Ah, la miseria, quale grande  tragedia!

Ma come si può sanare un male se non si sana chi lo dovrebbe sanare, l’uomo? Sembra proprio che si remi tutti in controcorrente e che l’acqua arrivi in alto a dissetare chi sta annegando nel vino e sia già ebbro, ma che continua a bere da restare inconsapevole del suo stato disarmonico e mancante di convenevole accordo con se medesimo. Va da dire che siamo un po’ tutti ubriachi di malizie a scapito di un’etica, dimenticata, artificiosa, di facciata.
Parte tutto dai piani alti del potere, dove si prendono decisioni lassiste per i contribuenti e oculate, mirate e confortevoli per la grassa, vorace casta. È pur vero che ci si dà tutti una mano, anzi due: una per segnarsi in modo falso al proprio, ventilato credo e l’altra per mettere le mani in tasca dei malcapitati.

I politici, i professionisti, i commercianti, i malfattori e i truffatori di ogni risma, concorrono quasi tutti a remare controcorrente: è  un “Si salvi chi può!” visto che il debito pubblico ha già sfondato la stratosfera e si perpetua la ruberia, la frode fiscale e via elencando…
Tutti questi scolorati personaggi continuano a sbafarsi nella stessa mangiatoia a spese dello Stato mentre i più vengono tenuti a debita distanza dagli intrallazzi di Palazzo e impastoiati, con una pensione irrisoria, come fosse una palla al piede, un chiappo alla gola.
Sembra proprio che la Miseria avrà vita eterna: una immortale Miseria appunto.

Mentre alcuni rioni di Parigi sobillavano, in altri quartieri si respirava aria di tranquillità, tanto da far pensare agli eventi rivoltosi come a feste di rione o ad eventi sollevati da facinorosi di turno. Agli impegnati con le armi facevano eco gli indifferenti avventori di cantine, Intenti a scolarsi bottiglie di artefatto miscuglio, fatto passare per vino, come pure della gente comune che rimaneva incurante ai disordini in atto. La copiosa pioggia pareggiava a malapena la quantità di vino che si stavano scolando un gruppo di amici, giovani studenti, Courfeyrac, Enjolras, Jean Prouvarie, Combeferre, Joly, Barhorel, Bousset.
Questi, sulle prime, accorti di tenersi ben lontano dagli accesi tumulti per le vie di Parigi, se ne stavano lì, tra uno scherzo e una battuta spiritosa, a  tracannarsi allegramente l’insapiente, colorata mistura.
L’indifferenza, agli scontri armati, si diceva, che era proprio una prerogativa del parigino: era come un topparsi gli orecchi per non ascoltare il responso del medico durante una visita specialistica; una specie di frontiera cittadina, dove da una parte c’è la guerra mentre da un’altra si è in una Svizzera immaginaria, neutrale.

“Il cielo ostentava una sua già meridionale indifferenza all’autunno” (Italo Calvino)

Era in rue de la Chanvrerie la cantina Corinto dei signori Hucheloup,  dove si riunivano i giovani studenti per magiare brodaglie varie e bere una sembianza di vino che, dopo un paia di bicchieri, mandava in estasi il più incallito bevitore. Si serviva pure una specialità della casa: delle “Carpes au gras” e delle ostriche, esule dal mare, da tempo indefinito.

Alla baruffa partecipava una moltitudine disorientata,  scombinata di soggetti  che dava più il colore d’una festa piuttosto che di sommossa. Comprendeva sia vecchiardi inamidati come pure mocciosi col moccolo al naso. Uno di quest’ultimi era Gavroche, il figlio dei Thenardier, diventato monello per essere stato rifiutato dai genitori.

