Il Meridione in due saggi meritevole della massima attenzione

Non capita spesso nella saggistica sia accademica che in quella giornalistica rivolgere un’attenzione storico-critica alle vicende che hanno riguardato la scienza e figure di scienziati del Meridione, considerate per lo più fenomeni socio-culturali marginali, come se questo fosse esclusivo appannaggio del Centro-Nord col conseguente ritenere italiani solo chi ivi è vissuto e ha operato. Certamente hanno pesato sul terreno storico i  duemila anni di frattura tra le vicende della Magna Grecia, dove prese piede da Parmenide e Pitagora ad Archimede la scienza insieme con la stessa filosofia e quelle avute inizio con la nascita di quella moderna a partire da Galileo sino a poi espandersi in tutta Europa e ad essere una basi del suo sviluppo sociale ed economico anche perché, come nell’antica Grecia, ha gettato i semi delle idee democratiche venute a maturazione nel periodo illuminista sia in Francia che nel Regno di Napoli. Ma alcune ricerche recenti stanno mettendo in risalto il contributo dato alla scienza italiana ed europea da diverse figure di origine meridionale che dal ‘700 in poi hanno operato in vari campi dalla matematica alla fisica, dalla biologia alla medicina e alle scienze applicate apportandovi a volte risultati decisivi e non di poco conto; si segnalano in questo senso due recenti volumi a cui hanno collaborato diversi studiosi con l’obiettivo di fornire una immagine più adeguata e più reale dell’attività scientifica prodotta nel Meridione anche se poi alcuni dei protagonisti, data la dimensione universalistica della scienza, hanno viaggiato, conosciuto colleghi di altre nazioni e a volte operato in strutture internazionali per poi magari ritornare.

Curato il primo da Pietro Greco, giornalista scientifico  venuto meno proprio qualche mese prima della  pubblicazione, si rivela oltremodo interessante  Mezzogiorno di scienza. Ritratti d’autore di grandi scienziati del Sud (Bari, Ed. Dedalo 2020), volume che riteniamo dover far parte degli strumenti non solo di chi opera in ambito culturale, ma anche di chi è impegnato in attività socio-economiche e di promozione del territorio; infatti, una delle problematiche di fondo che tale volume affronta, già posta nella dovuta attenzione prima da Stendhal e poi da Antonio Gramsci, è quella relativa al fatto che il Sud, pur avendo avuto dal ‘700 quando Napoli  con Parigi e Londra era una delle tre capitali con più intellettuali e scienziati di levatura europea, è stato ‘carente’ invece sul piano della classe dirigente e politica e ‘disgregato’ sul piano sociale. Se nel resto dell’Europa e nel Nord Italia, afferma Greco nell’introduzione, la scienza o meglio l’attività scientifica con le sue ricadute tecnologiche è stata un ‘collante culturale’ per la modernizzazione, al Sud questo non si è verificato pur avendo gli scienziati meridionali, uomini e donne, dato contributi significativi allo sviluppo delle idee scientifiche, tali comunque da far parte integrante della storia della scienza europea e della ‘storia universale della scienza’.  In vari modi è stata impedita, nonostante gli sforzi di un Antonio Genovesi (Antonio Genovesi: un percorso illuministico verso la complessità, Odysseo 11 febbraio 2021) e di altri poi trucidati nel 1799, la formazione ad ogni livello di una cultura scientifica che raggiungesse il maggior numero di persone, strumento indispensabile per permettere un clima favorevole all’innovazione e lo sviluppo socio-economico di un paese.

Pietro Greco pone questo cruciale problema alla luce dei risultati raggiunti nella monumentale opera in cinque volumi apparsa nel 2019 La scienza e l’Europa, dove ripercorre la storia delle vicende scientifiche dal Medioevo ad oggi, perché a differenza del passato quando lo sviluppo delle scienze ha reso possibile ‘la prosperità dell’Europa’, vede un ‘declino europeo’ dovuto appunto a quello che chiama ‘deficit  di scienza’ rispetto alle altre parti del mondo, dove più che mai il binomio scienza-tecnologia è sì diventato  da un lato nuovo ‘instrumentum regni’ ma dall’altro ‘motore dello sviluppo economico’. Per far fronte a tale declino, Pietro Greco ci offre un insieme di punti ritenuti necessari per far crescere quella che chiama ‘cittadinanza scientifica’ , i cui primi segnali vengono rintracciati nella maggiore consapevolezza a livello pubblico della conoscenza delle cause dei cambiamenti climatici; in tal modo si pongono le basi di una Europa che diventi ‘laboratorio di una nuova società democratica della conoscenza’, più solidale e più equa col ridare importanza strategica alla ricerca di base, col combattere la ‘disparità tra l’Europa carolingia e quella mediterranea’, per arrivare ad una ‘parità di genere’ e creare un ambiente favorevole allo sviluppo scientifico e all’innovazione se si pongono le condizioni per ‘portare ad un livello di istruzione universitaria metà della popolazione’.

