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La nostra Pasqua piena di primavera

E così, anche in questa Pasqua, di passi abbiamo potuto farne pochi, molto pochi. Non si va, non si esce, non si può, non si deve, per un’emergenza ancora emergente. I passi abbiamo imparato a ponderarli bene, per compiere giusto quelli essenziali. E chissà se questo non ci sta insegnando una volta per tutte a non perderci, a non girovagare attorno a mete nitide e obiettivi semplici, per iniziare ad andare dritto al cuore delle cose, nella carne delle situazioni che invocano la nostra presenza.

I passaggi da compiere, però, restano comunque tanti. E urgenti. Perché i passaggi che dobbiamo compiere non sono legati alla quantità dei passi, ma alla qualità dell’esistenza, che sempre ci chiede di passare attraverso qualcosa per compiersi, maturare, portare buoni frutti. La stasi è certamente più conveniente. Così come il rifugio in un mondo fiabesco, costruito su misura con grandi ansie e desideri a buon mercato, nei più noti dei luoghi comuni: il passato, l’infanzia, il sangue, le tradizioni, il “doveva andare così”, il “si è sempre fatto così”, il “con me o contro di me”.

E invece la vita spesso ci chiede di passare oltre e altrove, verso mondi nei quali dobbiamo imparare a convivere con l’assenza di chi ci ha amato e se n’è andato all’improvviso, verso luoghi di nuove relazioni che si vanno consolidando in progetti, verso terre di nuove esperienze, verso deserti di silenzio dopo amare delusioni e sfiancanti schiavitù.

E nonostante tutta la compagnia, reale o immaginaria, restiamo soli. Perché ognuno compie il proprio passaggio, nel senso che lo compie a modo proprio, per com’è, per quello che si porta dietro, dentro e addosso. No, non è questione di isolamento, ma di solitudine esistenziale. La libertà è la pacificazione con la propria solitudine, quella che gli amori sani accompagnano, leniscono, accarezzano, e quella che gli amori malati tentano di colonizzare, negare, riempire. Chi ci ama, ci lascia compiere il passaggio. Non ci lascia soli, assolutamente. Ma non ci possiede, né si sostituisce a noi. Misura le parole e i passi, anche quando vorrebbe strapparsi il cuore dal petto e donarcelo. L’amore è questo, non altro.

Penso a quel padre e a quella madre del noto quadro di Van Gogh “I primi passi”: come ogni buon genitore, essi lasciano andare il figlio, protagonista di uno dei più grandi passaggi della vita, ossia imparare a camminare da solo, a reggersi sulle proprie gambe, a rinunciare alla dipendenza, a maturare nel bisogno di sicurezze. Chi vorrebbe veder cadere il proprio figlio? Nessuno. Eppure, in questo passaggio obbligato, quel figlio, che cade da solo e poi si rialza, cresce.

Pasqua è una parola antica e il suo significato ebraico rimanda alla pesach, il passaggio degli Ebrei dalla schiavitù dell’Egitto alla libertà. Qualcuno, però, ricollega la parola anche al verbo greco “pascho”, soffrire. Nessun passaggio è indolore, in effetti. Eppure, il coraggio di passare lì dove dobbiamo andare ci permette di soffrire senza subire, senza passività alcuna, ma con un agire deciso e pieno di speranza, anche se lì per lì prevale una sensazione di impotenza e di sconfitta.

Qualsiasi passaggio stiamo compiendo, a prescindere dalla quantità effettiva dei passi, è Pasqua, resurrezione, vita nuova. Ed è soprattutto la prova che nessuna esistenza è votata né può votarsi da sola al dolore. Esso è destinato a passare e il nostro coraggio a diventare speranza per chi dovrà fare altrettanto. E per chi, commosso e altrettanto coraggioso nell’averci lasciato la mano, ci osserva camminare, andare, staccarci, crescere, compiere il nostro passaggio, la nostra passione senza passività, la nostra Pasqua piena di primavera.