Ad un tratto le cose precipitarono e si vide la gente scappare, cercando riparo, al ventilato pericolo. Altri improvvisavano barriere d’ostruzione divellando a destra e a manca tutto l’occorrente che poteva servire al caso: nulla risultava inservibile.
Era un miscuglio di persone, poco omogeneo, quello addetto alla realizzazione delle barricate, dove nessuno conosceva l’altro che gli stava a fianco.
I grandi pericoli mettono in luce la fratellanza degli sconosciuti.
Ogni individuo aveva un pungiglione che lo invitava a fomentare, ed era la propria miseria. Era  pure munito di ali, ed era la gioia che provava per l’eventuale riuscita della rivolta.
Gavroche lo si vedeva saltellante e lo si udiva un po’ dappertutto: era come un’assillante ubiquita’; una inconcepibile figura dai mille volti: un’idra umana che si metteva a disposizione di chiunque ne avesse avuto bisogno e che fosse, al par suo, un miserabile.

Il Monello

Oh te beato! Libero monello
Che non t’importa dell’altrui fiducia:
Ti serve solo l’aria a farti saggio
Per vivere il tuo spazio tra la gente.

Non è menefreghismo o nichilismo
Quel modo, sì sfrontato, del tuo agire
Rimani a bocca aperta ai soprusi
Ma poi ti leghi al dito la rivalsa.

Ben poco t’interessa la tua imago
Ma tieni banco ad affrontar la vita
Per trarne l’esperienza  che ci vuole

A vivere all’aperto o sotto i ponti
Lontano da bisbigli e maldicenze
In un contesto che ti paga il conto.

Le cose stavano precipitando dacché tra i rivoltosi si erano inserite alcune ambigue figure allo scopo di spiarne la strategia. Uno di questi era Javert, riconosciuto dal monello Gravoche e l’altro  pure lui un poliziotto sotto false vesti e che aveva dato fuoco alla miccia sparando e uccidendo un cittadino incauto che si era affacciato alla finestra di casa sua, dopo che si era rifiutato di aprire il portone del condominio. La reazione fu repentina, da parte di uno dei giovani rivoltosi, Enjolras che, a sua volta, uccideva il poliziotto e si faceva giustizia sommaria, senza un minimo processo e senza tante scartoffie procedurali. Javert era stato immobilizzato, congelato, ma stranamente impavido: tenuto in disparte con un timore ben celato e in attesa di sviluppi.
Intanto era ricomparso il giovane Marius il quale, uscito dal giardino, dove s’incontrava con Cosette e non avendola trovata, si era deciso di farla finita con se stesso, pensando che il modo migliore sarebbe stato quello di aggregarsi ai suoi amici dentro la barricata di Chanvrerie, accettandone le tragiche consegeuenze. Portava seco le due pistole che gli aveva affidato Javert, quando l’aggressiva cinquina aveva preso di mira Jean Valjean.
La descrizione che l’autore fa su quella notte d’attesa agli scontri è decisamente orripilante, raccapricciante all’inverosimile. Una scura sensazione di morte che aleggia sopra cumuli di detriti, sia materiali sia umani in un groviglio esasperato di sfrontatezza e di volgare, spasmodica sinuosità fatta di convulsa e lancinante bramosia di morte. Morte annunciata e di tombe ben predisposte all’accoglienza funebre dei derelitti: infranti resti umani, il tutto, quasi benedetto, da una pioggia irrequieta che arrivava da chissà dove, visto che il cielo era svanito tra la gelida bruma.

La barricata veniva attaccata dalle guardie con una efferatezza mostruosa e uccidevano il vecchio Mabeuf, mentre stava per riaffermare, alzare la bandiera che era stata colpita da una fucilata delle guardie. In quel momento Marius entrava nel recinto e trovava Gavroche con un fucile puntato contro. Con una delle due pistole sparò un colpo freddando la guardia e salvando il monello da una sicura morte. Fu la sua volta nel vedersi puntare un fucile contro ma una provvida mano, nell’attimo che partiva il colpo, si poneva sulla bocca di fuoco  restando bucata dal proiettile che salvava Marius.
Alcune guardie avevano scavalcato la sommità della palizzata e avevano ucciso Barhorel. A questo punto, le guardie furono allontanate dallo stesso Marius che le minacciava di far esplodere un barile di polvere e far saltare tutta la struttura difensiva e coloro che ne erano prossimi ad essa. Si fece l’appello e risultava assente Jean Prouvarie: era caduto prigioniero nelle mani delle guardie.

