Sono dei narcisi compulsivi che amano ascoltarsi e che della vita umana, quando non è la loro e di chi hanno per caro, hanno poca stima.
Ma, allo stesso tempo, hanno tanta di quella inutile visibilità che permette loro di avvelenare i pozzi del dibattito pubblico, di gettare benzina sul fuoco, in una società (purtroppo sempre meno colta) che invece dovrebbe inquadrarli per quello che sono, cioè servi di un padrone più grande a cui hanno giurato fedeltà per smania di (briciole di) potere.























