Mentre come tanti attraversiamo le strade della vita, annoiati, disillusi, rassegnati, qualcuno si volta, guarda, raccoglie i cocci e consola

Ogni poesia equivale a un messaggio.

Adoperando i filtri della sensibilità, istruzione e cultura, chi la riceve quasi ne “inquina” il significato originario, lo avvicina a sé metabolizzandolo, facendolo proprio specchio o rifiuto.
A priori da parte del poeta, vi può essere una manipolazione semantica della lingua, un ostacolo.

Ricevuta, masticandola con i denti del proprio vissuto, non resta che accettare, se necessario, anche di non avere capito: la poesia può rimanere impenetrabile e comunque trasmettere sensazioni.

“Cocci di bottiglia” è la prima pubblicazione poetica di Benedetto Ghielmi, classe 1988: 49 poesie perché quest’ultimo è visto come un numero di incompletezza, di un mancare qualcosa alla completezza del 50.

Composta tra il 2016 e il 2020, la raccolta ha il titolo che ha un significato per l’autore: “La bottiglia può cadendo frantumarsi, andare in mille pezzi ma in qualche modo è possibile ricomporla, ridarle una forma. Dopo un evento negativo, una frattura è possibile al nostro interno raccogliere i cocci, temprarci e ricostruirsi”.

Una esigenza poetica di liberazione, di catarsi, preferendo uno stile ermetico.
Il libro è dedicato a sua moglie Mariachiara.
Tra i versi si legge del bisogno di costruirsi vita interiore, di “camminare custodendo la gioia”, con la “consapevolezza che qualcosa è veramente possibile pur se avvolto nella nebbia dell’impossibile”.
Una dichiarazione d’amore: “mi tuffo nelle sue braccia”.
“Partenza lacerante, arrivo che riempie il cuore”.

Stavo per considerarlo puro esercizio di stile poetico.
Tante belle parole ma poca sostanza, l’ho sentito a una prima lettura emotivamente distante.
Tuttavia ho tentato, ho cercato l’autore e con lui parlato: un giovane uomo istruito del nord Italia.
Educato e colto.

Gli ho chiesto spiegazioni.
Ho capito. Quanto spesso uso questo verbo senza per me sinonimi.
Ho desiderato capire e ci metto il cuore.
Spiegherò come lui ha spiegato a me, al lettore, che dietro, dentro, c’è un qualcuno che crede.
Crede nelle parole e nella poesia, nelle poche cose belle che riusciamo a fatica a intravedere e nelle tante che ci aspettano vivendo ogni giorno.
Quanto bisogno c’è di poesia?
Poco eccetto rare manifestazioni di fame cerebrale e interiore.
I social media ospitano ogni giorno le grida poetiche, narrative, letterarie di tanti autori, le fagocitano.
E mentre come tanti attraversiamo le strade della vita, annoiati, disillusi, rassegnati, qualcuno si volta, guarda, raccoglie i cocci e consola.