Era stata Eponine Thenardier a salvare la vita di Marius. Ora era moribonda, con la mano bucata: il colpo, perforato la mano, le aveva trapassato il corpo e stava morendo dissanguata nelle braccia di Marius, non prima, però, di avergli confidato il suo amore per lui e di avergli consegnato un messaggio affidatole da Cosette con il quale gli diceva che lo amava.

Il Fato gioca con la vita come con la morte: è un accanimento lancinante, convulso, il suo. Esso trova sempre coincidenze per manifestarsi: Thenardier padre che salvava il padre di Marius ferito su un campo di battaglia, ma dopo avergli svuotate le tasche; Marius salvava Gravoche dalla fucilata e la figlia di Thenardier salvava Marius da un’altro fucile, rimettendoci la vita perché s’era invaghita di lui.
Sono coincidenze queste?  Da qualche parte ci sarà pure “qualcuno” che si attivi a far coincidere certe situazioni. Un si’ fatale accanimento non può essere altro che un destino bizzarro, estroso quanto sadico, mostruoso quanto magnanimo, ridente quanto tetro, fosco, lucubre, come pure, opportunamente salvifico.

Intanto Jean Valjean aveva preso una decisione allorquando, per puro caso, aveva scoperto che Cosette flirtava con un ragazzo e, per gelosia, non quella così intesa tra due coniugi o tra due che si amano, ma da un tutore verso una ragazza che stava per perdere.
Ma la vita deve avere il suo corso naturale, senza impedimenti, intralci fastidiosi, avvilimenti di alcun genere, come stava per accadere a Cosette che si era innamorata e voleva proseguire la sua via. Nell’uomo che l’aveva tolta dalla miseria era nato e si era consolidato un sentimento d’amore paterno e di fumoso, insano, ingiusto possesso. Questi aveva quasi riacceso, dentro di sé, quel filo di spirito ribelle che si pensava fosse stato debellato, ma che era rimasto acceso sotto una cenere di bontà ritrovata e che il vento dell’ingiustizia, per sé, e della normalità, per Cosette, stava per scoprirne il fuoco di un’indole, rimasta lungamente accesa.
Si era instaurato in lui un dubbio di cartesiana memoria, dove l’apice dell’iperbole sfiorava il limite della continenza umana, addentrandosi in un labirinto di domande senza possibilità di risposte. Fosse stato un dubbio metodico, il suo, nemmeno avrebbe potuto illuminargli, in quel momento, perché, fuori di sé com’era, era entrato in un turbinio di contrastanti pensieri dove, cercare la via d’uscita sarebbe stato un cercar l’ago nel fienile. Era proprio un buio pesto, la memoria di Jean Valjean: nera come una battaglia tra africani, in un tunnel oscuro in una notte senza luna. Era un momento in cui gli mancava, coi sensi intorpiditi, il  “Cogito ergo sum”.
Il dubbio Schakespeariano o il dubbio insinuato da Iago in Otello dimostrano quanto può trasformare una persona che ama, in un pazzo omicida. Il dubbio è un qualcosa di insostenibile e, per chi lo nutre può diventare corrosivo, insalubre, fatale.

Mentre gli scontri nei sobborghi si facevano sempre più intensi, tesi, inumani, violenti, tanto che le voci
delle armi arrivavano e si sentivono fin nei giardini del Luxembourg, due ragazzini infreddoliti, zuppi per la pioggia caduta e affamati, si muovevano, come due miseri cenci, alla ricerca di un accogliente tepore per i loro corpi e qualche cosa da mangiare per gli stomaci vuoti e protestanti.
la loro unica religione: saziare la fame. Se n’avrebbe preso cura Martin Lutero, prima ancora di un distratto nume, nemmeno presente tra gli spalti delle barricate, a fermare la carneficina.

