
IL GIARDINO DEL GETSEMANI, QUELLO DELL’EDEN, QUELLO DEL SABATO SANTO
Leggendo il racconto della Passione di Cristo del 4° evangelista, ci si imbatte in un “giardino” in cui avviene l’arresto di Gesù (Gv 18,1); ma c’è un altro “giardino” nel luogo dove fu crocifisso (Gv 19,41); qui avviene la sepoltura di Gesù in una tomba nuova.
Tutto si svolge nel contesto di un “giardino”. Qui all’alba di quel mattino di primavera, il primo giorno della settimana, c’è l’incontro tra la Maddalena e il Risorto scambiato per il giardiniere. Questo richiamo al “giardino” non è una semplice indicazione logistica, ma può assumere un significato profondo.
Quando nel contesto biblico si ode la parola “giardino”, il pensiero va subito, non tanto al giardino del Cantico dei Cantici, in cui avviene l’incontro amoroso, ma al Giardino dell’Eden, il paradiso perduto. In questo giardino l’incontro tra Dio e la prima coppia si era trasformato in un tradimento, in una cacciata e quindi nel dramma di una separazione; ma il giardino non è stato distrutto: sono stati posti degli angeli con “la spada guizzante”, affinché lo custodissero (Gn 3,24).
Ora la croce nei pressi del giardino ha ristabilito quel contatto deturpato nell’Eden. Di nuovo il giardino diventa un luogo accessibile e accogliente, affinché sia realizzata quella relazionalità auspicata che era il fine della creazione: «Non è bene che l’uomo sia solo» (Gn 2,18). Tutto quello che avvenne poi nel corso della Passione di Gesù, fino alla morte e alla sepoltura, sostiene il gesuita Pino Stancari, acquista il significato di un evento risolutivo per la riapertura di quel giardino: la possibilità finalmente di varcare quella soglia sbarrata per gli uomini espulsi. Adesso il giardino è riutilizzabile, è nuovamente il luogo dell’incontro… Il Cantico dei Cantici può essere declamato a squarciagola, nonostante la sete di possesso che cova il cuore umano. Infatti nel giardino degli ulivi gli uomini cercano Gesù per “impossessarsene”, come Adamo cercava il frutto dell’albero per “appropriarsene” e così cambiare le regole del giardino…, ma in quel giardino, grande come il cielo, non c’è spazio per il possesso…, bensì solo per la ricerca di relazioni e di comunione, perché «non è bene che l’uomo sia solo».
Tutta la vicenda della Passione di Cristo è una scuola di relazione: dinanzi a Pietro che rinnega c’è un maestro che riconosce tutti come suoi discepoli, dovunque e sempre; è il maestro che si fa avanti, esprimendo una singolare capacità di costruire relazioni anche con i ladroni sul patibolo. Nel suo morire non è più solo; nel suo morire è ormai un maestro che instaura relazioni di vita, e in quel giardino, appunto perché è un giardino, anche se all’ombra di una croce, continuano a sbocciare dei fiori. E Dio tornerà come all’inizio…, quando passeggiava nel giardino alla brezza del giorno” (Gn 3,8).
Ma una domanda assilla l’animo di tanti: cosa manca per fare della terra il giardino della fraternità? Cosa occorre affinché nessun uomo non muoia più solo? Purtroppo c’è un’ombra che aleggia: è Pilato.
Pilato, continua Stancari, compare nel racconto della Passione come il personaggio su cui si concentra il potere: potere civile, potere amministrativo, giudiziario, potere politico. Pilato è il garante della formalità: è giudice e insieme notaio, è il tecnico del potere. Le comunità degli uomini, come i Giudei, debbono rimanere all’esterno del pretorio…; devono conoscere solo ciò che il “regime” decide di far sapere. Ovviamente tutto si svolge in modo ordinato, nel rispetto formale delle norme stabilite. Ma l’autorità e il potere servono a questo?
Fortunatamente in tutte le “deposizioni dalla croce”, spicca la figura di Giuseppe di Arimatea. Egli rappresenta coloro che, anche oggi, sfidano regimi e opinione pubblica, per accostarsi ai condannati, agli esclusi, ai malati di ogni tipo per aiutare qualcuno a scendere dalla croce…, almeno per morire in un contesto di intimità: sono i nuovi abitanti del “giardino”.


























