«Ciò che ricordiamo dall’infanzia lo ricordiamo per sempre – fantasmi permanenti, timbrati, inchiostrati, stampati, eternamente in vista»

(Cinthia Ozich)

Aveva 14 anni, viveva nel residence “Parco Uliveto”, un enorme polmone verde in un posto dove il verde lo vedevano solo quelli che avevano il binocolo, o coloro che avevano avuto la fortuna di nascere nella famiglia giusta, che poteva permettersi un appartamento lì dentro, per giunta panoramico.

Quello era “il cortile”, ovvero il posto dove la comitiva di quattordicenni più ricercata del luogo passava il tempo prima e dopo l’orario consentito per uscire. Beh, nel 1992 era tutto così, più giusto, più consono, più pulito.

Certo, erano ragazzini dell’“alta società”, avevano i motorini, tutti, maschi e femmine, ma avevano delle regole: si usciva solo a compiti terminati e comunque mai prima delle 16:30 e mai oltre le 20:30. C’era anche un motivo specifico.

Alle 16:30 apriva la “Super cartoleria” del paese, del papà di una di loro, ubicata nella piazza del Municipio. Potevano uscire solo lì e solo fino a che l’attività commerciale era aperta, perché i titolari potevano tenerli d’occhio. Scattato il coprifuoco, a casa. Potevano restare tutti in cortile. Ognuno tornava nella propria cucina ad ora di cena, aspettando che il citofono suonasse: il primo che finiva di mangiare, tornava a chiamare gli altri, perché avevano ancora un’ora di tempo per restare giù nel parco (o due ore ancora, se era estate).

In realtà iniziarono ad avere un po’ di problemi quando il condominio decise di far montare un modernissimo cancello automatico: l’andirivieni dei motorini diventava complicato, perché non tutti risiedevano lì ed agli adulti non piaceva che quel cancello si aprisse e richiudesse di continuo, rischiava di bloccarsi.

Beh, c’era “l’altro cortile”, così lo chiamavano. Quello dietro l’angolo, confinante con il Parco degli Ulivi: avevano avuto il permesso di spostarsi. Erano sempre e comunque visibili da qualsiasi balcone, ma almeno nessuno poteva avere niente da ridire e, badate bene, quegli squinternati (che squinternati erano eccome), fuori orario, dal cancello, che fosse o meno aperto, che fosse o meno automatico, non uscivano. Non senza permesso. Mai. Anche chi di loro era più libero, nel rispetto di chi non poteva, restava lì. Tanto a loro bastava stare insieme.

E poi non avevano proprio testa per disturbare in casa, fondamentalmente, erano una comitiva di strada. Sì, lo ammetto, strada cautelata e ricercata, ma strada. Quando c’erano i mondiali, dal terzo piano calavano fili elettrici e cavi d’antenna, sistemavano una tv sul marciapiedi (sempre dentro quel benedetto cancello), si sedevano sui motorini (che si portavano dietro come coperte di Linus) ed attenti a non distruggere i cavalletti iniziavano a tifare come solo a quattordici anni si può.

Certamente non mancava il cibo. Patatine in busta e coca cola? Ma anche no! Parmigiana, panzerotti e pizza di patate, rigorosamente provenienti dalle mani di ogni mamma.

Niente, era un fatto meraviglioso! Quasi mi sento Stephen King: scrivo di fantascienza.

Eppure mi sembra così non sia, perché in quell’orda di locuste ce n’era una in particolare, io, che aveva come vicino di casa e suo migliore amico il ragazzino più bello di tutta la scuola.

Ecco, lui era l’unico che riusciva a strappare a mia madre il permesso per farmi stare fuori da quel cancello oltre le 20:30, ma doveva avere un valido motivo (tipo la partita a calcetto di tutti i maschi, al campo di terra battuta nel quartiere dal lato opposto del paese) e garantire che non mi avrebbe mollata di piede.

E quando mai lo avrebbe fatto? Va bene che tutta la scuola pensava fossimo “fidanzati” e noi invece eravamo “fratello e sorella”, va bene che questo fatto di non essere creduti ci divertiva da morire, va bene anche che eravamo parte piena piena di quel gruppo, però noi facevamo una cosa.

Intanto pur frequentando la stessa classe non eravamo compagni di banco. A dirla tutta non ce lo siamo mai detti eh, ma io penso sapessimo che, se fossimo stati troppo tempo vicini, avremmo finito per stancarci a vicenda e non volevamo; studiavamo insieme, sempre a casa mia perché ero (sono) figlia unica, niente rogne. Sua sorella maggiore no, proprio non ci voleva fra i piedi (ed era ricambiata).

Dopo i compiti, se non erano le 16:30 ci buttavamo per terra ai piedi del mio letto, su un peluche gigante che lui stesso mi aveva regalato e cantavamo a squarcia gola! Per carità, detestavo la musica che gli piaceva, ma lui sopportava me, il mio passare senza soluzione di continuità dall’heavy metal a Chopin, io gli dovevo concedere Umberto Tozzi e Raf!

“Notte rosa (sembra esplosa)

Dolore di raso (dimmi chi ti ha preso)

E un naufragio farò più possibile a sud

Abbracciando il tuo corpo per ore

Ore e ore a far l’amore con la tua assenza

Motore danza, sento già

Che il dolore avanza

Respirerò lacrime

E aria che mi sbronza

Danza

Non potrei vivere abbastanza

Senza di lei

Non potrei senza una speranza”.

Un disco rotto! Un disco! Eh no, niente #mpquattropastaepatate. In verità, va detto, io mi chiedevo sempre cosa fosse il “dolore di raso” e pensavo fosse solo una trovata per la rima. Avevo già la smodata passione per chiunque giocasse con le parole e la fisima di capirle. No, non mi sono data una risposta diversa, mai.

E poi l’incipit che qui, autonomamente dalle viscere, mi ha portata e che torna in chiosa.

Cosa ne potevo sapere io, a quattordici anni, del perché Raf (sempre con il buon Umberto eh!) insopportabile diceva quella roba.

A quaranta è un’altra storia.

Continuo a cantare come fossi buttata ai piedi del mio letto con il mio migliore amico, continuo a pensare che sia faccenda musicalmente di dubbio spessore, ma sant’Iddio! Avevano proprio ragione quando inneggiavano alla gente di mare:

“A noi che siamo gente di pianura

Navigatori esperti di città

Il mare ci fa sempre un po’ paura

Per quell’idea di troppa libertà

Eppure abbiamo il sale nei capelli

Del mare abbiamo le profondità

E donne infreddolite negli scialli

Che aspettano che cosa non si sa

Gente di mare

Che se ne va

Dove gli pare

Dove non sa (…)

Gente che muore di nostalgia

ma quando torna dopo un giorno muore

per la voglia di andare via (…)

e quando ci fermiamo sulla riva

(Gente che va) lo sguardo all’orizzonte se ne va

(Gente di mare) portandoci i pensieri alla deriva

Per quell’idea di troppa libertà (…)

Gente corsara che non c’è più

Gente lontana che porta nel cuore

Questo grande fratello blu (…)”.

Praticamente non avevamo capito niente. Niente del fatto che avevamo capito tutto.

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FontePhotocredits: pixabay.com
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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

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