Gavroche era rimasto colpito a morte mentre svuotava le giberne dei caduti fuori dalla barricata. Moriva da eroe  il ragazzo: lo diventava con la sua intrepida determinazione, spinta da una innocente, gagliarda, ardita, valorosa incoscienza.
A Jean Valjean gli avevano lasciato il compito ingrato di uccidere il prigioniero Javert, cosa che lui non fece, anzi approfittò per liberarlo, di graziarlo. Per una persona ostinata come Javert, ossessivamente ligio alle sue mansioni, fu la peggiora condanna: il più efferato atto di magnanimità e di giustizia provvidenziale, ben meritata per una persona come lui, fanatico del suo lavoro. Jean Valjean aveva portato Javert nella viuzza adiacente la barricata, legato e fuori da occhi indiscreti, l’aveva poi slegato dicendogli di andarsene liberamente, dopodiché,  con la sua carica pistola sparava due colpi nell’aria per dar l’idea di un’avvenuta esecuzione.
La salvezza di Javert era stata una cristiana rivalsa al suo, più  che un integerrimo servizio alla legge, un inutile, sadico accanimento su una persona, già  da tempo rinata, a una vita di amore e di carità per i più deboli.
Era rientrato nella barricata Jean Valjean e aveva trovato Marius ferito con le guardie che avevano avuta la meglio sugli insorti ed erano entrati nel recinto. Era stata una vera strage, sia da una parte sia dall’altra: erano rimasti vivi,  Enjolras e l’ebbro suo amico, Barhorel riavutosi dalla sbornia della sera prima. I due, rimasti senza munizioni, venivano fucilati dalle sopraggiunte guardie.
Il restante dei rivoltosi si era spostato al primo piano della trattoria. Intanto Jean Valjean cercava una via di fuga con il ragazzo ferito, Marius: la trovò attraverso una grata che dava nelle fogne di Parigi. È qui che l’Autore si sbizzarrisce ad arricchire il romanzo con una meticolosa descrizione di questa intricata via sotteranea dei liquami, degli scarti di ogni genere che, se fossero stati usati in maniera sensata, sarebbero servite alla campagna, piuttosto che essere riversati e indirizzati verso il mare.
In questo intricato labirinto sotterraneo, una volta che si scese per controllarne le vie, la stabilità dei cunicoli e la melma che si era
accumulata, si era trovato di tutto: dalla gerla di un fornaio ad un lembo di lenzuolo appartenuto a Marat; da monili d’oro a diamanti e via dicendo..
La stessa situazione che descrive Curzio Malaparte in “Maledetti toscani” , dove parla dei cenci che finiscono a Prato, tra i quali fu rinvenuta la bandiera italiana della Prima Guerra Mondiale, conquistata col sangue. Prima o poi tutto finisce nell’oblio o nel fango delle fogne e nei detriti delle discariche alla mercé dei ratti, dei miserabili affamati e dei voraci predatori in cerca di avanzi della opulenta società.
La fogna, paragonata alle istituzioni di allora? E oggigiorno? Possiamo paragonarle ad un pantano, oppure si tratta di una palude?

Jean Valjean con Marius ferito sulle spalle si trascinava lungo quei tenebrosi, fetidi, umidi budelli cercando una luce che illuminasse la tragedia che stava vivendo e che svelasse una via d’uscita da quella cupa situazione in cui lui si era incarcerato sì, ingabbiato, per trovare la libertà, più che per se medesimo, per Marius.
Nell’intestino di Parigi, la cloaca, Jean Valjean aveva provato di tutto: le guardie, i fanghi piovra, l’uscita sbarrata da una grata inattaccabile, Thenardier, topo di fogna.
Questi era dentro la fogna  dove si nascondeva alla polizia. Aveva con sé una chiave per aprire la grata che ne impossibilitava l’uscita.

