«Ferire qualcuno che sai ti perdonerà è la cosa più scorretta di tutte»

(Robert Brault)

Ore 05:30 del mattino, si era svegliata prima del normale, aveva sognato, non le era piaciuto.

Un grande campo aperto, era stesa in toltale relax sulla terra, al centro fra due altre persone sconosciute.

Una figura a lei ben nota in piedi li guardava e parlava di cose bellissime, puntava con il dito in grande albero ed ecco che, improvvisamente, partì un’inaspettata melodia.

Pensò a quella figura e si disse: “lo sta facendo di proposito”. Di colpo quella figura, confermando quel pensiero, le si stese addosso allargando le braccia sul petto delle due persone che lei aveva di fianco:

– Dovete sentirla la musica, disse.

Lei fece per girare il volto verso il collo che la sovrastava e quella figura si alzò di scatto, dicendole che no, non doveva muoversi per dovere. La ragazza si stizzì, non era quello il suo intento e non aveva gradito di essere apostrofata ad alta voce. Non fiatò.

Non fino a che tutti non furono in una casa. Chiamò in disparte quella figura, voleva chiedere una cosa semplice:

– Ma perché devi pensare sia dovere?

Quella persona però le restò distante.

– Vieni, invitò la ragazza.

– Ho solo due minuti, rispose la figura a distanza.

– Ed io ne ho uno e mezzo, incalzò lei.

La figura rimase immobile.

– Vaffanculo! Concluse allora lei andandosene. Non prima di aver chiuso l’esclamazione con il cognome di chi aveva davanti.

Un sogno inutile, all’apparenza.

In realtà, il sogno di chi aveva teso spontaneamente e deliberatamente la mano, nella realtà, senza che le fosse stata chiesta né quella, né null’altro, a chi l’aveva trattata, nel tempo di un solo giorno, nel modo peggiore lei ricordasse. L’aveva quasi detestata quella persona, tenuta subito a distanza con un muro di cemento armato, sbattuto in faccia la porta, quando aveva sentito bussare subito dopo un torto praticamente ignorato come mai fosse stato posto in essere, la qual cosa poteva essere stata peggio di un calcio negli stinchi per chi l’aveva ricevuta (sebbene l’avesse meritata); e lei non era contenta di aver risposto a quel modo, viveva male ogni giorno, così per liberarsi dalla morsa della rabbia, aveva dovuto perdonare nel suo animo e quindi porgere l’altra guancia, sicura che il suo gesto sarebbe stato capito.

E invece no, era stata travisata, non aveva mai più ricevuto risposta e, forse, il vaffanculo di chi perdona con il cuore e gratuitamente, per poi vedersi malmenare dal silenzio, le era davvero morto in gola. Perché nella realtà lei era così: non forzava niente e nessuno e quindi mai più avrebbe parlato.

Non per questo, però, era ancora riuscita a non sentire il peso della polvere scossa dai calzari senza l’indicazione della strada che meritava, quella verso il paese dei signori!

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FontePhotocredits: pixabay.com
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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.