«Luomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando»

(Hubert Reeves)

Si chiama Venera, sì, Venera, come la terza persona singolare del verbo venerare.

In buona sostanza è una che, per forza di cose, ha imparato a coniugarsi da sola e si è sentita molte volte esattamente come un pronome personale: terzo e singolo, un posto periferico dopo quello dei concorrenti che contano, l’io e il tu.

Ci ha passato una vita a fare questo ragionamento, fino ad averlo accettato: il suo non era un posto anagrafico da quartiere suburbano, ma quello delle strade che, da buone periferie, ospitano interi ghetti di dolori e risate povere, lontane dal danaro e piene di sentimento. Solo gli stupidi avrebbero paragonato quelle vie al degrado di terz’ordine e lei non era una stupida. Aveva incontrato una miriade di succulenti piatti gourmet con alla base un banale pomodoro, aveva trovato diversi scrigni colmi di oro e diamanti che si reggevano su un solo e singolo scellino. Beh, si sa, provare a togliere la base a qualsiasi luminoso grattacielo equivale banalmente a farlo crollare, si era detta, quindi stiamo a vedere qual è la parte dei grandi imperi che davvero conta. Ecco Venera: la terza periferia suburbana del pomodoro e dello scellino. Aveva retto di tutto. Era la sua natura.

Nel bel mezzo del cammin di sua vita, aveva dedotto che le persone non sono tutte uguali: alcune, in particolare, ti conoscono in un modo che sanno solo loro. Tra duemila incertezze e contraddizioni, ti fanno anche imbestialire, ma ti conoscono. Sembra poco, ma pare che poco proprio non sia.

Bene, una di quelle persone le aveva inviato una riflessione di Giacomo Papi sull’ultimo messaggio di Pavese, roba che le era venuto da dire: grazie per conoscermi al punto da aver pensato che dovessi leggerlo. 

“Perdono tutti e a tutti chiedo perdono, va bene? Non fate troppi pettegolezzi” (Cesare Pavese).

Nello scritto, Papi si diceva perplesso per l’assenza di accenti, ammetteva l’assoluta improbabilità della sua intuizione, ma sottolineava che gli sarebbe piaciuto poter dire che la giusta interpretazione del messaggio fosse stata: “Perdòno tutti e a tutti chiedo, pèrdono?”, declinato in un più specificoa tutti chiedo: sanno che pèrdono?

E così Venera si era domandata: perdono una battaglia o smarriscono qualcosa? Non trovano il bandolo della matassa per poter dire di aver saputo vivere, o perdono proprio la vita?

Come sono belle le parole infilate una dietro all’altra: dovunque ci si giri e ci si volti, c’è da ammetterlo, sono belle.

Del resto cosa sarà mai stato questo saper vivere? Magari avere forza di volontà per non lasciare andare tutto a mare quando arrivano gli ostacoli? Gestire il proprio tempo senza tralasciare le necessità e quindi imparando a pianificare? Essere determinati ed efficaci senza rimandare continuamente e farsi fermare dal timore di commettere errori? Coltivare la consapevolezza facendo dei propri limiti la base delle proprie forze? O, ancora, focalizzarsi sul presente per essere in qualche modo rispettosi del passato e produttivi per il futuro?

Questo per lo più sui manuali di clinica: Venera era infatti partita dall’idea di poter essere una psicologa poco convinta ed alla fine era diventata direttamente una psichiatra e, anche questo si sa, per fare bene certi mestieri, tocca essere il primo e forse il più grave dei pazienti.

Beh, rispetto ai manuali il lavoro sporco era un attimo diverso. Chi lottava per il pane non aveva il tempo di viverla la vita; chi era egoisticamente prudente, non sapendosi dare, la sprecava la vita (sua e degli altri… qui Wilde avrebbe annuito); c’era anche chi non aveva capito che fra nascita e morte non restava che godersi l’intervallo (e qui, compiaciuto, avrebbe sorriso un compreso Schopenhauer)… pérdono, tutti pérdono. E raramente chiedono perdòno.

E pure lì, stai a vedere: questo perdòno come si declina? Lo inventava: per dono? Poteva quindi declinarsi forse “per regalo”?. Per fortuna dietro poteva esserci un verbo, aveva detto Papi, che alla terza singolare avrebbe fatto Perdona.

Magari un giorno avrebbe anche conosciuto qualcuno con quel nome e sarebbero state Venera e Perdona.

Non c’è che dire: se lo sarebbero prese il podio, altroché terzo posto!

Fatto sta che quel giorno, mentre elucubrava, l’acqua era fredda e scendeva dal cielo, non c’erano fuochi d’artificio, ma luminosi lampi e fragorosi tuoni. Venera sentiva l’impeto dell’Universo sfuggirle di mano e chiederle a gran voce assoluto rispetto; lui sapeva che lei lo sentiva, sapeva che s’inchinava, ma sapeva anche che per certi versi lo fissava dritto in volto, perché conosceva la sua lingua e non aveva alcun bisogno di sgolarsi per farglielo notare.

Venera era conscia: nulla si fermava a quello che appariva e, a guardare meglio, c’erano ovunque scie di libertà negate, tracce di azioni pilotate, si sentivano echi di bestemmie ingoiate, si avvertivano strascichi di verità vissute ed erano chiari, in quel cielo umido, i lapilli di vulcani inesplosi che lentamente si facevano strada e, prima o poi, avrebbero illuminato di rosso fuoco i fianchi di chissà quale cono di lava solidificata. Uno spettacolo.

Quel giorno, però, l’acqua era fredda. E allora si poteva lasciare per un attimo Pavese e trovarsi in braccio a Dostoevskij: pérdere il perdòno?

“Soprattutto, non mentire a te stesso. L’uomo che si trova a sé e ascolta la propria menzogna arriva al punto che non riesce a distinguere la verità dentro di sé o attorno a lui e quindi perde tutto il rispetto per se stesso e per gli altri. E senza rispetto, cessa di amare.”

Smettila, dunque, Venera. Pensò. Perché è vero che come tutti hai perdonato e hai anche perso. Ma c’eri e resti. Macerie e resti.

Si era persa un attimo, fradicia tornò a casa e dietro quella porta prese a fare ciò che raramente i medici confessano di fare: prese a pregare. Fu così che, l’indomani, qualcuno le scrisse: “sei una specie di terremoto, di cataclisma, di… incontenibile. Tu non segui il flusso. Sei il flusso”.

Il flusso. Ecco la risposta. Macerie e resti. Ma c’eri e resti.


FonteFoto pixabay ridisegnato by Eich, con tecnica effetto olio su tela
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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

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