Dopo aver spremuto Valjean dei suoi ultimi spiccioli e credendo l’altro uomo morto, fece uscire i due in avanscoperta sapendo che fuori c’era l’ispettore Javert ad aspettarlo mentre lui si richiudeva, al riparo da brutte sorprese, dentro la cloaca.
Al primo respiro d’aria fresca di Valjean seguiva l’incontro con Javert, suo instancabile segugio.
I due si guardarono negli occhi l’un l’altro: fu Valjean a parlar per primo e chiese all’ispettore di poter accompagnare il ferito a casa dei Gillenormand che poi sarebbe stato tutto suo…
Con il consenso di Javert, dopo avergli pregato, decisero di portare Marius ferito dal nonno Gillenormand: c’era una carrozza a disposizione con la quale si diressero all’indirizzo del vecchio pervicace monarchico.
Nel vedere il nipote così conciato, al vecchio gli era venuto quasi un collasso, ma furono prese  le precauzioni per rimettere in sesto il ragazzo.
Javert aveva preso la decisione di lasciar stare Valjean,  ma si era creato in lui un dubbio disdicevole che incominciò a sobellargli l’animo, tanto che, alla fine, decideva di mettere un coperchio al suo corpo e alla sua esistenza, nelle torbide acque della Senna.
Aveva ragionato con la propria coscienza e aveva trovato che la obbedienza ai suoi superiori era stata ligia, severa, ma non aveva messa in conto quella Suprema, all’Altissimo, a Dio, nella disobbedienza, rinnegando la propria vita.

In casa Gillenormand erano arrivati, dietro richiesta di Marius,  Cosette e il suo tutore Fauchelevant, alias Valjean. Questo cognome l’aveva assunto nel giorno che, inseguito dalla polizia, si era rifugiato in un convento di suore, con l’aiuto appunto, del veccchio che lui aveva tirato fuori dal carretto incidentato e che si chiamava Fauchelevant. Quest’ultimo lavorava nel convento come giardiniere e aveva detto alle suore di accogliere suo fratello con la bambina, Cosette, poiché lui non ce la faceva più nel suo lavoro e aveva bisogno di un aiuto.