Ma tutto questo, cioè l’interesse per la scienza prodotta al Sud, viene ritenuto necessario per Pietro Greco sulla scia  di Luciano Gallino che, nell’importante volume del  2007 Tecnologia e democrazia, già riteneva strategico per il paese basarsi su ‘due gambe’, la continua produzione di conoscenze e la loro trasformazione in tecnologia;  viene messo molto in risalto che ci troviamo di fronte al ‘nuovo passaggio verso una società fondata sulla conoscenza’ dove la scienza è  considerata il primum movens e può creare le basi “dell’economia solidale della conoscenza uno dei pochi – se non l’unico-  strumenti che oggi ha il Mezzogiorno per uscire fuori dalle sue rinnovate difficoltà, capace sia di ricevere che di dare nel grande ecosistema cognitivo globale”.

Alla luce di queste importanti indicazioni vengono esposti da parte di vari studiosi, la maggior parte dei quali operano nel Seminario di Storia della Scienza dell’Università di Bari  attualmente diretto da Paolo Francesco De Ceglia, dei ‘ritratti’ di scienziati meridionali come il botanico e martire Domenico Cirillo che già a partire dal ‘700 poneva al centro  del suo impegno tali obiettivi anche grazie ai suoi contatti con Diderot; seguono i ritratti del salentino Gabriele Costa, zoologo che operò  nel primo ‘800 anticipando il dibattito sulla variabilità della specie, e del chimico Stanislao Cannizzaro, preso in esame dallo stesso Pietro Greco, per arrivare a Maria Bakunin, prima donna a laurearsi in chimica, e al matematico siciliano Mauro Picone che riconobbe nei numeri il futuro dell’informatica. Manca solo un protagonista dell’Ottocento scientifico meridionale, come il matematico pugliese Giuseppe Battaglini (1826-1894) che, oltre a capire subito le novità delle geometrie non euclidee e a divulgarle, per le sue idee liberali fu privato dell’insegnamento a Napoli per poi fondare con l’Unità d’Italia una scuola di matematica molto apprezzata a livello europeo col  condurre una battaglia per il rinnovamento delle istituzioni scolastiche ed universitarie. Molto interessanti si rivelano poi i ritratti di scienziati del primo Novecento che operarono durante il ventennio fascista come Domenico Marotta che guidò l’Istituto Superiore di Sanità  e Francesco Giordani un ‘chimico nella stanza del potere’ impegnato nella produzione ‘autarchica’ della cellulosa. Non potevano mancare i ritratti del matematico Renato Caccioppoli  che ha aperto nuovi campi nella sua disciplina con il fondamentale contributo dato e cioè ‘gli insiemi di Caccioppoli’ e che aveva una forte passione per le opere di Rimbaud, Baudelaire e Proust e di Ettore Majorana.

Viene inoltre dato spazio a figure come Filomena Nitti Bovet, moglie del Nobel Bovet, per i contributi  dopo il secondo dopoguerra alla chimica biologica e alla chimica terapeutica, al Nobel Renato Dulbecco, al caso Felice Ippolito, al fisico  Eduardo Caianiello pioniere della cibernetica, al matematico salentino Ennio De Giorgi ‘matematico al servizio della Sapienza’ e premio Wolf nel 1990 per aver dato tra gli altri decisivi contributi alla dimostrazione della teoria della discontinuità libere, fondamentali per le immagini digitali; il pregio di questo volume, pertanto, non è solo quello di farci conoscere meglio queste diverse figure, alcune più note e altre meno, ma di far vedere come dietro ogni nostro strumento che usiamo tutti i giorni a partire dal computer ci sia tanta matematica e ricerca di base, e dietro ogni farmaco o cura ci sia tanta biologia e chimica, aspetto che spesso si dimentica.

