E la crisi della relazione umana

La crisi della sanità pubblica non è soltanto una questione organizzativa o economica, ma sta diventando sempre più una questione profondamente relazionale e umana. Le carenze di personale, ormai strutturali e diffuse, incidono direttamente sulla qualità della cura, modificando non solo i tempi del lavoro clinico, ma anche la natura stessa dell’incontro tra professionista e paziente.

Quando medici e infermieri sono insufficienti rispetto al bisogno reale, il tempo si comprime, le priorità diventano emergenziali e la relazione terapeutica rischia di ridursi all’essenziale tecnico. In questo scenario, il gesto, la parola, lo sguardo e l’ascolto, elementi che costituiscono la sostanza della gentilezza clinica, tendono a scomparire o a diventare residuali. Non perché manchi la consapevolezza della loro importanza, ma perché il sistema non ne permette la realizzazione.

La qualità della relazione di cura non è un fattore secondario. Le emozioni positive, la fiducia e la percezione di essere accolti attivano circuiti neurobiologici specifici, coinvolgendo sistemi legati alla regolazione dello stress, alla produzione di ossitocina e serotonina e alla modulazione della risposta infiammatoria. In altre parole, la relazione incide sulla fisiologia. Tuttavia, questa dimensione biologica della cura richiede tempo, presenza e continuità. Ed è proprio qui che la carenza di personale diventa un fattore clinico indiretto ma potentissimo. Un sistema sotto pressione produce inevitabilmente interazioni più rapide, frammentate, funzionali. Il contatto umano si riduce a prestazione, e la prestazione tende a escludere tutto ciò che non è immediatamente misurabile. In questo passaggio silenzioso, la medicina rischia di perdere una delle sue componenti più terapeutiche: la qualità dell’incontro.

Il problema non riguarda soltanto il carico di lavoro, ma anche il senso di appartenenza e di identità professionale. Quando il lavoro diventa una successione continua di urgenze, la possibilità di costruire relazioni significative con i pazienti e con i colleghi si indebolisce. Questo ha conseguenze profonde sul benessere degli operatori sanitari, che non solo sperimentano fatica fisica, ma anche una progressiva erosione del significato del proprio agire. La letteratura internazionale sul burnout medico mostra infatti come la perdita di connessione relazionale sia uno dei fattori più rilevanti nell’esaurimento emotivo. In questo contesto, anche la gentilezza, intesa non come forma di cortesia superficiale, ma come competenza clinica fatta di ascolto, presenza e riconoscimento dell’altro, diventa più difficile da mantenere. Non perché venga meno la sua importanza, ma perché il sistema non ne facilita l’espressione. La gentilezza richiede uno spazio mentale ed emotivo che non è compatibile con una pratica costantemente compressa dall’urgenza.

Eppure, proprio le evidenze neuroscientifiche mostrano che questi gesti non sono accessori. La gentilezza attiva circuiti cerebrali legati alla sicurezza e alla fiducia, riduce l’attivazione dell’asse dello stress, modula la risposta immunitaria e favorisce stati di equilibrio psicofisiologico. La relazione di cura, quando è umana e non solo tecnica, diventa essa stessa un fattore terapeutico. Ma per essere tale necessita di condizioni organizzative adeguate. La carenza di personale, quindi, non produce solo liste d’attesa più lunghe o maggiore pressione sulle strutture. Produce anche una trasformazione qualitativa della cura. L’interazione tende a diventare più breve, più funzionale, meno narrativa. Il paziente viene visto, ma sempre meno “incontrato”. E quando l’incontro si indebolisce, si indebolisce anche la dimensione biologica e relazionale della guarigione.

Questo ha un effetto ulteriore e spesso sottovalutato: la progressiva perdita di senso del lavoro sanitario. Il senso di appartenenza nasce infatti anche dalla possibilità di costruire relazioni significative, di vedere l’effetto del proprio agire non solo in termini clinici, ma anche umani. Quando questo spazio si restringe, aumenta il rischio di disaffezione, mobilità verso altri sistemi o settori, e in generale una riduzione della motivazione intrinseca.

In questo quadro, il tema delle risorse umane nella sanità non può essere affrontato solo in termini numerici o contrattuali. È anche una questione di qualità delle relazioni che il sistema è in grado di sostenere. Investire sul personale significa quindi non solo aumentare gli organici, ma creare le condizioni perché la relazione di cura possa tornare ad essere possibile nella sua pienezza.

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Yuleisy Cruz Lezcano nata a Cuba, vive a Marzabotto, Bologna. Lavora nella sanità pubblica, laureata in scienze biologiche e con una seconda laurea magistrale in scienze infermieristiche e ostetricia, presso l’Università di Bologna. Ha pubblicato diciotto libri a seguito di riconoscimenti e premi in concorsi. Due dei libri pubblicati sono in spagnolo/italiano e il penultimo in spagnolo/ portoghese è stato pubblicato in Portogallo. Si occupa di traduzioni in spagnolo, facendo conoscere poeti italiani in diverse riviste della Spagna e del Sudamerica e, in modo reciproco, facendo conoscere poeti sudamericani e spagnoli in Italia. Collabora con blogs letterari italiani, di America Latina e di Spagna. La sua poesia italiana è stata tradotta in francese, spagnolo, portoghese, inglese, albanese.