Il vecchio nonno era tutto un festino di gioia e contentezza nel vedere la ragazza che avrebbe allietato la vita di suo nipote, sposandolo. La dote che Fauchelevent, (lo chiameremo così finché lui stesso non si smentira’ di quel nome), metteva a disposizione dei prossimi sposi era il sostanzioso gruzzolo dei suoi risparmi. Il vecchio Gillenormand toccava il cielo col dito e n’avrebbe toccato la dimensione dell’infinito se solo fosse riuscito a conciliare i suoi desideri con quelli dei due cuori innamorati. Lui era cambiato ed era talmente entusiasta da esporsi a donazioni di corredo e di cimeli, conservati gelosamente per lungo tempo, tutto per l’ammirabile, la deliziosa Cosette.
Venne fissato il giorno delle nozze nel martedì grasso di quell’anno, 1883: giorno con le strade zeppe di gente in maschera che festeggiava il carnevale. Alla carrozza con la sposa e i due rispettivi genitori degli sposi, ne seguivano altre dello sposo e degli invitati, diretti alla chiesa di Saint-Paul. Il tutore della sposa aveva finto di aversi fatto male al dito e portava la mano destra fasciata, tenuta appesa al collo con una benda: si era premunito per non firmare con falso nome gli atti del matrimonio.
In quel giorno era tutto un subbuglio per le strade di Parigi; il traffico era talmente caotico che si viaggiava più che a passo di cavalli, a quello d’oca. Tale risultava la pelle di Fauchelevant, come quella di una canard. Al posto suo aveva firmato Gillenormand e tutto si era risolto alla meglio.
La festa nuziale si era tenuta in casa Gillenormand,  ma Fauchelevant si era defilato cercando una scusa.
Se n’era andato a casa sua per parlare da solo con la propria coscienza e prendere una decisione saggia che andasse bene per la sua Cosette e per tutte le persone inconsapevoli coinvolte in quella allucinante parodia esistenziale.
Si era ripresentato la mattina dopo, di buon’ora, dagli sposi e aveva chiesto di parlare con Marius.
Gli aveva svelato tutto il vero e che lui non si chiamava con quel nome ma Jean Valjean e che Cosette non era sua figlia, e che lui era stato un ex galeotto e che era ancora ricercato dalla polizia. Scrivere in questo commento la reazione di Marius sarebbe come descrivere quella di uno stilista francese, uno dei migliori coiffeur di Parigi che, d’improvviso, incondapevole, si trova al di là dell’Oceano a tosar pecore in Nuova Zelanda.
Jean Valjean si ripresento’  dopo qualche giorno per dire addio alla sua Cosette.  Venne accomodato in una cameretta al pian terreno, dove brillava e regnava l’incuria al labile fuoco del caminetto, di una candela e di una finestra con sbarre che gli fece pensare al già vissuto…
Pure a Cosette disse non di chiamarlo più papà e le dava del voi. Si accomiato’ lasciando Cosette in uno stato di spirito allibito e comatoso, interdetta,  fuori dalla sua realtà.
Ogni giorno che Valjean andava a trovarla, egli si fermava sempre un po’ più a lungo con Cosette. La sorpresa era che gli avevano levato le due poltrone, poi spento il caminetto ed altri segnali che davano un segno d’inospitale sua presenza. Cosette non riusciva a capire il motivo di queste mancanze e incominciava a non farci più caso, tanto il suo pensiero,  il suo interesse era per suo marito, Marius.
Il destino di ognuno di noi ha il suo estro. Esso si manifesta in modo capriccioso, stravagante ed è imprevidente nel suo rivelarsi e nel creare situazioni incontrovertibili che vanno accettate così come espresse senza nulla togliere o aggiungere. Il corso degli eventi si presenta alla porta dell’essere a volta vestito di bianco serafico, altre volte vestito di rosso infernale e  altre di nero funesto, fatale.

Nell’ingorgo di carrozze, il giorno delle nozze e del martedì grasso, due vetture s’incrociavano. Su di una sedeva Jean Valjean e sull’altra, in senso opposto, leggete un po’…Thenardier con la seconda figlia Azelma, in maschera. Questa aveva riconosciuto Jean Valjean e glielo disse al padre che le ordinò di scendere e seguire quella carrozza: così la ragazza fece.
I rapporti tra Jean Valjean e Marius si erano talmente raffreddati tanto quanti il mare Artico: pur di mare si trattava la sequenza di situazioni che s’incalzavano come onde di guai e che non lasciavano alcun respiro a chi nuotata per una sponda.

Jean Valjean era talmente amareggiato che non usciva più di casa, ma sempre col desiderio di vedere la sua Cosette. Era arrivato a rifiutare quel po’ di cibo che una sua vicina gli portava fino a renderlo debole e febbricitante.