Il secondo volume curato da Adele Spedicati  Filosofia e scienza nel Salento dell’Età moderna (Lecce-Brescia, Pensa Multimedia- ENS ‘Pensée des sciences’ 2021), si concentra sugli apporti filosofico-scientifici di diverse figure del Salento  che hanno operato nella seconda metà del ‘700 nel Regno di Napoli  e  contribuito alla formazione delle idee illuministiche oltre ad inserirsi a pieno titolo nei dibattiti nella cultura razionalistica europea incentrata sulla libertas philosophandi, come alcuni contributori mettono in risalto; e come nel volume precedente molto spazio viene riservato alla loro attività non solo scientifica, ma anche a quella tesa al ’concreto programma di rinnovamento culturale, tanto teorico quanto pratico-politico’ per aver capito la ‘stretta connessione fra il pensiero filosofico-scientifico e letterario’ e i risvolti socio-economici nell’impatto sul territorio. Come sottolinea Adele Spedicati nell’introduzione, infatti, questo periodo è un ‘periodo di transizione’ e nello stesso tempo ‘di profondo rinnovamento’ dove si contrappongono da una parte ‘il programma dei novatores’  teso a far capire il ruolo sempre più strategico della scienza, e dall’altra ‘il programma dei restauratori’ ancora legato ‘al recupero positivo della tradizione’.

Mentre il volume curato da Pietro Greco è una rassegna di ritratti di figure di scienziati del Sud, questo volume ci offre un  affresco degli accesi dibattiti  dove quella  tendenza europea cartesiana nelle  diverse articolazioni si incontra con la cultura naturalistica attenta allo studio delle leggi della natura secondo ‘il metodo dell’osservazione empirica e della verifica sperimentale’ che aveva trovato nel Regno di Napoli non poca difficoltà  per affermarsi per la mancanza di una ‘tradizione meccanicistica e fisico-matematica’; Adele Spedicati e tutti gli altri contributori sottolineano la stretta connessione tra l’affermarsi dei ‘principi del nuovo naturalismo’ e le idee illuministe con tutto il loro portato di rinnovamento socio-economico anche nel loro incontro-scontro con il Magistero della Chiesa sino a costringere a porre la questione  dei miracoli in termini più precisi rispetto al passato e più legata all’avanzamento della ricerca biomedica. Così alla luce di questo presupposto storico-metodologico, vengono presi in considerazione prima il ruolo delle Accademie nel ‘complicato matrimonio’ tra  scienza e letteratura come  nell’Accademia degli Spioni o degli Speculatori di Lecce, e poi l’engagement di figure come Giuseppe Orlandi, Celestino Cominale, Francesco Antonio Astore, Nicola Andria e Giovan Leonardo Marugj.

Tra gli altri, solo per fare un esempio, si rivela interessante sul piano storico  la figura del medico-filosofo Celestino Cominale (1722-1785), analizzato da Irene Gianni, figura che in nome della libertas philosophandi, si schierò apertamente contro il programma newtoniano con lo scrivere Anti-newtonianismi in quattro parti (1754-1770), sino a far dire a qualcuno recentemente che ‘per ogni Voltaire che esalti il pensiero di Newton, c’è sempre un Celestino Cominale anti-newtoniano’. Questa figura salentina si  muoveva nel suo milieu, insieme ad altre, con l’obiettivo di farne vedere ‘le contraddizioni, le aporie ed il carattere congetturale’, atteggiamento oggi presente in molta letteratura storico-epistemologica; nello stesso tempo era teso a costruire un modello meccanicistico alternativo e a combattere quella diffusa anglomania,  che si stava espandendo anche in Italia, non con spirito antiscientifico ma con delle riserve verso i processi di matematizzazione dei processi naturali, aspetto che trovarono altri interlocutori sino a fare prendere piede, come giustamente ricorda Irene Gianni, a ‘nuovi antinewtonianismi’, come ad esempio quello più famoso di J. W. Goethe che non a caso ha annoverato tra le sue fonti proprio la figura di Cominale nella sua fondamentale opera La teoria dei colori.

I due volumi nel loro complesso ci consegnano un ‘Mezzogiorno di scienza’ che va riconsiderato nelle sue diverse articolazioni e per avere soprattutto, forti di tale tradizione, uno strumento in più per entrare con maggiore consapevolezza nel complesso mondo della conoscenza, forza motrice dei cambiamenti in atto ad ogni livello, come le figure analizzate in tali ricerche avevano già con forza non comune evidenziato pagandone a volte anche con la vita le conseguenze.

 


FontePhoto by Diana Cabezas on Unsplash
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Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo nonché direttore della Collana Internazionale "Pensée des sciences", Pensa Multimedia, Lecce; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.

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