Chi si dice cristiano ha come compito dunque il fatto di andare incontro a chi è nel bisogno

Un giorno Cristo si sentì dire questa frase, dopo aver parlato di amore verso il prossimo: chi è il mio prossimo?
Per gli ebrei infatti vi erano diverse interpretazioni. Il prossimo, per alcuni, erano solo i giudei e basta, per altri invece, molto più elastici, il prossimo era anche lo straniero che aveva aderito alla fede dei padri e dunque naturalizzato giudeo, pur venendo dal paganesimo. Il cristianesimo, per comando di Cristo, allarga le vedute, sconfinando verso ogni tipo di umanità. Cristo rispose a quell’interrogativo attraverso la parabola di un samaritano, figura stessa di Gesù.

Scegliere un samaritano significava parlare di stranieri e per di più di nemici. Prossimo è il nemico, prossimo è colui che non appartiene alla mia nazione. Amare il prossimo coinvolge la corporeità. Non si ama astrattamente ma facendosi vicini, approssimandosi, andando incontro, mettendo da parte i propri progetti o impegni. Amare il prossimo, per il cristiano, alla luce della rivelazione, significa rimetterci, spendere di tasca propria, mettersi da parte per fare posto al bisognoso. Amare il prossimo significa non lasciarlo nella iniziale condizione di bisogno, ma creare le condizioni che anche altri possano prendersi cura di lui.

L’amore che si approssima al bisognoso non è un filantropismo astratto ma è dono fattuale, accoglienza concreta che sá allargare le braccia alla verità dell’uomo. Stando alla parabola, il prossimo non è oggi l’immigrato che arriva, lo straniero che chiede accoglienza, i bisognosi che chiedono cibo o i malati che chiedono cure. Prossimi sono coloro che si approssimano, che vanno loro incontro, che non restano nell’indifferenza passando oltre, pur con scuse plausibili o giustificati nella loro non curanza. Ogni persona può farsi prossimo. La domanda dunque diviene, non chi è il mio prossimo ma, verso chi posso farmi prossimo?

Le leggi lasciano l’umanità ferita nell’abbandono, nonostante la nobiltà delle intenzioni che vi soggiacciono. Solo l’amore che va oltre la legge, l’amore di chi sa soffrire per l’altro, apre ai feriti uno spazio nuovo che, come una nuova locanda, trova lo spazio del proprio cuore. Chi si dice cristiano ha come compito dunque il fatto di andare incontro a chi è nel bisogno, di curare le ferite dell’umanità d’oggi; il resto sono solo maschere religiose di un carnevale ipocrita che scimmiotta solo lontanamente la sacralità di ciò che conta veramente: l’uomo.


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