Un giorno si era presentato un certo Thenard a casa di Marius, dopo essersi annunciato con una lettera da lui stesso scritta: non era  altro che Thenardier in persona e indossava un vestito preso a nolo, ma che faceva acqua da tutte le parti. La missiva puzzava di tabacco e lo scritto mostrava diversi errori grammaticali che misero in allerta Marius.
Questo misterioso Thenard si era presentato come un nobile caduto in disgrazia e che aveva bisogno di un prestito per emigrare in America. Come garanzia aveva detto che era conoscente e amico di certi pari i quali nomi erano sconosciuti a Marius; per di più aveva dei segreti da svelare che sarebbero serviti a far aprire gli occhi a Marius sul conto di certi personaggi che s’era messo in casa. Dopo aver ricevuto una prima banconota da cinquecento franchi, disse di Jean Valjean che era un malfattore assassino e un ex galeotto, al che Marius gli disse che lo sapeva già.
Thenardier disse che aveva altre notizie che sarebbero bastate a definire la natura di Jean Valjean ma voleva altri soldi da Marius che glieli diede. Il briccone tirò dalle sue tasche due ritagli di giornale e un pezzo di stoffa della giacca di Marius: l’aveva strappata prima di farli uscire dalle fogne e che Marius riconobbe come sua e, allo stesso tempo si rese conto di chi l’aveva salvato. Poi mostrò i due ritagli di giornale per dimostrare che Javert non era stato ucciso da Valjean ma era stato un suicidio vero e proprio poiché era stato trovato il corpo con dei segni indelebili che era morto annegato nella Senna. Quando si vuole infierire a tutti i costi si finisce per darsi la zappa sui piedi. Sull’altro ritaglio di giornale c’era la notizia riferita al prelievo in banca dei risparmi di in certo Madelein alias, Valjean ma Thenardier asseriva che quei soldi glieli aveva rubati Valjean a Madelein e che, a sua volta, l’aveva dato in dote a Cosette.
Marius sgrano’ gl’occhi e si rese conto di quanto ingrato era stato nel mal considerare quell’uomo onesto, tutore di sua moglie Cosette. Si liberò di quel furfante che aveva di fronte dicendogli che gli avrebbe dato altri soldi se solo avesse preso il volo recandosi, come aveva chiesto, di trasferirsi in America: cosa che questi fece e che si portò appresso la sua specialità d’imbroglione di seconda tacca e diventò negriero.

Dopo aver appreso la verità sulla natura di Jean Valjean,  Marius pregò sua moglie di prepararsi per andare da suo padre: lo trovarono debole e quasi moribondo. Morì col sorriso sulle labbra, subito dopo aver visto la sua Cosette che benedisse ad una vita felice con il suo Marius.
Venne sepolto in un angolo nascosto del cimitero con sopra una grezza pietra senza nome, com’egli aveva desiderato.
Jean Valjean era stato un buon arbitro del suo destino e il Fato, fu la mano di Dio a preservarlo uomo onesto e altruista, filantropo.

Non tutto dipende da noi, ma il modo di affrontare le cose quello sì.
(Arthur Schopenhauer)

Il destino

Destino dell’uomo tessuto in vitro;
Non chiede pazienza, nemmeno fretta,
Ma solo mattoni e malta del tempo:
I vezzi, i risi e i dolori sofferti,

Referti, spirali di gioie mancate,
Lavoro e le menti oppresse, stancate,
Le inutili attese fin dalla culla,
Il vuoto del nulla nella preghiera
Le voglie represse, perse, volate,
I sogni inibiti presi a sassate,

I lunghi sentieri rimasti brulli,
I passi malmessi contro natura,
Le bocche scucite senza sutura,

Le scuse avanzate prive di vero:
Son tanti i tasselli messi a riguardo
Per dare al destino un ultimo sguardo.

***

«Il destino dell’uomo non è altro che la sua volontà oggettivata»

(Arthur Schopenhauer)

«Il nostro destino non ha bisogno di commesse, per realizzarsi, ma solo che gli si dia una mano»

(Salvatore Memeo)

***

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Salvatore Memeo è nato a San Ferdinando di Puglia nel 1938. Si è diplomato in ragioneria, ma non ha mai praticato la professione. Ha scritto articoli di attualità su diversi giornali, sia in Italia che in Germania. Come poeta ha scritto e pubblicato tre libri con Levante Editori: La Bolgia, Il vento e la spiga, L’epilogo. A due mani, con un sacerdote di Bisceglie, don Francesco Dell’Orco, ha scritto due volumi: 366 Giorni con il Venerabile don Pasquale Uva (ed. Rotas) e Per conoscere Gesù e crescere nel discepolato (ed. La Nuova Mezzina). Su questi due ultimi libri ha curato solo la parte della poesia. Come scrittore ha pronto per la stampa diversi scritti tra i quali, due libri di novelle: Con gli occhi del senno e Non sperando il meglio… È stato Chef e Ristoratore in diversi Stati europei. Attualmente è in pensione e vive a San Ferdinando di Puglia.