L’omelia di papa Francesco nel sesto anniversario del suo viaggio a Lampedusa

Papa Francesco ha ribadito la necessità di un’opzione preferenziale per gli ultimi , sì da metterli primo posto nell’esercizio della carità, della solidarietà e della giustizia. Tra gli ultimi ci sono i migranti, che non sono cose o oggetti da abbattere e affondare come nel gioco della battaglia navale: sono persone, esseri umani. E come tali vanno trattati.

Un forte richiamo, da parte di Francesco, per non dimenticare la grave crisi migratoria e per richiamare le coscienze alla responsabilità di un’accoglienza che certamente non può essere senza regole, ma che non può ignorare un dato fondamentale. ovvvero la vita di migliaia di essere umani in balia delle onde.

Per Dio nessuno è straniero o escluso, e i migranti “sono persone, non si tratta solo di questioni sociali o migratorie”. “Non si tratta solo di migranti!”, nel duplice senso che i migranti sono prima di tutto persone umane, e che oggi sono il simbolo di tutti gli scartati della società globalizzata.

Lo ha ribadito il Papa, nell’omelia della Messa celebrata l’8 luglio 2019 nella Basilica di San Pietro, in occasione nel sesto anniversario della sua visita a Lampedusa, la porta d’Europa che è al centro della cronaca dei viaggi della speranza di chi fugge da guerre e povertà, da amori impediti e perseguitati, da fame e da sete, dal desiderio di poter solo vivere.

Sono tante le povertà di oggi, ha sottolineato il Papa: “I poveri, nelle molteplici dimensioni della povertà, sono gli oppressi, gli emarginati, gli anziani, gli ammalati, i piccoli, quanti vengono considerati e trattati come ‘ultimi’ nella società”. Salvezza e liberazione, le due parole al centro dell’omelia, a partire dall’episodio biblico della scala di Giacobbe, che “in sogno, vede una scala che in basso poggia sulla terra e in alto raggiunge il cielo”, simbolo del “collegamento tra il divino e l’umano, che si realizza storicamente nell’incarnazione di Cristo”.

“Il mio pensiero va agli ‘ultimi’ che ogni giorno gridano al Signore, chiedendo di essere liberati dai mali che li affliggono”. E l’elenco degli ultimi, secondo Francesco, è ampio e dettagliato: “Sono gli ultimi ingannati e abbandonati a morire nel deserto; sono gli ultimi torturati, abusati e violentati nei campi di detenzione; sono gli ultimi che sfidano le onde di un mare impietoso; sono gli ultimi lasciati in campi di un’accoglienza troppo lunga per essere chiamata temporanea. Essi sono solo alcuni degli ultimi che Gesù ci chiede di amare e rialzare”.

Proseguendo il Papa ha quasi lanciato un grido d’allarme: “Purtroppo le periferie esistenziali delle nostre città sono densamente popolate di persone scartate, emarginate, oppresse, discriminate, abusate, sfruttate, abbandonate, povere e sofferenti”. “Nello spirito delle Beatitudini – questo l’accorato appello del Vescovo di Roma, il servo dei servi – siamo chiamati a consolare le loro afflizioni e offrire loro misericordia; a saziare la loro fame e sete di giustizia; a far sentire loro la paternità premurosa di Dio; a indicare loro il cammino per il Regno dei Cieli”.

Poi il Santo Padre ha ripreso l’immagine della scala di Giacobbe per attualizzarla e farla diventare il simbolo dell’atteggiamento da assumere verso i migranti: “In Gesù Cristo il collegamento tra la terra e il Cielo è assicurato e accessibile a tutti. Ma salire i gradini di questa scala richiede impegno, fatica e grazia. I più deboli e vulnerabili devono essere aiutati. Mi piace allora pensare che potremmo essere noi quegli angeli che salgono e scendono, prendendo sottobraccio i piccoli, gli zoppi, gli ammalati, gli esclusi: gli ultimi, che altrimenti resterebbero indietro e vedrebbero solo le miserie della terra, senza scorgere già da ora qualche bagliore di Cielo”. Si tratta, ha concluso il Papa, di una grande responsabilità, “dalla quale nessuno si può esimere se vogliamo portare a compimento la missione di salvezza e liberazione alla quale il Signore stesso ci ha chiamato a collaborare”.

Solo un intervento umanitario europeo di emergenza potrà salvare e liberare la vita dei migranti imprigionati nelle carceri, o meglio, nei nuovi campi di concentramento allestiti con la nostra collaborazione. L’Europa girando le spalle con indifferenza a tutta questa disumanità dilagante sta mostrando la sua debolezza, fragilità, assenza, di una morale laica e cristiana. La morale da sempre coniuga l’altezza di un principio – verità giustizia. Bellezza… – con la concretezza di soluzioni ragionevoli da prendere per il bene della persona umana. Quel bene che per la salvaguardia dell’umanità le Istituzioni sono chiamate ad imporre, per superare ogni conflitto e definire così senso, valori e responsabilità.

Gli stessi valori che ci appaiono oramai svenduti per un pugno di voti, per qualche manciata di soldi. In questa prospettiva possiamo capire la cosiddetta regola d’oro, principio morale presente in tutte le grandi tradizioni spirituali.

Altrimenti è una lenta agonia, un suicidio dell’Europa.


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Geremia Acri
So che tutto ha un senso. Nulla succede per caso. Tutto è dono. L'umanità è meravigliosa ne sono profondamente innamorato. Ciò che mi spaventa e mi scandalizza, non è la debolezza umana, i suoi limiti o i suoi peccati, ma la disumanità. Quando l'essere umano diventa disumano non è capace di provare pietà, compassione, condivisione, solidarietà.... diventa indifferente e l'indifferenza è un mostro che annienta tutto e tutti. Sono solo un uomo preso tra gli uomini, un sacerdote. Cerco di vivere per ridare dignità e giustizia a me stesso e ai miei fratelli, non importa quale sia il colore della loro pelle, la loro fede, la loro cultura. Credo fortemente che non si dia pace senza giustizia, ma anche che non c'è verità se non nell'amore: ed è questa la mia speranza.