La sensibilità di Antonio Del Giudice la si è evinta dalle righe che ha dedicato al nostro giornale e dai minuziosi flussi di coscienza che ha messo su carta. “Il ragazzo che rubava le parole” (Castelvecchi Editore) è un’autobiografia di formazione del primo Dopoguerra, l’eredità, impregnata di sogni, sacrifici e sudore, da trasmettere alle nuove generazioni. In libreria a partire da oggi.

Ciao, Antonio. Quanto di autobiografico c’è in Andrea, il protagonista del tuo romanzo?

Naturalmente, la storia che racconto è parte di me. Ma è anche un pezzo di vita che riguarda la mia generazione, i miei coetanei, ognuno a suo modo. Diciamo che io scrivo del ragazzo che meglio conosco, e che ho imparato a conoscere negli anni. Nel romanzo si dice della memoria collettiva: la scuola, le strade, le scoperte adolescenziali, la politica, la religione, le prime trasgressioni. Insomma come siamo stati noi, nati tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta.

La rinascita italiana del Primo Dopoguerra va di pari passo con quella personale del giovane studente?

Il Paese che rinasce incoraggia la speranza e l’impegno dei giovani che vedono una prospettiva diversa dal passato. I figli dei contadini non sono più condannati a fare il lavoro dei padri, la scuola è un’opportunità di crescita, la conoscenza del mondo allunga la vista e la speranza. Il liceo non è più solo la scuola per famiglie benestanti e borghesia. L’università non è più un miraggio lontano per i meno abbienti. Si può scommettere con buone probabilità di vincere.

Credi che, dopo quasi un secolo, la questione meridionale del nostro Paese sia ancora rilevante?

La questione meridionale nel romanzo mette il giovane Andrea in fuga verso la Milano che aveva conosciuto da ragazzino, quando aveva raggiunto suo padre che a Milano andava spesso per lavoro. Dopo oltre sessant’anni, i ragazzi del Sud continuano a cercare fortuna altrove, adesso nell’intero mondo. Una perdita per il Sud, che si è fatto moderno ma non ha cambiato gli antichi vizi che ben conosciamo. La politica non genera più uomini come Aldo Moro, è piuttosto una lotta tra fazioni, con un esercito di figuranti.

L’apologia al Fascismo è, attualmente e ancora, la vergogna più aberrante da condannare?

Nel mio romanzo c’è molto racconto del fascismo, che nella nostra Puglia fu politica di modernizzazione, ma fu anche sopraffazione verso chi fascista non era e non intendeva esserlo. Il ragazzo Andrea cerca una risposta a una domanda cruciale: perché i nostri genitori, parenti e amici, tutti persone perbene, furono fascisti? Certo che il fascismo è da condannare, la Costituzione della nostra Repubblica non ammette discussioni su questo punto.

A chi dedichi “Il ragazzo che rubava le parole”?

Dedico questo romanzo ai miei figli Marta e Pietro, che hanno superato i 30 anni, hanno studiato molto più di me e si guadagnano da vivere con fatica e impegno. La dedica ai miei figli vuol essere una dedica a tutti i ragazzi che faticano a trovare il benessere che per noi è stato più facile da conquistare. A loro tocca un mondo che diventa ogni giorno più difficile e tragico, se guardiamo  alla guerra in Ucraina. Noi padri abbiamo di che riflettere.


Articolo precedenteIo sono io
Articolo successivoBachelard oggi
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.