Siamo tutti vagabondi e pellegrini

In tutte le culture vi sono sostanzialmente due modi di “camminare”: pellegrinare e vagabondare. Paradossalmente il pellegrino e il vagabondo possono condividere lo stesso cammino, cambia però la loro condizione. La differenza tra pellegrino e vagabondo consiste nel fatto che il pellegrino ha una meta ben definita, mentre il vagabondo non ha meta.

Il camminare è una condizione tipica dell’uomo, possiamo dire che è metafora della vita stessa. In realtà tra vagabondaggio e pellegrinaggio vi sono intersezioni di rilievo, degne di considerazione.

Ogni uomo è abitato dalla speranza e dal desiderio, come anche dal dubbio, dalla disillusione e dal disincanto. Il pellegrino è colui che desidera il raggiungimento della meta; la speranza del cammino dona, in lui, un riflesso di quella luce verso la quale compie il suo itinerario, nell’oggi della sua storia. Il vagabondo non sa fondamentalmente perché cammina, non sa neppure dove va. Se il pellegrino vive, il vagabondo sopravvive.

A livello esistenziale siamo tutti vagabondi e pellegrini, poiché lo spirito umano è un intriso di dubbi e certezze, desideri e disincanti, sogni e rassegnazioni, consolazioni e desolazioni. L’identità del proprio io, nel cammino della vita, si gioca nella coscienza. Essere persone di speranza o rassegnate, vivere grandi ideali o vivacchiare, aprire l’animo alle grandi mete o accontentarsi di vivere come galline chiuse dentro un pollaio, è il destino che si gioca nel cuore umano.

È nel cuore che si decide dove si vuole andare. Il cammino che si sceglie definisce la propria identità. Il cammino che si intraprende, portatore di rinunce necessarie, designa chi si è veramente. Se da bambini si impara a conoscere il bianco e il nero, il cammino della vita fa comprendere come esistano una infinità di sfumature.

Non si sceglie una volta per tutte, ogni grande scelta si rinnova nella quotidianità, direi nella banalità e nella ferialità del vivere. Non esistono vagabondi puri, semplicemente perché una vita senza desiderio e senza speranza è una contraddizione in termini.

Senza desiderio e senza speranza esiste solo la morte. È per questo motivo che la morte, prima di essere biologica, è interiore tutte quelle volte che si sceglie di vagabondare, ogni volta che si spengono i lumini dei desideri e le lampadine dei sogni. La bellezza della metà, la fatica del cammino, il desiderio di ciò che si ama, rendano l’uomo pellegrino di quell’umanità profumata d’eterno, intrisa d’incanto, con il candore della novità e l’incommensurabile luce di ciò che è increato.

Se per il vagabondo tutto passa, nel pellegrinaggio si giunge a ciò che resta, ciò che era già presente prima del cammino, in ogni giorno del proprio itinerario, fino al raggiungimento della meta ultima.


FontePhoto credits: Myriam Acca Massarelli
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Salvatore Sciannamea
Sacerdote della diocesi di Andria, attualmente sono fidei donum in Valle d’Aosta, ho conseguito la Licenza in Antropologia Teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese “Regina Apuliae” di Molfetta. Autore di numerosi libri presso le Edizioni Sant’Antonio; collaboratore della Rivista Trimestrale di Teologia e Spiritualità “Jesus Caritas - Famiglia Carlo de Foucauld” e curatore della rubrica “Ripensare tra bellezza e verità” sul sito del mio paese d’origine: Canosaweb.it. Ogni martedì, pubblico sul mio canale youtube (https://www.youtube.com/channel/UCCgVJk1DCdYQhIeh9c6jmBQ) dei video-incontri di tipo culturale, spirituale e religioso, per riflettere ed interrogarsi sul senso della vita, sull'amicizia e la bontà.