
Si terrà domenica 22 e lunedì 23 marzo il Referendum Costituzionale sulla Giustizia.
Ma per cosa si vota esattamente? La riforma è incentrata sulla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, con l’istituzione di due distinti Consigli Superiori di Magistratura e di un’Alta Corte disciplinare, oltre che di un sistema di estrazione a sorte di alcuni componenti degli organi di autogoverno.
Il referendum non prevede il raggiungimento del quorum, non sarà quindi necessario che il 50% + 1 degli aventi diritto al voto si presenti alle urne, come previsto dall’art. 138 della Costituzione.
“Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare?”.
Di fronte a tale quesito referendario, in caso di approvazione, chi vorrà iniziare la carriera in magistratura dovrà scegliere sin da subito se intraprendere la carriera di giudice (giudicante) o di pm (requirente). Ci sarebbero, quindi, a differenza di adesso, due concorsi e due percorsi di formazione separati, con la creazione così di un Consiglio superiore della magistratura giudicante e uno della magistratura requirente, presieduti entrambi dal Presidente della Repubblica. Sarebbero i due organi di autogoverno, inoltre, a decidere in tema di assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, valutazioni di professionalità e conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati.
Perché SÌ?
Il giudice sarebbe più indipendente dall’accusa, i cittadini avrebbero più fiducia nella giustizia e, dal punto di vista politico, la riforma ha lo scopo di ridurre il peso delle correnti nel Csm e di migliorare la qualità del lavoro. Percorsi distinti, infatti, permetterebbero di avere magistrati più specializzati ed efficienti.
Perché NO?
Si rischia di mettere a repentaglio l’autonomia della magistratura e di alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato, aprendo la strada a una maggiore influenza politica sui pm. C’è un dato evidente: il passaggio di funzioni è una possibilità poco sfruttata dai magistrati, rendendo quindi inutile imporre il divieto di cambiare carriera. Nel 2024, per esempio, soltanto lo 0,48% dell’organico ha optato per il cambiamento. In caso di vittoria del no la riforma non entra in vigore e restano valide le norme e l’ordinamento giudiziario attuali.























